La città di Akragas nei primi anni di vita della sua storia si lega al nome del tiranno Falaride (572-556 a.C.), personaggio leggendario e quasi mitologico, che precedentemente aveva assunto in città una importante carica pubblica, secondo quanto sostiene Aristotele (Pol. 5.131Ob).
A narrare fin nel dettaglio gli eventi che condussero Falaride al potere nella città di Akragas è soprattutto un passo degli Stratagemata di Polieno. Secondo tale racconto, poiché gli abitanti di Akragas intendevano innalzare un tempio a Zeus Polieus dettero a Falaride l’incarico di dirigere i lavori. Questi ottenne un notevole finanziamento con cui assunse i migliori tecnici ed acquistò il materiale, ma con molta abilità trattenne per sé anche una forte somma con cui corruppe molti stranieri e acquistò un gran numero di schiavi. Armò questi suoi schiavi e mentre in città si celebravano le Tesmoforie, con l’inganno fece strage di molti Agrigentini, rapì molte fanciulle e anche dei bambini e così colla violenza ed il ricatto s’impadronì del potere.
Appena ebbe consolidato il suo regno, Falaride estese ad oriente il territorio agrigentino fino ad Ecriomo e poi fin oltre il fiume dell’Imera meridionale (l’attuale Salso), ponendosi quindi in posizione conflittuale con Gela. Presidiò quindi le sue conquiste con diversi luoghi fortificati.
Falaride realizzò anche notevoli opere pubbliche, tra cui la prima cinta muraria della città. Scrive Polibio che le possenti mura di Akragas “posano su roccia erta e tagliata aguzza che in parte è così per natura, in parte è stata adattata dalla mano dell’uomo”.
A partire da queste notizie e da altre ricerche lo studioso Schubring sostiene che le mura agrigentine “correvano lungo il suo (della città) margine e, dove la roccia non offriva una parete naturale, se ne faceva una artificiale”. In corrispondenza dei valloni naturali, vennero innalzate nove porte, come hanno appurato gli archeologi.
Successivamente Falaride si volse alla conquista delle terre ad ovest della città. Con una serie di campagne contro i Sicani si assicurò la conquista delle roccaforti di Camico e di Onessa.
Probabilmente Falaride intendeva espandersi anche verso settentrione, ma cadde vittima di una congiura e finì miseramente bruciato nel celebre toro di bronzo che aveva fatto costruire dall’artista Perilao per ardervi i propri nemici. Infatti, il toro bronzeo veniva riscaldato, mentre al suo interno venivano rinchiuse le vittime. Per le grandi sofferenze, i disgraziati reclusi si lamentavano e dalla macchina usciva un suono somigliante a quello del toro quando muggisce. Ma secondo alcuni studiosi si tratta di un falso, di cui si dovrebbero cercare le origini nell’immaginazione dei coloni cretesi di Agrigento.
E’ passato alla storia come un tiranno crudele. Pindaro stesso fece riferimento alla cattiva fama di Falaride con queste parole: “il cuore senza pietà, che arrostì uomini nel toro di bronzo”. Aristotele dice che Falaride aveva un innaturale desiderio di mangiare bambini allattati al seno della madre e l’insaziabile desiderio di mangiare anche il proprio figlio.
Diogeniano narra tra l’altro anche che dopo aver catturato i Leontini, famosi banchettatori, Falaride ordinò di bollire alcuni di loro dentro enormi calderoni, di arrostirne altri sulla griglia e nel toro. Polieno ci parla di una bravata di Falaride: offrì la figlia al re Sicano Teuto di Ouedda e prese a tradimento possesso di quella città mandando i suoi migliori soldati alla festa nuziale vestiti come damigelle della sposa.
La congiura ordita contro di lui venne probabilmente promossa da quella stessa fazione che lo aveva portato al successo. Essa era forse capeggiata da un avo di Terone, Emmeno, che, infatti, per qualche anno resse dopo Falaride la città. L’odio degli Agrigentini per Falaride fu tale che con un decreto venne proibito a uomini e donne di indossare abiti di colore azzurro, tanto caro all’usurpatore. Ma esistono altri racconti sulle imprese di Falaride che ci presentano invece un regnante pacifico, democratico, uomo del popolo che regna nel miglior modo possibile, che talvolta si è comportato severamente per punire i molti tristi che hanno complottato contro di lui.
Dopo la congiura che depose Falaride, si ebbe nella città di Akragas una reggenza oligarchica, l’assemblea dei Mille, che vide come supremi magistrati Alcamene e Alcandro. In questo periodo Akragas completò i suoi disegni di consolidamento esterno, specie lungo le medie valli dell’Holykos e soprattutto dell’Imera. Venne conquistata Minoa, sottraendola alla potente Selinunte e vennero costruiti nella nuova zona d’influenza della città, quella tra i fiumi Salso e Platani, nuovi villaggi fortificati.
Elio Di Bella


Guida di Agrigento: le epidemie nella prima metà dell’Ottocento