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Mafia: le sue origini ad Agrigento, la cosca della Fratellanza

27 Gennaio 2023 //  by Elio Di Bella

Doveva obbedienza cieca al capo, e qualsivoglia ordine, anche di assassinio, doveva essere eseguito senza tentennare

Se ne parlò tanto al tempo della scoperta, come di vasta e pericolosissima associazione di malfattori che aveva seminato stragi e rovine e maggiori ne minacciava; si lesse non ha guari sui giornali che quella congerie di processi sul conto di parec­chie centinaia d’imputati, per ragioni di pubblica sicurezza era stata rinviata per la discussione a Catania, dove si stava prepa­rando un’aula apposita nella vasta chiesa de’ Benedettini: tutte dicerie senza fondamento. Vale dunque il pregio di sapere che cosa fosse e quali i risultamenti della laboriosa istruttoria penale.

In Sicilia, fa d’uopo confessarlo, è difficile serbare la misura, ed è difficile tanto ai cittadini, quanto ai funzionari pubblici. A quelli per eccesso d’immaginazione , a questi per mancanza di calma o di energia. Così accade che qualsivoglia avvenimento scuote le fibre mobilissime di quegli ardenti isolani e li esalta, e non sempre risparmia coloro che, forse consci della propria re­sponsabilità, temono l’accusa di avere male antiveduto o di me. strarsi deboli nel reprimere.

Non solo ora, ma sempre, non solo in Sicilia, ma dovunque, appaiono i germi del male raccolti in organismi, combattenti gli organismi del bene, personificati nello Stato. Sono i bacilli del corpo sociale, e guai a lasciarli attecchire ! O che tali associa­zioni si derivino dalla simpatia e dalla consuetudine che spinge i malvagi ad associarsi per compiere il male, non altrimenti che i virtuosi per il bene; o da libertà precoci, di cui i popoli im­preparati abusano come i fanciulli ;oda poca saviezza nei governanti locali nel saper contemperare la libertà all’ordine, o da tutte queste cause confluenti , è certo che in Sicilia cresce vigo­rosa la mala pianta che sotto il nome di mafia diffondesi soprat­tutto in quei ceti nei quali si preferisce l’ozio al lavoro, la pre­potenza alla moderazione, vizi dai quali non ripugnano anche taluni che la nascita, un’apparenza di coltura, un certo lusso di vita, talvolta anche eccessivo, farebbero supporre da essa lontani. È un modo come un altro per vincere gli emuli , per raggiungere ca­riche, ricchezze, clientela e fino suffragi elettorali.

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Quasi contemporanea alle associazioni di cui abbiamo parlato è quella della Fratellanza, che ebbe la sua principale sede in Favara, e che contava non pochi proseliti nei comuni vicini di Campobello, Canicattì, Comitini e Palma di Montechiaro, comuni questi la cui popolazione è composta per lo più di zolfatai, gente facilmente proclive alla mafia ed ai delitti contro le persone.

Nel 1883 in Favara la mafia era divisa in due partiti: questi partiti costituivano due associazioni criminose o almeno potevano come tali considerarsi. Dall’antagonismo sorto tra questi due partiti nacque una lotta, feconda di molti delitti, a scopo di vendetta, ed in quei tempi non era raro vedere frotte di persone armate, spiarsi a vicenda, procedere guardinghe e minacciose: poiché ognuno temeva per sé, e la vita di tutti era in pericolo.

Questo stato anormale durò poco, ma non per opera della giustizia, che in tali casi non può subito colpire nel segno e tagliare netta la cancrena, ma per opera della stessa mafia che, venuta a più miti consigli, a quello stato di lotta intestina, preferì uno stato di tregua.

All’armistizio successe la pace. I due partiti si fusero in un solo, onde evitare spargimento di sangue e per acquistare maggiore potenza.

Per amore di brevità tralasciamo di narrare la storia dei tanti reati commessi dalla Fratellanza; di uno soltanto, gravissimo, crediamo opportuno occuparci, per dare più compiuta nozione dei pericoli e delle pene cui si espongono coloro sui quali sorge il dubbio di avere relazioni cogli agenti di pubblica sicurezza.

Calogero Camilleri, calzolaio da Caricarti, è fidanzato, ma si dibatte un po’ nelle angustie, e differisce gli sponsali.

Uno zio, Rosario Alaimo Martello, cattivo soggetto, ammonito, gli sussurra che consentendo di far parte della Fratellanza, di cui egli è socio, potrà riceverne aiuto e migliorare le sue condizioni.

Il Camilleri ha pure un amico affezionalo, col quale non ha segreti, guardia di P. S. nel comune, ed ha nome Antonio Napoli. Fido e scaltro, come era suo debito, costui avea gli occhi aperti sull’Alaimo, e non mancava ogni sera di picchiare al suo uscio, per verificare se fosse in casa. Ciò recava fastidio all’Alaimo.

A rallentare quest’attiva sorveglianza, pensò di ricorrere all’intercessione del nipote. La guardia promise di diradare le visite: in effetti non si fece più vedere la sera; l’Alaimo respirava.

Ma dopo qualche tempo avvenne un furto di animali, di cui rimasero ignoti gli autori. La guardia che sapeva le relazioni dell’Alaimo colla Società, chiese al Camilleri che, rivedendo lo zio, avesse cercato (quale compenso dei favori ricevuti) di fargli conoscere qualche cosa, e l’Alaimo, per timore che al rifiuto sarebbe seguita la rinnovazione delle visite, disse in confidenza al nipote ciò che sapeva, e dove gli animali potevano trovarsi. La guardia, per le notizie ricevute dal Camilleri, rinvenne gli animali e scoperse gli autori del furto.

Questo destò i sospetti dell’associazione, cui erano noti i vincoli di amicizia tra il Camilleri ed il Napoli, od i favori di riverbero largiti all’Alaimo, e però in misterioso conciliabolo raccoltisi i maggiorenti, propendevano a decretare la morte dell’Alaimo e del Camilleri.

Ma il pastaio Domenico Trupia, amico dell’Alaimo, insorse e disse che per vaghi sospetti non conveniva dar morte ad un socio.

Valeva meglio sottoporne ad esperimento la fede; proporgli cioè di agevolare l’assassinio del nipote. Se rifiutava, perissero entrambi.

La proposta prevalse, ed egli stesso ebbe l’incarico di darne conoscenza all’Alaimo. O morire, o diventare assassino del nipote! ecco il terribile dilemma, e non vi era scampo. L’Alaimo, che sapeva essere inutili le preghiere e gli indugi, scelse la seconda proposta.

La sera, raccoltisi tutti in una bettola, toccarono i bicchieri, e l’Alaimo, alzando il suo, con piglio sinistro esclamò: il vino è dolce, ma più dolce è il sangue degli uomini. La promessa era data in modo solenne ed irrevocabile; l’infelice Camilleri poteva di poco sopravvivere.

Nel di seguente, il febbraro 1883, l’Alaimo in segreto premura il nipote, perché sul tramonto venga in sua casa, ove i soci lo aspettano per sottoporlo alle pratiche d’uso che accompagnavano l’ammissione alla società. Il nipote inconscio della sventura che lo aspettava, si reca al convegno.

L’Alaimo dal balcone, vedendolo, gli fa cenno di entrare nel portone e di fermarsi in una stanzuccia terrena, per non essere visto dalla moglie, che stava preparando il pranzo. Il nipote entra, ed immediatamente alcuni soci colà appiattati lanciano un cappio al collo dell’infelice giovane, e, senza dargli tempo di emettere un grido, lo strozzano!

Più tardi, col favore delle tenebre, messo il cadavere in un sacco, lo trasportano a spalla fuori del paese e gli davano sepoltura tra le macerie di un diruto castello. Rosario Alaimo frattanto, quella sera e il di seguente, per allontanare da sé ogni sospetto, finse domandare a tutti del nipote, anche alla stessa guardia Napoli; dolevasi di quella improvvisa sparizione, la supponeva derivata da amorose scorrerie.

Poi, si sospettò dagli assassini che il cadavere potesse trovarsi e perciò riconoscersi. Di notte lo disotterrarono, funsero di petrolio e vi appiccarono il fuoco. Cosi sformato e ridotto quasi irriconoscibile, lo rimisero nella fossa.

Quando poi, scoperte le file dell’associazione, si procedette all’arresto di buona parte dei componenti la Fratellanza, e tra gli altri dello Alaimo, costui confessò l’orrendo delitto, indicò gli autori, la causale, il modo della esecuzione ed il luogo ove era stato sepolto il cadavere; indi torturato dai rimorsi, si diede la morte nello stesso carcere (1).

La Fratellanza era riuscita a incutere tale timore nella popolazione, che nessuno si arrischiava a denunziare quanto sapesse, o avesse visto intorno ad essa; nessuno osava fiatare, tutti ne temevano le ire e le vendette, che non tardavano a raggiungere le persone imprudenti. L’ardire degli affiliati, arrivò al punto, che sulla stessa pubblica piazza di Favara, alla luce del sole, ammazzavano i loro nemici, restando sempre ignoti alla P. S.

Nell’istruzione di questo processo, si seguì un sistema diverso nella procedura, da quello usato per le altre associazioni a delinquere, come sin allora si era fatto; si richiesero tanti giudizi separati, per quanti furono i capi di accusa, rinviando poi tutti gli accusati al Tribunale per l’associazione a delinquere.

(1) Le notizie riguardanti questo atroce delitto, l’abbiamo desunte del lavoro del Lestingi su La Fratellanza, già citato da noi.

fonte

https://www.yumpu.com/it/document/read/14928178/la-mafia-e-i-mafiosi-eleamlorg

Categoria: Storia AgrigentoTag: agrigento, agrigento racconta, agrigento storia, girgenti, mafia, sicilia

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