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romani catturano un bandito
romani catturano un bandito

Roma dei latrones: criminalità e violenza quotidiana

2 Aprile 2026 //  by Elio Di Bella

Latrones, processi e santi: come Roma puniva il crimine.

Una società di dominio: perché la violenza è una chiave di lettura

Domandarsi se la società romana fosse “violenta” è legittimo ma insidioso: misurare la violenza in modo quantitativo è quasi impossibile, e il problema non è solo “quanto”, ma “come”. Un dominio pluricentenario ha usato forza pubblica e, nello stesso tempo, ha dovuto affrontare violenza privata e collettiva: aggressioni, rivolte, banditismo. Lo storico, più che contare, deve riconoscere forme ricorrenti e costanti del fenomeno.

Latrones: etichetta mobile tra crimine e politica

Nel lessico romano, latrones è una categoria comoda: ampia, infamante, adatta a chi “sta fuori” dall’ordine. Poteva designare il ladro di strada, ma anche l’avversario politico o il ribelle sconfitto, retrocesso a semplice criminale per negargli lo statuto di nemico pubblico e trasformarlo in fuorilegge. Questa elasticità è lo strumento con cui il potere riscrive la realtà. Un confronto viene dal mondo greco: in alcune tradizioni il brigantaggio poteva apparire un mestiere; nel quadro romano, invece, l’uso della forza senza autorizzazione statale diventa crimine infamante e punibile con esempi pubblici.

Strade e confini: dove agivano i malfattori comuni

Il banditismo prosperava dove il controllo era discontinuo: confini, montagne, boschi, strade rurali. Ma ciò non lo rendeva marginale: proprio le vie di comunicazione erano il luogo dove il viaggiatore diventava preda. Epigrafi funerarie ricordano vittime “uccise dai ladri” (interfectus a latronibus), e le storie sono concrete: giovani in viaggio, funzionari, perfino una bambina colpita per i gioielli. In queste tracce si vedono i malfattori comuni all’opera: predatori opportunisti che sfruttano distanza, solitudine e la scarsa capacità di polizia; la vittima tipica è chi è in transito lungo la strada.

Giustizia di foro: il processo come macchina di esclusione

Il manuale scolastico di Vienna

Un testo scolastico tardoantico, conservato nella Biblioteca nazionale di Vienna, mette in scena il Foro come centro del potere e della giustizia. È un copione educativo: la città appare ordinata perché l’anomalia viene resa leggibile e punibile. Anche per questo i manuali scolastici sono fonti preziose: non dicono “la realtà”, ma il modo in cui la realtà dev’essere interiorizzata.

Due imputati, due destini

La scena giudiziaria contrappone due casi. Nel primo, un imputato di rango elevato entra con avvocati e testimoni di reputazione: viene assolto. Nel secondo, l’accusato è un bandito; è solo, subisce una serie di torture e finisce a morte (“pertransit ordinem tormentorum… ducitur ad gladium”). Il messaggio è duro: tra legge e briganti non esiste dialogo, se non quello della sentenza e del carnefice. È una ricostruzione “esemplare”, non un verbale. Ma l’idea di fondo coincide con il diritto: nel Digesto di Giustiniano i latrones possono essere quelli che “hanno una banda” (factionem habent), e un altro passo suggerisce di esporre i banditi famosi nei luoghi dei loro delitti per deterrenza.

Santi, fantasmi e banditi: quando il fuorilegge cambia maschera

Fuori dalle mura la narrazione cambia ritmo. Le agiografie aprono la scena alla campagna e ai suoi spazi “inermi”: qui il bandito non è soltanto un nemico, può diventare interlocutore e, dopo la morte, perfino oggetto di paura rituale. Nel racconto su San Germano di Auxerre, un fantasma confessa d’essere stato un brigante giustiziato e rimasto insepolto; la sepoltura ottenuta dal santo “normalizza” ciò che la violenza aveva lasciato sospeso e rende di nuovo abitabile quel luogo.

Ancora più istruttivo è l’episodio della Vita di San Martino: San Martino di Tours smonta un altare che la folla aveva dedicato a un presunto martire, perché una visione gli rivela che il sepolto era un bandito celebrato per errore. Qui il punto storico è netto: la memoria popolare può trasformare il fuorilegge in figura venerabile, soprattutto quando le campagne vivono tensioni sociali (rivolte contadine come i Bacaudae in Gallia). È qui che torna utile, come ipotesi, la categoria del “bandito sociale” proposta da Eric Hobsbawm: criminale per lo Stato, vendicatore per la comunità. Ma la ricerca invita a usare questa lente con prudenza, perché il mito può nascere proprio dalla paura.

Elio Di Bella

Categoria: Cultura, In 5 Minuti, storiaTag: banditi, criminalità, romani, storia di roma

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