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tempio della concordia

Agrigento. Restauro del Tempio della Concordia negli anni 1834-36

2 Aprile 2026 //  by Elio Di Bella

Agrigento. Le scoperte nella Valle dei Templi tra il 1834 e il 1836 offrirono all’arte e all’archeologia preziose indicazioni

Restauro del tempio della Concordia a Girgenti Sulla base dei frammenti scoperti in Sicilia nel corso degli anni 1834-36.

Gli ultimi scavi condotti a Selinunte e a Girgenti, in seguito agli ordini del Governo napoletano e sotto la direzione del Duca di Serradifalco, hanno portato alla scoperta di numerosi frammenti di grandissimo interesse; la loro applicazione ai monumenti di cui conosciamo, per così dire, l’ossatura, completandoli, può servire allo stesso tempo come argomento definitivo a favore del sistema di architettura policroma in uso presso gli antichi, e principalmente presso i Greci.

L’enumerazione di ciò che si deve a queste ricerche è quasi sufficiente per dare un’idea della loro importanza: così, oltre alla classificazione delle rovine sparse sul territorio di Selinunte, gli scavi hanno portato alla scoperta di diversi bassorilievi appartenenti alle metope, i cui sfondi e diverse parti delle figure sono colorati; ma ciò che è ancora più importante, è l’ordine dorico del piccolo tempio dell’acropoli conosciuto col nome di tempio di Esculapio; tutte le sue parti sono perfettamente conservate, e la trabeazione in particolare è arricchita da colori la cui disposizione può fornire la chiave del sistema seguito dagli architetti greci in questa parte della loro arte (1).

I triglifi sono blu con le scanalature nere, i listelli sono rossi, le gocce bianche; allo stesso modo i mutuli sono blu, il loro intervallo è rosso e le gocce sono bianche; gli incavi praticati sotto le modanature sono tinti di nero.

Osservando questa trabeazione, sembra che si possa stabilire come regola generale che le parti sporgenti dovessero essere sempre tinte di rosso, come per farle risaltare meglio, mentre le parti rientranti erano nere, come per farle percepire maggiormente, e che infine il blu fosse destinato a distinguere un piano dall’altro. La scoperta di frammenti di gocciolatoi che conservano tracce di ornamenti colorati completa gli elementi di un restauro plausibile dei templi di Selinunte.

Si era portati, per induzione, a fare di queste scoperte locali una legge comune applicabile a tutti i templi di architettura greca. L’esame attento dei monumenti di Atene, con occhi privi di pregiudizi, aveva già fatto riconoscere che la scultura e l’architettura ricevevano, attraverso gli artifici del colore, degli abbellimenti che erano stati trascurati per diversi secoli.

Le ricerche effettuate a Metaponto dal Duca di Luynes avevano portato a conclusioni simili. Da ogni parte, l’attenzione di artisti e archeologi diretta verso questo punto portava ogni giorno a nuove osservazioni seguite da nuovi fatti.

Le scoperte ad Agrigento

È in queste circostanze che le scoperte di Girgenti giungono a offrire all’arte e alla scienza un prezioso complemento, del quale esporremo gli elementi, cercando al contempo di dedurne le conseguenze.

Non ci soffermeremo sulla scoperta di tutte le parti costitutive del tempio di Castore e Polluce, del quale fino ad allora si conoscevano solo due fusti di colonne troncati; questo tempio è di ordine dorico greco; tuttavia, la forma di un grosso e pesante tallone al di sopra della cornice e la tipologia di scultura incavata delle teste di leone a mo’ di gargolla che lo decorano, fanno sospettare che questo tempio sia stato riparato, se non interamente costruito, dai Romani (2).

Si riconoscono in diversi punti della trabeazione delle tracce di colori: del blu sui triglifi, del rosso sul listello di coronamento dell’architrave. Si è trovato inoltre negli scavi di questo tempio un frammento ornato da palmette e da viticci dipinti, che sembra appartenere a un gocciolatoio.

Non insisteremo nemmeno sulla scoperta del basamento del piccolo tempio conosciuto impropriamente con il nome di cappella di Falaride, non avendo questi dettagli alcun rapporto diretto con l’argomento che stiamo trattando; faremo notare solamente che la forma di questo basamento, che ha qualche analogia con quello del tempio della Sibilla a Tivoli e in generale con quelli dei templi in pietra costruiti in Italia durante la Repubblica, è venuta a confermare che questo tempio è interamente di costruzione romana: cosa che la modanatura del coronamento e degli stipiti della porta aveva già fatto presumere.

Sebbene la presenza di gocce al di sotto del listello dell’architrave indichi un fregio ornato da triglifi, riteniamo tuttavia che questo tempio fosse di ordine ionico: siamo spinti verso questa opinione dalla natura delle basi dei pilastri delle ante, avendo queste basi molta analogia con quelle dei pilastri di diversi ordini ionici greci e soprattutto con quella del monumento conosciuto sotto il nome di tomba di Terone a Girgenti. È noto peraltro che le colonne ioniche di quest’ultimo monumento sorreggono una trabeazione dorica.

Giungiamo infine alle scoperte più importanti per il nostro argomento: sono quelle che sono state fatte al tempio detto di Ercole; a questo tempio celebre a più di un titolo, e in modo particolare per i tentativi di depredazione intrapresi dai soldati di Verre.

Questo monumento, che fu rovesciato da una scossa di terremoto così come la maggior parte di quelli che lo circondano, non sembra essere mai stato esplorato da allora. Ma ultimamente se ne è ritrovata la pianta completa, notevole per la particolarità poco comune che il fondo della cella è suddiviso in altre tre piccole celle. Uno dei muri della cella è crollato tutto d’un pezzo sul pavimento del tempio; sarebbe senza dubbio molto interessante rialzarlo, oltre a esaminare il pavimento del tempio per giungere a conclusioni meno ipotetiche.

Il tempio della Concordia

Poiché l’esame delle considerazioni che possono tendere a far adottare o respingere la dedica di questo tempio alla Concordia non ha alcun rapporto diretto con i nostri studi, ci sottometteremo alla tradizione tanto più facilmente in quanto la natura della divinità non ha che poca influenza sulla decorazione in generale.

Tuttavia dichiariamo che siamo ben lontani dal considerare come un argomento a favore della tradizione le espressioni di quell’iscrizione latina scoperta diversi secoli fa tra le rovine della città antica: Concordiae Agrigentinorum sacrum, respublica Lilybitanorum, dedicantibus M. Haterio Candido procos. et L. Cornelio Marcello Q. Pr. Pr. (3). Questa iscrizione può infatti riferirsi a qualsiasi altro monumento ed è di un’epoca del tutto diversa da quella del tempio di cui ci stiamo occupando.

Ometteremo parimenti di ricercare in quale epoca questo monumento possa essere stato costruito. Ci basti ricordare che dalla presa di Agrigento da parte dei Cartaginesi, circa due secoli prima della prima guerra punica (nell’anno di Roma 287, 466 a.C. corrispondente alla 78ª Olimpiade, all’incirca 150 anni prima del secolo di Pericle), questa città, a detta di Polibio, non recuperò mai abbastanza potenza per innalzare monumenti suntuosi; e sembra persino che quando fu presa dapprima dai Cartaginesi e due secoli dopo dal console Levino, l’Olympieion fosse rimasto senza copertura, per mancanza dei fondi necessari al suo completamento (4).

Prima di entrare nei dettagli, non abbiamo altre osservazioni generali da fare se non a proposito della pietra, la cui natura porosa e irregolare ha reso ovunque necessario l’impiego dello stucco; ne esiste ancora in diversi punti, in particolar modo nel fondo delle scanalature, in strati di circa uno o due millimetri di spessore.

È noto d’altronde che nell’antichità l’uso dello stucco era pratica generale ogni volta che si impiegava una materia diversa dal marmo, forse tanto per avere un mezzo con cui dare maggiore precisione e nitidezza alle forme, quanto per preparare delle superfici adatte a ricevere la pittura.

Passeremo ora all’esame successivo dei mezzi di restauro applicabili a ciascuna delle parti del tempio della Concordia iniziando dalla decorazione esterna.

Gocciolatoi

I gocciolatoi, dei quali abbiamo fornito la descrizione, trovano naturalmente la loro posizione al di sopra della cornice in un intaglio continuo che si nota in quasi tutti i templi di questo stile sia sulle facce laterali che sulla pendenza del frontone. È da notare che questo intaglio sulla parte inclinata è di altezza minore rispetto alla parte orizzontale.

Tenendo conto di questa modifica, peraltro molto consona allo spirito distintivo dei Greci, noi adatteremmo a ciascuna di queste posizioni delle modanature differenti. Faremo notare qui che la disposizione di questi alti gocciolatoi continui sembra precludere l’impiego delle antefisse sul bordo del tetto, e in effetti non si trovano in Sicilia che tegole a doppia faccia destinate evidentemente all’ornamento dei colmi.

Non pretendiamo di invalidare i restauri delle coperture dei templi della Grecia forniti dagli architetti inglesi che hanno pubblicato le antichità inedite; questi architetti, basandosi sui frammenti scoperti, concepiscono, è vero, questo gocciolatoio al di sopra del frontone come una sorta di diadema; ma sui lati, là dove sarebbe realmente utile, lo interrompono, e lo sostituiscono con una serie di antefisse situate all’estremità di ogni sovrapposizione.

Questo metodo può essere conforme alle scoperte, ma sicuramente non appartiene ai tempi primitivi, a quell’epoca in cui l’artista coscienzioso andava a cercare le sue ispirazioni soltanto nei limiti della verità e del bisogno, a quell’epoca in cui il precetto dato da Quintiliano agli oratori era seguito naturalmente per tutte le produzioni dello spirito: dire tutto ciò che occorre, non dire che ciò che occorre e dirlo come occorre.

Triglifi e Metope

In base a ciò che abbiamo detto in precedenza si può stabilire come regola generale che i triglifi erano sempre blu, con le scanalature nere; questo sistema risulta tanto dai frammenti scoperti quanto dal testo di Vitruvio.

È vero che ciò che afferma questo autore si riferisce alle costruzioni in legno, ma si deve pensare che proprio come le forme più ricercate dell’architettura greca devono la loro origine ai primi tentativi di costruzione in legno, allo stesso modo i colori variati di cui si ricopriva la loro superficie devono aver funto da modello per la decorazione dei monumenti in pietra e in marmo.

Ammetteremmo parimenti come regola generale la disposizione dei colori della trabeazione del piccolo tempio dell’acropoli di Selinunte, per quanto riguarda l’intradosso della cornice, vale a dire i mutuli blu, gli intervalli rossi e le gocce bianche: questa combinazione si ritrova all’incirca in una trabeazione conservata nel museo di Siracusa.

Quanto alla decorazione delle metope, si manca di una soluzione decisiva; tuttavia ci si può arrivare per analogia. Osservando altri monumenti dove lo stucco esisteva ancora, si sono riconosciute in questo spazio alcune tracce di colori, ma senza che sia stato possibile scoprire il contorno che le racchiudeva. Tuttavia, se si ammette che in certi casi le forme dipinte possono supplire alle forme scolpite (così come lo si vede spesso praticato per gli ornamenti veri e propri, come gli ovoli e i motivi a cuore), non si può forse pensare che potesse valere lo stesso principio per la decorazione delle metope, qualunque potesse esserne il genere?

Ora, molti templi, sia in Grecia che in Sicilia, ci offrono dei soggetti eroici di due o tre figure rappresentati attraverso la scultura nella cornice delle metope. Attraverso un’induzione analoga a quella citata poco fa, noi proporremmo di rappresentare tramite la pittura dei soggetti simili laddove dei motivi che ignoriamo non avevano permesso di impiegare la scultura.

Non ignoriamo che certi frammenti in terracotta facenti parte della collezione del presidente Avolio a Siracusa, rappresentanti una sorta di trabeazione dorica, mostrano nel campo delle metope un ornamento composto da palmette e da fioroni; non neghiamo che questo sistema, adottato dal signor Hittorff, sia suscettibile di applicazione, ma il carattere e la dimensione del monumento che ci occupa ci hanno impedito di fermarci su questa scelta.

Listelli e Capitelli

La trabeazione dipinta del piccolo tempio dell’acropoli di Selinunte, benché ci sia di grande aiuto per il nostro restauro, sembra tuttavia offrire il grado più semplice dell’architettura policroma, talmente semplice che non pensiamo di dovercelo aspettare in senso assoluto nel caso di un tempio esastilo e periptero; così, riguardo ai listelli, ci permetteremmo di discostarcene: invece di una tinta rossa uniforme, noi li orneremmo con meandri rossi e blu, avvicinandoci alla decorazione osservata sul Partenone e riportata dal barone di Stackelberg e da altri viaggiatori.

Dagli esempi che abbiamo riportato finora, si può osservare che i colori sembrano aver avuto lo scopo di venire in aiuto alla forma e di ovviare alla confusione che risulta, a grandi distanze, da una sequenza di modanature monocromatiche.

È in questo spirito che le tinte rosse, blu e nere sembrano distribuite sulle trabeazioni. Ma fino ad ora non si sono incontrati in Sicilia dei capitelli ornati a colori; tuttavia, se si considera l’esiguità e la vicinanza dei listelli al di sotto dell’abaco dei capitelli dorici greci, si avvertirà la necessità di distinguerli tramite delle tonalità; ecco perché pensiamo che non sarebbe affatto una deviazione dalla necessaria prudenza dipingere questi listelli in rosso.

Questa ricerca avrebbe inoltre il vantaggio di disporre l’occhio, come in un preludio, alla ricchezza sempre crescente del fregio e del coronamento a mano a mano che il monumento si innalza. Non avremmo nemmeno temuto di decorare l’architrave con ornamenti dipinti, se altre autorità avessero confermato quelle che si potrebbero trovare nella terracotta del presidente Avolio di cui abbiamo già parlato.

Colonne e Altare

Non ci permetteremmo nemmeno di dipingere le colonne, non avendo altra autorità che tradizioni abbastanza vaghe; tuttavia siamo persuasi che nei templi primitivi, in quelli che hanno seguito da vicino i templi in legno, questo dovesse essere un uso generale.

Dufourny nei suoi appunti parla di un esempio di questo genere trovato a Selinunte. Quando ero a Girgenti, il direttore degli scavi, lo stesso che aveva presieduto a quelli di Selinunte, mi disse di aver osservato in quest’ultima città una colonna alla cui base erano tracciati degli anelli rossi; inoltre, si incontrano frequentemente sui piccoli monumenti raffigurati sui vasi greci delle indicazioni simili.

È ancora ai vasi greci e alle terrecotte che facciamo ricorso per la forma dell’altare; la disposizione dei larghi gradoni che precedono i gradini del tempio ci è data da alcune sottostrutture in parte conservate. Il gradone superiore, più largo degli altri, ci è parso adatto ad accogliere quest’altare.

Recinto, Pronao e Sezione

L’indicazione della barriera in bronzo che separa il pronao dal peristilio ci è stata fornita da un segno di strappo continuo sullo spigolo del gradino anteriore del pronao; d’altronde Vitruvio indica positivamente questa disposizione come precetto generale. La forma di questa barriera è ispirata alle pitture antiche; quella della porta è mutuata da un bassorilievo.

Dalla lettura delle descrizioni fatte da Pausania, sembra che la decorazione dell’interno dei templi dovesse piuttosto derivare dalle offerte di ogni genere che i popoli e i privati vi consacravano, più che dalla ricerca di forme architettoniche.

Un muro attorno al quale le offerte (come statue, tripodi e troni) erano depositate; al di sopra, uno spazio libero destinato sia a pitture realizzate sul muro stesso, sia a quadri mobili; ancora più in alto una fila di altri oggetti consacrati, come corazze, elmi e soprattutto scudi: tali sono le condizioni a cui ci è sembrato di dover soddisfare. Pertanto, ci siamo limitati a fornire l’indicazione della disposizione che ne risultava, senza cercare di riempirne la cornice. Per il resto ci siamo conformati allo stato attuale.

Senza pretendere di affermare che la scelta di lasciare la struttura lignea a vista sia stata una regola generale nei templi greci, andremo tuttavia a esporre le considerazioni che ci hanno indotti ad adottarla nel caso in esame.

Queste considerazioni sono di due tipi: locali e generali. È inutile far notare che i fori che interrompono il corso della modanatura interna che fa il giro della cella non appartengono alla costruzione primitiva; ma se si nota che l’altezza delle pietre elevate al di sopra di questa stessa modanatura sul muro laterale del pronao è tale che il prolungamento di questo muro a tale altezza passerebbe tangenzialmente sotto la falda del frontone, si riconoscerà che queste pietre erano destinate a supportare la struttura del tetto, non solo al di sopra del pronao, ma che dovevano inoltre prolungarsi per tutta la lunghezza della cella per svolgervi le medesime funzioni.

L’assenza di fori nelle pietre del pronao al di sopra della modanatura non indicherebbe sufficientemente che la capriata non era nascosta da alcun soffitto decorativo, se la presenza di una finestra di forma particolare, praticata con una certa ricercatezza a ciascuna estremità della cella, non venisse a reclamare contro l’installazione di un soffitto qualsiasi.

Non è così per il peristilio, la cui decorazione e la disposizione stessa degli intradossi è data dalla vicinanza dei punti d’appoggio che permetteva di impiegarvi il marmo; si può infatti osservare che in molti templi antichi i cassettoni dei peristili esistono ancora, mentre non si ritrova alcuna traccia della copertura dell’interno.

Qui entriamo nelle considerazioni generali, e siamo portati a stabilire che le cause di distruzione non avrebbero agito maggiormente sulla copertura delle celle rispetto a quella dei peristili, se si fosse potuto sostituire nelle celle l’uso del marmo a quello del legno, cosa che non si è potuta fare a causa della loro eccessiva larghezza. Ora, se si tratta di stabilire che questa struttura lignea funzionale non era nascosta da una struttura di apparato, senza dover ricorrere alle analogie che si potrebbero trarre dalle chiese del Medioevo in Sicilia (che sembrano aver conservato la tradizione antica nelle magnifiche capriate che le coronano), ricorderemo che esistono nei musei siciliani diversi frammenti di tegole decorate nella loro parte inferiore con pitture delicate che rappresentano intrecci o meandri.

Non sarebbe d’altronde un modo semplice per spiegare le parole di Pausania quando dice che la statua di Giove Olimpico, se si alzasse in piedi, toccherebbe il vertice del soffitto? I Greci non facevano alcun uso delle volte; e la parola vertice è molto più applicabile a un triangolo formato da una capriata che non a una volta. Infine, se si considera che in diverse tombe antiche scavate nella roccia si ritrova l’imitazione della struttura lignea interna di un tetto, i cui scomparti risultanti sono ornati da ovoli, meandri, ecc.; se si pensa a quanto i Greci, persino nelle loro finzioni, avessero cura di conservare sempre una parvenza della verità, si è tentati di concludere che in quei tempi antichi la capriata interna di un tempio, lungi dall’essere dissimulata, fosse il più delle volte conservata con le forme prescritte dalla solidità e ornata con una ricercatezza senza dubbio analoga a quella dei gocciolatoi esterni.

Per quanto riguarda la copertura, la supporremmo in tegole piatte con giunti di sovrapposizione ornati da pitture, così come se ne sono scoperti a Metaponto. Mutuiamo la disposizione della statua della divinità e del suo tabernacolo, che supporremmo in oro e avorio, dalle rappresentazioni figurate sui vasi greci.

Pianta

La pianta è facile da ristabilire; è evidente che le arcate sono di un’epoca posteriore all’erezione del tempio; esse sembrano riferirsi all’epoca in cui, essendo questo monumento stato trasformato in chiesa, si chiusero gli intercolumni con delle murature e si aprirono i muri della cella tramite queste arcate per creare le navate laterali.

Il muro dell’opistodomo, di cui restano ancora alcune tracce e che noi ristabiliamo, fu verosimilmente rimosso in quella stessa epoca. Non abbiamo cercato di stabilire una disposizione particolare per il santuario, sebbene se ne ritrovino le tracce in molti altri templi di maggiori dimensioni. Abbiamo conservato la forma più semplice, non avendo una ragione sufficiente per adottarne una più ricercata.

Sebbene questo scritto verta su un argomento già trattato più volte, abbiamo ceduto al desiderio di far conoscere i nuovi documenti di cui si sono arricchite l’arte e la scienza riguardo all’architettura greca. Se ci siamo dilungati più di quanto una semplice esposizione non permettesse cercando di farne l’applicazione, è perché pensiamo che non si possa mai incorrere in rimproveri insistendo su un soggetto così bello. Il nostro scopo principale è stato innanzitutto quello di studiare le forme di questa nobile architettura greca, di cercare di penetrarne le intenzioni, e nel restauro ci siamo sforzati di non allontanarcene, non azzardando nulla che non avesse in qualche modo la sua giustificazione.

L’ispezione dei risultati a cui si è stati condotti sembra naturalmente trascinare verso questa conclusione: che i Greci, in tutto ciò che hanno fatto, sono sempre giunti al punto esatto della perfezione, e che la loro architettura, la cui severa bellezza ha sempre colpito tutti gli sguardi, era suscettibile di ricevere, e possedeva in effetti, le sole qualità accessorie che potessero sembrarle mancare, la grazia e l’eleganza.

V. BALTARD.


Note al testo: (1) Si può vedere un’indicazione di questa trabeazione e dei suoi colori nell’opera che pubblica il Duca di Serradifalco sulle antichità della Sicilia.

(2) Non si deve omettere qui di menzionare la maniera ingegnosa in cui questo elemento di raccordo (coda) è adattato alla cimasa che forma il gocciolatoio. Essa è un pezzo distinto dalla cimasa e reca nella parte posteriore una scanalatura che si allarga a coda di rondine; questa forma serve a mantenere l’assemblaggio della gargolla nella cimasa, un assemblaggio che naturalmente non può aver luogo se non al punto di giunzione di due filari intagliati allo scopo di ricevere la coda di rondine.

(3) Orelli, Inscr. n. 151.

(4) Non è questa la sede per esaminare se questo monumento, conosciuto oggi sotto il nome di tempio dei Giganti, e che Diodoro Siculo chiama l’Olympeum, fosse realmente un tempio di Giove Olimpico o se non fosse piuttosto una basilica consacrata a Giove Olimpico. Ci riserviamo di sviluppare questa opinione in un altro articolo.

Categoria: Cultura, In 5 Minuti, Storia AgrigentoTag: agrigento storia, akragas, girgenti, tempio della concordia, valle dei templi

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