La storia dell’artigianato siciliano: dalla ceramica ai carretti, un viaggio nell’anima dell’arte popolare
All’ombra dell‘arte monumentale e figurativa, la quale ci attesta il passato glorioso della nostra tradizione perenne e operante; accanto a un’industria che segue i gusti e le tendenze del mercato: l’industria degli «oggetti d’arte», da noi, (come in tutte le nazioni che hanno, tuttavia, le più nobili tradizioni artistiche) vive, ancor oggi, un’arte, la quale ha un suo tono inconfondibile, una sua voce, che è la voce di uno e insieme la voce di mille.
Dalla Campagna alla Bottega: Le Origini dell’Arte Popolare
Nata in mezzo alle campagne con un suo tono, sviluppatasi nelle più modeste botteghe, produzione essenzialmente pratica la quale si ispira alla casa e alla famiglia, quest’arte che è del popolo — perciò arte popolare — non poche volte, nel corso dei secoli, è divenuta — come lo è oggi — una fonte di produzione industriale. Si può anzi affermare che, mediante questa produzione, l’uomo ha incominciato i suoi primi passi verso la speculazione economica.
Sotto questo aspetto l’artigianato costituisce l’industrializzazione dell’arte popolare. Se è vero, però, che l’artigianato presuppone la bottega e il mestiere, è pur vero, invece, che l’arte popolare esclude, molte volte, la bottega e il mestiere. Il pastore, ad esempio, sta a bottega nell’aperta campagna: ed è qui, fra il cielo e la terra, che egli incide sul legno o sul corno, con amoroso senso di poesia, i suoi motivi tradizionali. Così l’arte del pastore, in Sicilia, non si è mai industrializzata; mentre ad esempio, noi sappiamo che in Alto Adige, esiste una vera e propria industria degli oggetti di corno.
Si aggiunga, che, ancor oggi, per le donne siciliane la bottega è assai spesso, per non dir sempre, un angolo della propria casa, nella quale non manca mai uno strumento che, specialmente nei paesi dell’interno, è il completamento della stessa casa: il telaio. Vicino a questo telaio ella ricama e crea quei merletti che sono una gioia dello spirito.
Vi sono, invece, dei prodotti, pei quali la bottega è indispensabile. Così, ad esempio, per quanto ancor oggi vi siano degli artigiani i quali, a casa loro, impastano e infornano i pupi dei presepi (come a Catania l’ormai celebre Panebianco), tuttavia l’arte figurativa e la ceramica presuppongono la bottega, la quale è indispensabile non solo al carradore ma anche all’artigiano specializzato nella costruzione dei mobili destinati alle case del popolo.
L’ebanista che crea i « mobili d’arte » è già su un piano diverso da quello nel quale si muove e si sviluppa l‘artigiano. Egli, infatti, partecipa al commercio dei cosidetti oggetti d’arte, come ad esempio, vi partecipa il ceramista quando crea una ceramica che, lontana dai gusti e dalle tendenze popolari, è destinata ai mercati internazionali. Il che non esclude, ed è ovvio, che a un mercato internazionale possano anche aspirare quei prodotti tipici dell’artigianato nei quali l’arte popolare ha saputo imprimere i suoi motivi tradizionali.
Le Radici Sicano-Sicule della Ceramica e dell’Arte Figulina
Se noi vogliamo ora seguire questi prodotti, basandoci sui documenti che l’archeologia ci conserva, bisogna che diamo il posto d’onore all’arte figulina e alla ceramica. La Sicilia si affaccia alla storia con una civiltà che noi chiamiamo sicano-sicula. Si tratta di una civiltà nella quale predomina l’agricoltura e la pastorizia.
Non v’è dubbio che, in questa civiltà, si ebbe una produzione di manufatti di legno, le cui forme si conservano tuttora nell’arte dei pastori. Ma il tempo, purtroppo, non ci ha tramandato nessun documento di questi manufatti, mentre invece, insieme alle forme del pagliaio — il quale apre la storia dell’architettura in Sicilia — ci ha conservato alcuni documenti di arte figulina, cioè di oggetti di creta seccati al sole e al forno, i quali risalgono appunto alla civiltà sicano-sicula.
Il passato non è morto, ammoniva il Pitrè, ma vive con noi: ed ecco, pertanto, che la ciotola, quale ci viene conservata nei rari documenti fittili della civiltà sicano-sicula può bene costituire il prototipo dei nostri piatti; ecco che la padella col manico, proveniente dagli scavi di Molinello, non solo è la primogenita delle nostre padelle ma probabilmente è anche il prototipo dei nostri sculapiatti; ecco che il boccale, scoperto negli stessi scavi, ritorna fra i nostri recipienti ed è probabilmente il prototipo delle cannate.
Le forme sicane o sicule si innestano — e il processo è identico per i culti e per i miti — sulla civiltà greca; e da questo innesto fioriscono nuove forme, mentre dal documento d’uso, che risponde soltanto a una funzione utilitaria, arriviamo al documento che ha un interesse artistico.
Dall’Idolo alla Lucerna: L’Influenza dell’Arte Greca
Si ritiene che, in Grecia, il primo prodotto artistico sia stato costituito dall’ex voto e dall’idolo. Nè, certo, è improbabile che anche in Sicilia, gli ex voto e gli idoli abbiano formato, all’ombra dei templi maestosi, le primitive forme d’una scultura in creta. Sta di fatto, d’altra parte, che nell’arte figulina i boccali lunghi col collo lungo e coi manichi a semicerchio ci ricordano l’espressione elementarizzata dell’idolo.
Nella ceramica, invece, troviamo le cosidette cannili, coi manichi e col beccuccio diviso da due occhi, le quali ci richiamano la forma umana stilizzata mentre le lucerne a figura umana si possono considerare come una filiazione delle antiche statuette che ci rappresentano idoli o ex voto.
Alle statuette del santuario Melaphoros di Selinunte, nelle quali le braccia sono disposte a croce in modo da formare due incensieri, sembra, invece, che si sia ispirato il primo artigiano che creò la lucerna a figura umana, vale a dire una delle più mirabili espressioni che la ceramica ci abbia dato.
I Maestri di Caltagirone e le Storiche Sculture in Zolfo
È stato già notato, nel Catalogo della prima mostra di Etnografia italiana, che, in Sicilia, e in special modo a Caltagirone « l’industria delle terrecotte assurge all’altezza di vera e propria arte nelle statuette ».
Ancor oggi, infatti, escono da Caltagirone dei gruppi i quali non essendo invetriati rientrano fra i prodotti dell’arte figulina. Rappresentano arti e mestieri; contadini che si avviano o ritornano dai campi; donne che cullano i bimbi; scene di briganti soccorsi dai frati.
Manca, in questi gruppi, quella fantasmagoria di colori che troviamo nelle lucerne a figura umana: vale a dire i colori della grecità, cioè il rosso, il giallo e il bleu (che predominano appunto in tutta l’arte popolare siciliana). In cambio vi troviamo una pensosa ricchezza di umanità.
Nella modellazione di questi gruppi, ai quali però, viene aggiunta la ricchezza del colore, eccelse una famiglia di Caltagirone: i Bongiovanni Vaccaro, i cui gruppi sono dei modelli di scultura, oltre che una notevolissima documentazione etnografica.
Nè infine, bisogna dimenticare una lavorazione anonima, che non ha nessun artista, di cui non si ricorda nessun nome, ma che pure è di una originalità non comune. Parlo della lavorazione dello zolfo, col quale, a Caltanissetta, nel secolo scorso furono composte figure e gruppi, di cui una notevole raccolta esiste nel Museo Pitrè mentre numerosi esemplari sono esposti nei Musei di Monaco e di Amburgo.
L’artigianato siciliano trova, inoltre, una delle sue più nobili e caratteristiche manifestazioni nell’arte dei pastori da presepe. In quest’arte la tradizione della scultura, che noi abbiamo seguito dalle lucerne a figura umana ai gruppi che rappresentano scene di vita, ci denota, ancor una volta, le qualità plastiche che noi ritroviamo così vive e potenti non solo nella bottega ma anche nella campagna.
Si può affermare, sotto certi aspetti, che il nostro popolo pensa plasticamente. Le sue figure, siano incise sul legno o escano dall’ottava di un canto, sono spesso figure viventi; nella loro semplicità tali figure sono d’una bellezza e di un’austerità incomparabili, onde, in questi casi, l’artigianato è veramente arte per il fatto che la funzione utilitaria è diventata funzione estetica.
L’Arte dei Pastori da Presepe e il Pensiero Plastico
Nell’arte dei pastori da presepe lo scultore popolare s’avvale, generalmente, di due elementi: la creta o il legno. Nè è raro il caso che questi elementi si avvicendino. In Sicilia esiste una vera e propria industria delle figurine da presepe costruite con la creta.
Rimaniamo, però, con queste figurine, tranne qualche rara eccezione, in una modesta sfera del nostro artigianato, chè quelle figurine, rimangono fredde, sono costruite a serie; indossano, è vero, dei costumi che, a volte, hanno un notevole interesse per l’etnografia, ma in esse manca un soffio che le ravviva e le dia una vita propria.
Questa « vita propria », invece, la ritroviamo nei Pastori del Matera, il quale ha superato gli stessi Bongiovanni Vaccaro raggiungendo una perfezione artistica che fa dei suoi pastori veri e propri oggetti d’arte. In queste modellazioni, dove lo scheletro è di legno mentre sul legno sono anche incise quelle mirabili testine che di ciascun pastore ci rivelano la gioia o il dolore, il Matera si è avvalso di una speciale composizione per rivestire i suoi pastori: la tela e la colla.
Con tale composizione egli ha evitato di vestire i suoi pastori con quegli abiti posticci — soltanto di tela — che sono la caratteristica de’ presepi napoletani. La tela, resa quasi lignea con la colla, serve a dare al panneggiamento degli abiti un aspetto più vivo. La composizione rimane, comunque, un mezzo tecnico e il mezzo, è ovvio, non è mai fine dell’arte, chè l’arte, invece, nei pastori del Matera va ricercata nella profonda e ricca umanità a cui ciascun pastore partecipa.
I Presepi Trapanesi di Matera e l’Antica Arte dei Corallari
Raccolti, oggi, nel Museo di Trapani, e soprattutto nel Museo Etnografico di Palermo — molti si trovano, invece al Museo di Monaco — questi pastori parlano all’anima del fedele che, con essi ricompone le scene della Natività o della Strage degli innocenti, ma parlano anche all’anima di chi in essi voglia sentire l’umanità profonda dell’anima.
Il Matera, per quanto abbia vissuto lungamente a Palermo, nacque a Trapani, e, in un certo senso, trapanese è l’educazione del suo spirito: trapanese la tradizione a cui si riattacca la sua arte, ove si pensi che a Trapani, fin dal Cinquecento, era esistita quella mirabile lavorazione del corallo che, per un lungo periodo, alimentò di vita propria, le maestranze di corallari riconosciuta giuridicamente nel 1633.
Un secolo prima, però, un cronista dell’epoca, l’ Orlandini, scriveva: « I maestri corallari in una strada di venticinque botteghe lavorando fanno così onorata mostra che altro tale in tutta la Sicilia non si vede in Italia. Lavorano eglino il corallo con leggerissimo artificio… pulitezza… intagliandosi vaghissime immagini della Vergine Santissima, si mandano a lontani paesi e si presentano a gran principi ».
In quest’arte eccelsero due trapanesi Alberto e Andrea Tipa, di cui il Matera può considerarsi un discepolo, per quanto egli non abbia mai lavorato il corallo.
I pastori del Matera, i gruppi del Bongiovanni Vaccaro, gli oggetti di corallo sono, come abbiamo visto, opera di artigiani, ma ben di rado essi partecipano alla vita stessa del popolo, nel senso, che essi decorano una casa popolare o che, comunque, servono al popolo per i suoi usi. Sono oggetti d’eccezione, il cui smercio — come, infatti, avvenne per i pastori del Matera — era affidato a categorie sociali più alte.
Il Carretto Siciliano: Un Capolavoro di Scultura e Pittura
Alla vita del popolo ci conduce più direttamente la bottega del carradore. Come gli stazzuna la bottega dove si fabbricano e si costruiscono i carretti ha una tipica organizzazione nella quale insieme al proprietario, che è il datore di lavoro, vivono i garzoni, cioè i lavoratori, ciascuno dei quali ha affidato un compito.
Nel carretto si fondono la scultura e la pittura: ma in questa fusione, le cui materie prime sono il legno e il ferro, v’è l’eco di una tradizione artigiana tipicamente siciliana. Il prototipo del nostro carretto, se esso si considera soltanto come veicolo da carico è, indubbiamente, come ha dimostrato il Pace, il carro siceliota. La sua decorazione per i suoi colori si può far risalire all’epoca greca. La sua « architettura » è invece un’eredità arabo-normanno. Eppure il carretto, nella sua fattura odierna, è un’opera che non risale al di là dell’Ottocento.
Uno storico dell’architettura, il Capitò, ha già osservato, a proposito dell’architettura del nostro carretto, che «il tipico intaglio a forma di mandorla che gode fra gli artefici del carretto una speciale predilezione discende in linea diretta dagli archetti ogivali di quelle numerose e caratteristiche nicchiette che nell’architettura del secolo XII servirono principalmente a risolvere il problema di coprire sale quadrate con volte circolari » e aggiunge che le « architetture degli spigoli vivi trovano pure riscontro nei sistemi dei lobi e di mensolette di cui furono adornate e sorrette le cornici e le fasce delle costruzioni del 300 ».
L’opera dello scultore si rivela anche negli ornamenti di ferro battuto, i quali, qualche volta, hanno una indispensabile funzione utilitaria. Questi ornamenti costituiscono l’arabiseu: e arabiscu è una parola araba come arabo è il disegno, o per meglio dire l’insieme dei disegni che la parola indica; tanto è vero che « quello dei piccoli dischi è un motivo fondamentale dell’arte araba », il quale « oltre che nei lavori metallici lo si ritrova costantemente applicato nelle opere di ebanisteria, qui intercalato nella sagomatura di barre tornite, altrove situato agli incroci delle piccole molteplici maglie di traforate transenne ».
Questa tecnica si conserva — ed è l’espressione di un mirabile artigianato, ormai quasi scomparso — nelle inferriate di molti cancelli che si trovano in vecchie ville abbandonate o, ancor meglio, nelle inferriate degli antichi conventi siciliani. La lavorazione del ferro battuto ha, perciò, una tradizione illustre; nè fu senza significato che nei secoli XVI e XVII la costruzione dei letti di ferro fu detta alla siciliana.
All’opera dello scultore, in legno o in ferro, si unisce, nel carretto siciliano, l’opera del pittore, la cui tecnica, veramente mirabile, arricchisce e completa questo nostro modesto veicolo, il quale, qualche volta, è una vera e propria opera d’arte.
Ed eccoci, ad es., alle sponde del carretto, dove i paladini di Francia e gli eroi del ciclo brettone, venuti in Sicilia coi Normanni, sembrano confondersi in mezzo al popolo e partecipare alla vita del popolo. Le armature di Orlando e Rinaldo — armature che, ancor oggi sono soggetto di uno speciale artigianato — si confondono nei duelli. Luccicano gli occhi di Angelica. E Artù non è morto; egli non può mai morire, chè i Normanni lo portarono sull’Etna dove egli non ha una tomba ma una reggia.
A sopravvivenze Arabo-normanne ci richiamano, in fine, le bardature le quali arricchiscono e completano la decorazione del carretto. Molte di queste bardature ci ricordano l’oro della Cappella Palatina e del Duomo di Monreale. Altre, invece, ci ricordano le mirabili stoffe uscite dal tiraz palermitano.
L’Eredità del Tiraz Palermitano e la Nobile Arte del Ricamo
Col tiraz palermitano entriamo, decisamente, nel dominio dei lavori femminili. Il tiraz della Regia Normanna era un laboratorio dove si filava, si tesseva e si ricamava; il che, naturalmente, non significa che la filatura e la tessitura, in Sicilia, abbiano origini normanne, poichè furono i Greci, ad esempio, che dettero al telaio una forma più raffinata, mentre, allora, dire veste siciliana significava dire veste ricca e abbagliante. Non a torto, quindi — come ben nota il Pace — « la nobiltà che fece celebre il tiraz di Palermo trova il suo antefatto in una tradizione illustre e remota ».
A questa tradizione si collega l’arte del ricamo, la quale, nell’antichità greca, ebbe un’importanza notevolissima. Le donne greche ricamavano come ricamano, oggi, le nostre donne; e un vaso greco, ad esempio, ci rappresenta una ricamatrice seduta col telaietto sulle ginocchia intenta ad un lavoro di tappezzeria mentre un altro ci raffigura « alcune donne impiegate a ripiegare una stoffa ricamata ».
Nel tiraz palermitano rifiorirono queste antiche virtù; e Ugo Falcando nel descrivere, nel 1189, la città di Palermo non solo enumera le diverse qualità di lino e di seta, i guanti e le maglie che si lavoravano, ma descrive anche come intessuti di oro e di argento e lavorati con oro e perle, gli abiti delle regine, ornate, con questi abiti, come altari. Molti di questi elementi rimangono nel costume popolare siciliano ma il costume popolare — che è la più alta manifestazione dell’arte popolare — esce dai confini dell’artigianato, nel senso che esso non arriva mai al mercato.
Contro il Falso Rinnovamento: La Difesa del Tono Popolare
Così la nostra rassegna — rapida e fugace — è finita. Ed è l’ora di trarre una conclusione. Alcuni anni fa, in Italia era prevalsa la tendenza di ricorrere all’arte popolare per bandire un rinnovamento artistico nelle arti minori. Era prevalsa, cioè, la tendenza di creare un nuovo romanticismo, fuori epoca e fuori posto; sicchè, per restringere l’esame a casa nostra, il carretto siciliano fu preso come esempio per decorare sedie e soffitti, o, addirittura, per creare dei salottini i quali non erano nemmeno buone cose di pessimo gusto ma bensì pessime cose di pessimo gusto.
Contro questa tendenza non mancò, però, una reazione legittima. Così come nel romanticismo la poesia popolare non aveva creato una poesia d’arte — perchè nell’una e nell’altra quel che conta è il « tono » — anche in questo nuovo romanticismo del nostro Novecento l’arte popolare non servì, certo, a creare un’arte decorativa di nuovo stile, chè, anche qui, l’una e l’altra, l’arte popolare e l’arte aulica, mantennero il loro « tono » cioè le loro distanze di origine e di natura.
Un acuto studioso, l’Arata, non a torto, perciò, ammoniva i neofiti di tale pseudo rinnovamento con queste saggie parole: « Non pensiamo nemmeno che la sua verginia ingenuità (cioè l’ingenuità dell’arte popolare) possa inoculare nuova linfa nelle aride vene dell’attuale nostro virtuosismo. Pretendere di partire da queste forme casalinghe per dare una spinta a un rinnovamento artistico o trasformare questi semplici e ingenui accordi di linee e di colori con l’aggiungervi fioriture di motivi estranei alla loro natura significherebbe svalutare quell’arte o volerne la sostanziale degenerazione ».
Nè, d’altra parte, è meno erroneo il concetto che si possa o si debba sollevare l’arte popolare dal suo piano avviandola verso forme che l’artigiano non sente e alle quali, come avvien in certe zone (ad esempio ceramica popolare ed ebanisteria) egli è portato da un falso senso di speculazione. Quando l’artigiano eseguisce, infatti, una ceramica o un mobile disegnati da un artista, quando pure si tratti di un artista, egli ha già tolto alla sua ceramica e al suo mobile la loro funzione, poichè, con quel disegno che non è suo, egli s’è allontanato da quei motivi, nei quali si fondano e la vita e il calore di un popolo.
L’industria dei così detti oggetti d’arte ha, dovunque, indubbiamente, le sue giustificazioni. Ma ciò non esclude che in molti di questi oggetti, come ben notava lo Splengher, « non si capisce niente » e che in essi « non ha valore che il prezzo ». Sta di fatto ad ogni modo, quali posson esserne i fasti e i nefasti, che tale industria, da noi « non arrivò mai a sconvolgere le tranquille decorazioni che gli artefici si erano tramandati di generazione in generazione ».
L’Anima del Popolo: Il Vero Autore dell’Artigianato Siciliano
Sui solchi della tradizione, con lo sfondo di un’umanità secolare, l’artigiano siciliano, si impone, perciò, al nostro studio e alla nostra conoscenza per i suoi caratteri primigenici, per la sua singolare fisonomia, per quel suo tono, elementare eppure ricco di espressioni, che sono, appunto le doti essenziali di un artigianato sano e locale, regionale per la sua nascita e nella sua nascita, ma universale, come è sempre l’arte quando è veramente arte.
Alla creazione di questo artigianato, alla formazione dei suoi innumerevoli prodotti hanno contribuito milioni di anime oscure: uomini che non hanno mai sentito parlare di arte, tranne che per arte non si intenda il mestiere; donne che, inconsapevolmente, hanno nelle loro mani, con grazia del più squisito pennello, la gioia del colore che può a volte diventare calore d’arte; e gli uni e le altre, in campagna, a casa, nella loro bottega sono artefici di prodotti, la cui ricchezza è costituita dalla loro semplicità, il cui fascino è dovuto a un soffio di vita intima.
Non poche volte, è vero, dalla fila di queste anime oscure, esce colui che, coi suoi prodotti, riesce anche ad imporre il suo nome. Ma si tratta, indubbiamente, di casi eccezionali, perchè in fondo, l’artigianato siciliano, pur essendo, naturalmente, nei suoi singoli aspetti creato da una fantasia, cioè da un individuo, par quasi che abbia romanticamente un solo grande autore: il popolo siciliano, vale a dire un popolo che ha ventotto secoli di storia e cinque civiltà.
Giuseppe Cocchiara, Artigianato e arte popolare in Sicilia, in Sicilia elettrica, gennaio 1958


Agrigento. Restauro del Tempio della Concordia negli anni 1834-36