Le case a Girgenti alla fine dell’Ottocento
Abitare, povertà, gerarchie sociali e igiene urbana nella città siciliana tra il 1870 e il 1900
Abstract
Le abitazioni di Girgenti alla fine dell’Ottocento costituiscono un osservatorio privilegiato per comprendere la struttura sociale, economica e sanitaria della città. In uno spazio urbano ancora largamente modellato dall’impianto medievale, case terrane, ambienti rupestri, abitazioni sovrapposte lungo pendii scoscesi, botteghe con retrostanza, palazzi aristocratici e residenze borghesi convivevano a breve distanza. La casa non era soltanto un edificio: rappresentava la posizione occupata dalla famiglia nella gerarchia cittadina, il suo rapporto con il lavoro, l’accesso all’acqua, la disponibilità di mobilio, il grado di separazione dagli animali e la possibilità di difendersi dalle malattie.
Il punto di partenza della ricerca è una pagina dedicata alla provincia di Girgenti nei Risultati dell’inchiesta istituita da Agostino Bertani sulle condizioni sanitarie dei lavoratori della terra in Italia, pubblicati da Mario Panizza nel 1890. La fonte descrive famiglie contadine costrette in stanze di circa 48 metri cubi, talvolta composte da dieci persone, prive di letti e conviventi con animali, letame e strumenti di lavoro. Il documento è di eccezionale importanza, ma non può essere trasformato in una fotografia uniforme della città: riguarda soprattutto la popolazione agricola della provincia e aggrega informazioni raccolte mediante questionari compilati da medici e amministratori locali.
Ne emerge una Girgenti profondamente diseguale. Nei quartieri popolari e nelle abitazioni dei lavoratori la promiscuità era frequente; lungo la Via Atenea, presso il Duomo e nei nuovi spazi dell’espansione orientale si trovavano invece palazzi, case borghesi, alberghi e abitazioni dotate di più ambienti, balconi, decorazioni e, almeno in alcuni casi, allacciamenti idrici privati.
La casa girgentina di fine Ottocento non può quindi essere ridotta né al tugurio denunciato dagli igienisti né al palazzo celebrato dalle guide artistiche. Essa fu il prodotto di una città nella quale la modernizzazione infrastrutturale avanzava più lentamente della crescita demografica e non raggiungeva nello stesso modo tutti i gruppi sociali.
La fonte Risultati dell’inchiesta istituita da Agostino Bertani sulle condizioni sanitarie dei lavoratori della terra in Italia, di Mario Panizza, pubblicato a Roma nel 1890. Il volume, composto da 398 pagine, esamina alimentazione, condizioni di lavoro, malattie, abitazioni, acqua, fogne, nettezza pubblica e assistenza sanitaria nelle diverse province italiane.
Il documento appartiene al genere delle inchieste sociali e sanitarie dell’Italia postunitaria. È una fonte di straordinario valore perché registra condizioni che raramente compaiono negli atti notarili o nelle storie politiche. Presenta, tuttavia, alcuni limiti:
- riassume risposte provenienti da interlocutori differenti;
- aggrega situazioni appartenenti a comuni molto diversi;
- privilegia i lavoratori agricoli;
- utilizza categorie elaborate da medici e funzionari;
- tende a descrivere le condizioni peggiori per sottolineare l’urgenza delle riforme;
- riflette conoscenze epidemiologiche ancora in trasformazione.
Il testo deve quindi essere letto mediante una critica incrociata, confrontandolo con altre fonti: censimenti, deliberazioni comunali, descrizioni di viaggio, immagini, regolamenti edilizi, catasti, inventari domestici, atti sanitari e dati sulla distribuzione dell’acqua.
1. Girgenti nel 1881: una città compatta di circa ventimila abitanti
Per comprendere le case bisogna partire dalla popolazione e dalla forma urbana. Girgenti contava 17.194 abitanti nel 1861, 19.845 nel 1871 e 20.391 nel 1881. In quest’ultimo anno 19.380 persone risultavano concentrate nel centro urbano. Nel 1901 la popolazione comunale raggiunse 25.024 abitanti, dei quali 22.150 residenti nel centro.
I numeri mostrano una crescita moderata ma continua. Non si trattò dell’esplosione demografica di una grande città industriale; fu tuttavia sufficiente ad aumentare la pressione su un tessuto edilizio antico, difficilmente ampliabile e dotato di infrastrutture insufficienti.
La città si sviluppava su un crinale orientato approssimativamente da est a ovest. Le pendici settentrionali e meridionali imponevano forti dislivelli, salite, scalinate e percorsi tortuosi. Le abitazioni erano adattate alla morfologia: il piano che appariva terreno da una strada poteva diventare piano superiore rispetto al vicolo sottostante; i muri di sostegno potevano coincidere con pareti domestiche; terrazze e coperture di una casa potevano trovarsi quasi alla quota dell’ingresso di quella sovrastante.
Charles Contejean, giunto a Girgenti nel settembre 1882, descrisse strade strette, rampe ripide e scale. Nei quartieri alti notò grandi case con balconi di pietra, soprattutto nei pressi della Cattedrale. La sua testimonianza dimostra che la città non era formata esclusivamente da tuguri: all’interno del tessuto minuto emergevano edifici di notevole dimensione e qualità architettonica.
Una coppia di viaggiatori britannici, arrivata nel gennaio 1883, osservò invece case che si innalzavano bruscamente ai lati delle strade, senza un ordine regolare, e attribuì all’abitato un’impressione di povertà e sporcizia.
Le due descrizioni non si escludono. Contejean guardava anche agli edifici più importanti e alle istituzioni culturali; i viaggiatori inglesi erano colpiti dalla densità, dalla povertà visibile e dall’irregolarità. Entrambi registrarono la stessa caratteristica di fondo: una città verticale, costruita per sovrapposizioni e adattamenti piuttosto che secondo una maglia pianificata.
2. Il latifondo e l’assenza delle case sparse
Uno dei dati più importanti della fonte Panizza è la scarsità delle abitazioni isolate nelle campagne della provincia. Non si trattava di un accidente architettonico, ma di una conseguenza del sistema agrario.
Nelle aree dominate dal latifondo e dal bracciantato, i lavoratori risiedevano prevalentemente nei centri abitati e percorrevano ogni giorno lunghe distanze per raggiungere i campi. Le case rurali isolate erano rare, ad eccezione di masserie, fattorie padronali, ricoveri temporanei e strutture di servizio. Questo modello, largamente presente in Sicilia, differiva dalle regioni caratterizzate da piccola proprietà, mezzadria o conduzione diretta, nelle quali le famiglie tendevano a vivere sul fondo coltivato.
Il latifondo contribuiva quindi a produrre due fenomeni connessi:
- campagne relativamente vuote di popolazione stabile;
- paesi e città densamente abitati da lavoratori agricoli.
La rarefazione delle case rurali non deve essere interpretata come assenza di attività agricola. Al contrario, vasti territori erano coltivati e pascolati, ma la manodopera non vi risiedeva in modo permanente. La grande proprietà, la mancanza di strade, la scarsità di capitali, l’insicurezza delle campagne e l’insufficienza delle infrastrutture ostacolavano la costruzione di una rete diffusa di abitazioni coloniche.
Girgenti era così un centro amministrativo e, nello stesso tempo, un luogo di residenza per numerosi uomini legati al lavoro della terra. Il contadino non coincideva necessariamente con il proprietario di una casa rurale. Poteva abitare in un vano del centro urbano, uscire prima dell’alba, raggiungere il fondo a piedi o a dorso d’animale e rientrare la sera.
Questa organizzazione influenzava direttamente la casa. L’abitazione doveva contenere:
- la famiglia;
- abiti e provviste;
- strumenti agricoli;
- recipienti per acqua e derrate;
- animali da trasporto o da cortile;
- paglia, legna e materiali di lavoro;
- talvolta prodotti destinati alla vendita.
La casa popolare non era quindi soltanto residenza. Era deposito, ricovero, officina domestica e, in determinati casi, stalla.
L’assenza di una separazione moderna tra abitare, lavorare e custodire animali non derivava da una generica “arretratezza culturale”. Era una risposta obbligata alla povertà, alla mancanza di spazio, al sistema agrario e alla necessità di proteggere animali e beni.
3. L’inchiesta Bertani-Panizza e il quadro delle abitazioni contadine
La descrizione della provincia di Girgenti contenuta nell’inchiesta sanitaria è durissima. Le poche case sparse erano per lo più limitate al pianterreno. Nei centri abitati i contadini occupavano edifici a uno o due livelli, definiti dall’autore “tuguri”. Le stanze erano insufficienti rispetto al numero degli abitanti; un’intera famiglia poteva vivere in un ambiente di circa 48 metri cubi. Fino a dieci persone potevano dividere tale spazio e alcune dormivano sul pavimento per mancanza di letti.
Il dato dei 48 metri cubi deve essere interpretato correttamente. Non indica la superficie, ma il volume dell’ambiente. Una stanza di quattro metri per quattro, alta tre metri, avrebbe esattamente tale capacità. Con dieci abitanti, la disponibilità media sarebbe stata di appena 4,8 metri cubi per persona.
Il sovraffollamento aveva conseguenze molteplici:
- ricambio d’aria insufficiente;
- umidità prodotta dalla respirazione;
- impossibilità di isolare gli ammalati;
- maggiore circolazione di infezioni respiratorie;
- promiscuità tra adulti e bambini;
- assenza di riservatezza;
- difficoltà nel conservare alimenti e biancheria;
- rapida contaminazione delle superfici.
La stalla, quando esisteva, faceva corpo con l’abitazione. In altri casi un solo vano accoglieva persone, animali e materiali. Il letame poteva essere accumulato nello spazio destinato agli animali e, quando mancava una separazione interna, vicino alla zona del riposo.
Non si trattava necessariamente di una massa di concime collocata accanto a un letto nel senso borghese del termine. La stessa fonte osserva che molti non possedevano letti e dormivano a terra. L’ambiente doveva quindi essere continuamente riconfigurato: durante il giorno spazio di lavoro e custodia; durante la notte luogo del sonno.
Il rapporto sanitario interpreta tali condizioni come fattori di diffusione delle malattie. Individua nella casa, nei contatti diretti, negli oggetti contaminati, nell’acqua, nella sporcizia personale e nell’assenza di fogne i principali strumenti attraverso i quali le infezioni potevano propagarsi.
La denuncia non deve tuttavia trasformarsi in un giudizio morale sugli abitanti. La povertà domestica non era la conseguenza di una libera scelta tra pulizia e sudiciume. Una famiglia priva di acqua corrente, servizi igienici, pavimenti impermeabili, stanze separate, scarichi e denaro per acquistare mobilio non poteva adottare gli standard prescritti dalla medicina borghese.
Il linguaggio dell’inchiesta contiene una tensione costante. Da una parte riconosce che molte cause di malattia potevano essere eliminate mediante interventi pubblici; dall’altra descrive i comportamenti popolari con espressioni di riprovazione. L’igienismo ottocentesco fu contemporaneamente una scienza di riforma e uno strumento di classificazione sociale.
4. Non una casa, ma più tipi di abitazione
La fonte sanitaria non autorizza a immaginare che tutti i girgentini vivessero in un solo vano con un animale. La città presentava almeno cinque grandi tipologie abitative.
| Tipologia | Abitanti prevalenti | Caratteristiche probabili | Rapporto con il lavoro |
| Casa terrana monocellulare | Braccianti, poveri, lavoratori precari | Un vano, ingresso diretto dalla strada, scarsa ventilazione, pavimento semplice | Deposito di strumenti, derrate e talvolta animali |
| Casa popolare a due livelli | Artigiani, piccoli commercianti, famiglie agricole | Ambiente inferiore di servizio o bottega, vano superiore per il riposo | Lavoro e abitazione nello stesso edificio |
| Casa con bottega | Artigiani e commercianti | Locale aperto sulla strada, retrobottega, deposito e abitazione sovrapposta | Integrazione completa tra produzione e vita familiare |
| Casa borghese | Professionisti, funzionari, commercianti agiati | Più stanze, balconi, cucina separata, arredi, possibilità di allaccio idrico | Separazione crescente tra spazio domestico e professionale |
| Palazzo aristocratico o grande residenza | Nobiltà, grandi proprietari, imprenditori | Cortili, scale, saloni, ambienti di servizio, abitazioni per domestici | Rappresentazione del rango e amministrazione patrimoniale |
Una ricostruzione urbanistica presente nel Drive descrive il tessuto connettivo di Girgenti come formato in larga parte da case terrane o edifici di due piani, costruiti con pietrame e leganti a base di gesso e argilla. Da questa massa edilizia di modesta altezza emergevano palazzi aristocratici, chiese, monasteri e strutture pubbliche.
Il dato deve essere verificato attraverso rilievi murari e capitolati, ma risulta coerente con la disponibilità locale dei materiali. La calcarenite veniva utilizzata per cantonali, aperture, balconi e parti strutturali; pietrame meno regolare poteva formare le murature ordinarie; il gesso, ampiamente disponibile nel territorio agrigentino, serviva come legante e intonaco.
Nelle case più povere la facciata poteva essere quasi priva di elementi decorativi. Una porta, una piccola finestra, qualche mensola, un gradino e un tetto o terrazzo costituivano l’intero prospetto. Le superfici esterne potevano essere intonacate oppure lasciare visibili pietre, rappezzi e ricostruzioni.
La casa a due livelli non era necessariamente più confortevole. Il vano inferiore poteva essere buio, umido e destinato ad animale, deposito o bottega. Il piano superiore, raggiunto mediante scala interna o esterna, offriva maggiore aerazione ma poteva avere coperture precarie e dimensioni ridotte.
La sovrapposizione verticale consentiva di utilizzare un lotto minimo. La casa cresceva più facilmente in altezza che in larghezza, seguendo la pendenza e i confini irregolari delle proprietà. Il risultato era un tessuto nel quale muri divisori, scale e passaggi potevano essere condivisi da più nuclei familiari.
5. La casa terrana: l’unità minima dell’abitare popolare
La casa terrana era un’abitazione con accesso diretto dal piano stradale. Il termine non implica automaticamente una costruzione isolata o rurale. Poteva trattarsi di un vano inserito al piano inferiore di un edificio più complesso, affacciato su un vicolo, su un cortile o su una scalinata.
Il suo principale vantaggio era il costo ridotto. Non richiedeva scale articolate, grandi strutture o decorazioni. Poteva essere costruita su un piccolo lotto e adattata a margini, sottoscala e dislivelli.
Gli svantaggi erano considerevoli:
- maggiore esposizione all’umidità del terreno;
- ingresso di acqua e fango durante le piogge;
- ventilazione limitata;
- illuminazione insufficiente;
- contatto diretto con polvere, rifiuti e animali della strada;
- scarsa protezione dalle esalazioni dei canali di scolo;
- impossibilità di separare funzioni diverse.
La porta rappresentava spesso la principale apertura. Tenerla aperta significava ottenere luce e aria, ma anche esporre l’interno allo sguardo pubblico. Chiuderla garantiva una minima riservatezza, riducendo però ventilazione e illuminazione.
Il rapporto tra casa e strada era pertanto molto più intenso di quello caratteristico dell’abitazione contemporanea. Parte della vita domestica si svolgeva sulla soglia: preparazione di alimenti, pulizia degli utensili, riparazione degli attrezzi, conversazioni, sorveglianza dei bambini e piccoli lavori.
La strada funzionava come estensione della casa. Questo non significa che fosse uno spazio ordinato o igienicamente sicuro. Il rapporto Panizza denuncia il lancio dei rifiuti dalle finestre e la presenza continua degli animali. Nelle vie non servite da fogne o da regolari sistemi di raccolta, il confine tra spazio domestico e scarico pubblico risultava estremamente debole.
La casa terrana era anche un luogo vulnerabile rispetto alle variazioni climatiche. Le murature spesse potevano attenuare il caldo estivo, ma l’umidità invernale, la scarsa esposizione al sole e la difficoltà di asciugare indumenti e lettiere favorivano condizioni malsane.
Il focolare, quando presente, produceva fumo e fuliggine. In assenza di una canna fumaria efficiente, l’apertura della porta e della finestra costituiva l’unico sistema di espulsione. La combustione di legna, residui vegetali o altri materiali contribuiva a peggiorare la qualità dell’aria interna.
6. Dormire senza letti: spazio, mobilio e gerarchie familiari
L’affermazione secondo la quale alcune famiglie non possedevano letti non deve essere interpretata come semplice mancanza di un mobile. Il letto ottocentesco completo richiedeva una struttura, un pagliericcio o materasso, biancheria e spazio permanente. In un vano utilizzato durante il giorno per lavorare, cucinare e custodire beni, mantenerlo sempre montato poteva risultare impossibile.
Il sonno poteva essere organizzato mediante stuoie, sacchi, coperte, pagliericci mobili o giacigli disposti la sera e rimossi al mattino. La fonte non specifica tali soluzioni e non è corretto ricostruirle come uniformi; ciò che documenta è l’assenza di posti letto sufficienti e l’uso del pavimento.
La disposizione notturna rifletteva probabilmente le gerarchie interne. Età, sesso, salute e autorità familiare potevano determinare la posizione occupata. I bambini piccoli dormivano con gli adulti; anziani e ammalati avevano bisogno di maggiore protezione; adolescenti e giovani non disponevano necessariamente di spazi separati.
Il sovraffollamento annullava quasi interamente la privacy. Nascita, malattia, sessualità, morte e conflitti familiari si svolgevano nello stesso ambiente. La distinzione tra camera da letto, cucina e soggiorno, centrale nella cultura domestica borghese, non aveva significato per chi possedeva un solo vano.
La mancanza di mobili non era soltanto un indice di povertà. Riduceva anche la capacità di conservare e proteggere gli oggetti. Abiti, alimenti, documenti, utensili e biancheria dovevano essere riposti in casse, sacchi, nicchie o mensole. La contaminazione da polvere, insetti, roditori e umidità era difficile da evitare.
La disponibilità di una cassa poteva avere grande valore. Essa custodiva il corredo, gli abiti festivi, il denaro, le carte e gli oggetti considerati preziosi. Nel mondo popolare il patrimonio domestico non si misurava dal numero delle stanze soltanto, ma dalla possibilità di possedere e difendere qualche bene mobile.
7. Famiglia e animali nello stesso edificio
La compresenza di persone e animali è uno degli aspetti più impressionanti della fonte sanitaria. Per comprenderla occorre considerare il valore economico degli animali.
Un mulo, un asino, una capra o un maiale rappresentavano:
- forza di trasporto;
- strumento di lavoro;
- fonte di latte o carne;
- bene vendibile;
- forma di risparmio;
- condizione necessaria per raggiungere i campi.
Lasciare l’animale all’esterno significava esporlo a furti, malattie e intemperie. La stalla incorporata nell’abitazione offriva sicurezza, soprattutto nei quartieri nei quali non esistevano strutture collettive.
Il problema nasceva dall’assenza di una separazione efficace. Gli animali producevano escrementi, umidità, odori, insetti e calore. Il letame aveva valore come concime e non veniva considerato un semplice rifiuto: conservarlo era economicamente razionale. Mancavano però luoghi adeguati nei quali accumularlo.
La casa contadina era quindi inserita in un ciclo materiale:
- l’animale consumava foraggio;
- produceva forza di lavoro e letame;
- il concime veniva conservato;
- il materiale era trasportato nei campi;
- i prodotti agricoli rientravano nell’abitazione.
L’igienista vedeva soprattutto il rischio sanitario; la famiglia vedeva una risorsa indispensabile. Entrambi i punti di vista erano reali.
La riforma non poteva consistere nella semplice proibizione della presenza animale. Avrebbe richiesto:
- stalle separate ma vicine;
- spazi di deposito;
- raccolta e trasporto del letame;
- sicurezza contro i furti;
- disponibilità di terreni e capitali;
- riorganizzazione dell’intero sistema agricolo.
La permanenza degli animali nelle strade, denunciata nell’inchiesta, trasformava inoltre lo spazio pubblico. Asini, muli, capre, carri e greggi non erano elementi pittoreschi: costituivano parte del sistema produttivo urbano. Le vie di Girgenti erano attraversate quotidianamente da persone e animali diretti verso campagne, mercati e magazzini.
8. La bottega-casa degli artigiani e dei piccoli commercianti
Tra il tugurio agricolo e il palazzo esisteva un vasto mondo di abitazioni miste. Artigiani, venditori, vasai, falegnami, calzolai, sarti, fabbri e piccoli commercianti lavoravano spesso nello stesso edificio nel quale vivevano.
Il locale affacciato sulla strada svolgeva la funzione di bottega. Il retro, il soppalco o il piano superiore erano destinati alla famiglia. Merci, materie prime e utensili occupavano una parte consistente dello spazio.
La casa con bottega presentava alcuni vantaggi:
- eliminava il costo di un secondo locale;
- consentiva il controllo continuo delle merci;
- coinvolgeva familiari e apprendisti;
- permetteva di servire i clienti direttamente dalla strada;
- rendeva il lavoro compatibile con la cura dei bambini.
Presentava però rischi specifici. Fumi, polveri, solventi, metalli, tessuti e materiali combustibili potevano contaminare gli ambienti domestici. Il rumore del lavoro si sovrapponeva alla vita familiare; apprendisti e clienti entravano in uno spazio solo parzialmente privato.
Le attività alimentari richiedevano depositi e recipienti. In assenza di acqua corrente e sistemi di refrigerazione, la conservazione dipendeva da sale, essiccazione, ventilazione, cantine, giare e consumo rapido.
L’organizzazione verticale dell’edificio rifletteva una graduazione funzionale:
- strada: vendita e relazione con il pubblico;
- vano interno: produzione e deposito;
- piano superiore: riposo e vita familiare;
- terrazzo o copertura: asciugatura, conservazione, lavori domestici.
Questo modello contribuiva alla vitalità delle strade, ma rendeva difficile applicare la separazione igienica tra attività produttive e residenza prescritta dagli esperti.
9. Palazzi e grandi case: l’altra Girgenti
Limitare la città alle abitazioni popolari produrrebbe un’immagine falsa. Girgenti era capoluogo di provincia, sede vescovile, giudiziaria, scolastica e amministrativa. Vi risiedevano proprietari terrieri, professionisti, funzionari, commercianti, imprenditori dello zolfo ed ecclesiastici.
Contejean notò presso la Cattedrale grandi case dotate di balconi di pietra. La Via Atenea e le aree adiacenti ospitavano residenze appartenenti a famiglie aristocratiche e borghesi, tra gli altri, Palazzo Costa, Palazzo Celauro, Palazzo Borsellino e le dimore delle famiglie Genuardi, Schifano, Contarini, Sala e Giambertoni.
Le grandi case potevano comprendere:
- ingresso e scala monumentale;
- cortile;
- saloni di rappresentanza;
- camere da letto separate;
- cucina;
- dispense;
- ambienti per la servitù;
- depositi;
- terrazze e giardini;
- studi professionali e archivi familiari.
L’organizzazione degli spazi traduceva la gerarchia sociale. Il piano nobile era destinato ai proprietari; piani inferiori, ammezzati o corpi secondari potevano ospitare personale di servizio, depositi e attività amministrative.
La facciata era un mezzo di rappresentazione. Balconi, mensole, portali, cornici e stemmi comunicavano ricchezza e prestigio. L’allineamento lungo le strade principali permetteva alla famiglia di partecipare alla vita pubblica mantenendo la distanza sociale.
Il balcone aveva una funzione centrale. Consentiva di osservare processioni, cortei e manifestazioni senza scendere in strada. Durante la visita dei sovrani nel 1881, le case furono decorate e i balconi divennero parte della scenografia pubblica. Le fonti ricordano vie ripulite, edifici addobbati e interventi realizzati in occasione dell’arrivo reale.
La decorazione straordinaria nascondeva temporaneamente le condizioni ordinarie della città. Il contrasto tra facciate preparate per l’evento e problemi quotidiani costituisce una dinamica ricorrente: l’amministrazione investiva nella rappresentazione quando Girgenti doveva essere mostrata a visitatori illustri.
Le case borghesi cominciavano inoltre a separare in modo più netto le funzioni. Il ricevimento degli ospiti, il lavoro professionale, il sonno, la preparazione del cibo e il servizio domestico occupavano ambienti diversi. Tale articolazione era l’opposto della stanza unica denunciata dall’inchiesta.
10. Via Atenea e quartieri interni: geografia della disuguaglianza
L’inchiesta Panizza introduce una distinzione fondamentale: le vie principali di Girgenti disponevano di condizioni migliori rispetto al resto dell’abitato. La formulazione suggerisce che fogne, pulizia e interventi municipali fossero concentrati negli assi di maggiore visibilità.
La Via Atenea costituiva il principale percorso urbano. Nella seconda metà dell’Ottocento fu oggetto di rettificazioni, abbassamenti, allineamenti e trasformazioni destinate a conferirle un aspetto più regolare. Una ricostruzione presente nel Drive colloca nel 1867 un importante intervento di sistemazione.
La modernizzazione della strada principale produceva un effetto selettivo. Migliorava il transito, valorizzava gli edifici affacciati sull’asse e offriva una vetrina urbana; non trasformava automaticamente i vicoli retrostanti.
Pochi metri potevano separare:
- una facciata decorata da un vano umido;
- un palazzo da una casa terrana;
- una strada illuminata da un cortile privo di scarico;
- un’abitazione allacciata all’acquedotto da una famiglia costretta a rifornirsi alla fontana.
La geografia sociale non coincideva perfettamente con quella altimetrica. I quartieri alti potevano contenere palazzi ecclesiastici e dimore prestigiose, ma anche abitazioni minute addossate alle grandi strutture. Le zone più basse potevano ospitare attività mercantili, botteghe e residenze di diversa qualità.
La città non era divisa in compartimenti omogenei. Le differenze si manifestavano edificio per edificio, piano per piano e talvolta all’interno dello stesso palazzo.
Un grande proprietario poteva abitare il piano nobile e affittare vani inferiori a famiglie meno agiate. Un monastero soppresso poteva essere trasformato in ufficio, carcere, scuola o alloggio. Una casa aristocratica decaduta poteva essere frazionata. Il patrimonio edilizio era continuamente adattato alle necessità.
11. L’acqua di Racalmari: infrastruttura moderna e accesso diseguale
Uno dei principali interventi ottocenteschi fu la condotta delle acque di Racalmari, provenienti da un’area distante circa undici chilometri dalla città. Secondo i materiali raccolti nel diario di Vincenzo Bonfiglio, i lavori iniziarono nel 1863 e furono completati nell’ottobre 1865, con una spesa superiore a mezzo milione di lire.
Una descrizione del 1891 celebrava l’acqua come limpida e abbondante e affermava che fosse distribuita attraverso fontane pubbliche e diramazioni dirette verso abitazioni private, raggiungendo anche edifici posti nelle parti elevate della città.
La celebrazione dell’acquedotto non deve essere confusa con un accesso universale all’acqua corrente. Nel 1879 un consigliere comunale proponeva ancora interventi per la conduttura interna. La persistenza del problema indica che portare l’acqua nell’abitato non equivaleva a distribuirla in ogni casa.
Bisogna distinguere:
- adduzione dalla sorgente alla città;
- serbatoi e fontane pubbliche;
- rete di distribuzione stradale;
- allacciamento privato;
- impianto interno all’abitazione;
- scarico delle acque usate.
Una famiglia poteva vivere in una città dotata di acquedotto e continuare a trasportare l’acqua mediante brocche. L’allacciamento richiedeva tubazioni, opere murarie e pagamento. Le case povere, in affitto o situate nei vicoli più difficili, erano probabilmente le ultime a beneficiare della distribuzione diretta.
La quantità d’acqua disponibile incideva su ogni aspetto della vita domestica:
- bere;
- cucinare;
- lavare alimenti e recipienti;
- pulire pavimenti;
- lavare indumenti;
- curare gli ammalati;
- rimuovere deiezioni;
- abbeverare gli animali.
La prescrizione igienica della pulizia assumeva un significato diverso a seconda della distanza dalla fontana. Ogni litro doveva essere trasportato, spesso da donne e bambini, lungo salite e scale. L’acqua utilizzata per bere aveva un valore superiore a quella destinata al lavaggio.
La casa borghese allacciata alla rete e il tugurio dipendente dalla fontana appartenevano allo stesso sistema urbano, ma vivevano due modernità differenti.
12. Fogne, rifiuti e il sottosuolo della città
La pagina di Panizza afferma che, fatta eccezione per alcune vie principali di Girgenti, Bivona e Santa Margherita di Belice, la provincia era sostanzialmente priva di fogne; soltanto sette centri disponevano di scoli per le acque piovane.
Il termine fogna era usato dagli igienisti in senso preciso: non un semplice canale per la pioggia, ma un sistema capace di ricevere e trasportare anche le acque di rifiuto delle case, evitando la contaminazione del sottosuolo.
Molti antichi canali urbani erano nati per allontanare l’acqua meteorica. In una città costruita su forti pendenze, la pioggia poteva trasformare le vie in torrenti. Gli scoli seguivano la gravità, ma non costituivano necessariamente una rete chiusa e impermeabile.
Le acque sporche potevano essere:
- gettate sulla strada;
- versate in canalette superficiali;
- raccolte in pozzi o fosse;
- disperse nel terreno;
- convogliate in antichi condotti;
- scaricate lungo pendii e valloni.
Ogni soluzione presentava rischi. I canali aperti producevano odori e contaminazione; le fosse potevano infiltrare nel sottosuolo; il lancio dalla finestra esponeva passanti e vicini; i condotti non mantenuti potevano ostruirsi o provocare cedimenti.
L’inchiesta denuncia l’abitudine di gettare immondizie dalle finestre. La frase non deve essere letta come prova di un comportamento indistinto di tutta la popolazione. Descrive piuttosto l’assenza di un servizio regolare capace di offrire un’alternativa.
La produzione domestica di rifiuti era inferiore a quella contemporanea, ma non trascurabile. Comprendeva cenere, residui alimentari, cocci, stracci, paglia, carcasse di piccoli animali, deiezioni e materiali delle attività artigianali.
Molti residui venivano riutilizzati. La cenere serviva per lavaggi e altre operazioni; gli avanzi alimentavano gli animali; il letame fertilizzava i campi; tessuti e metalli venivano recuperati. La parte non riutilizzabile finiva tuttavia nello spazio pubblico.
La legge sanitaria del 22 dicembre 1888, entrata in vigore l’8 gennaio 1889, attribuì la tutela della salute pubblica al ministro dell’Interno e, sul territorio, a prefetti, sottoprefetti e sindaci. Conteneva uno specifico titolo dedicato all’igiene del suolo e dell’abitato.
Il regolamento esecutivo fu approvato con regio decreto del 9 ottobre 1889. La riforma costituì un passaggio decisivo nella costruzione dell’amministrazione sanitaria italiana, ma una norma nazionale non poteva creare immediatamente reti fognarie nei comuni privi di risorse.
Alla fine del secolo Girgenti si trovava quindi in una fase di transizione: lo Stato definiva standard più rigorosi, mentre gran parte dell’abitato restava dipendente da infrastrutture incomplete.
13. Casa e malattia: ciò che l’inchiesta aveva compreso
Il rapporto Panizza collega correttamente il sovraffollamento, la promiscuità, l’acqua contaminata, la sporcizia e l’assenza di scarichi alla diffusione delle infezioni.
La casa monocellulare rendeva difficile isolare un ammalato. Tutti utilizzavano gli stessi recipienti, toccavano le stesse superfici e respiravano nello stesso ambiente. La biancheria non poteva essere lavata o asciugata con facilità. In presenza di bambini, anziani o persone denutrite, il rischio aumentava.
Le malattie potenzialmente favorite da tali condizioni comprendevano:
- infezioni respiratorie;
- tubercolosi;
- malattie gastrointestinali;
- febbri tifoidi;
- parassitosi intestinali;
- scabbia;
- dermatosi;
- infezioni infantili;
- complicazioni del puerperio.
Non è possibile attribuire automaticamente un caso individuale a un’abitazione. La salute dipendeva anche da alimentazione, lavoro, reddito, accesso alle cure e condizioni ambientali. La casa agiva però come moltiplicatore dei rischi.
L’inchiesta mostrava una comprensione relativamente avanzata del contagio mediante microrganismi e oggetti contaminati. Parlava di secrezioni, deiezioni, polvere, alimenti e contatti diretti o indiretti.
Il testo presenta invece un errore importante a proposito della malaria, considerata ancora legata al suolo e trasmessa ordinariamente attraverso l’aria. Tale convinzione apparteneva alla scienza del tempo. La trasmissione della malaria umana mediante zanzare del genere Anopheles fu dimostrata soltanto nel 1898-1899 dalle ricerche di Giovanni Battista Grassi, Amico Bignami e Giuseppe Bastianelli, dopo i lavori di Ronald Ross.
Questo errore non annulla il valore dell’inchiesta. Mostra che il documento si colloca in una fase di passaggio tra teoria miasmatica e batteriologia. La medicina aveva compreso il ruolo della contaminazione, ma non conosceva ancora tutti i vettori.
La critica storica deve evitare due opposti anacronismi:
- giudicare gli autori incapaci perché ignoravano scoperte successive;
- accettare come scientificamente valide tutte le loro spiegazioni.
La fonte è attendibile quando registra sovraffollamento, assenza di fogne e commistione con animali; è superata quando identifica l’origine della malaria nell’aria proveniente dal suolo.
14. Nutrizione, lavoro e fragilità dell’organismo
La stessa abitazione produce effetti diversi su persone ben nutrite o denutrite. I lavoratori agricoli della provincia erano esposti a fatiche intense, redditi incerti e alimentazione poco variata. L’inchiesta Bertani non considerava la casa isolatamente, ma la inseriva in un sistema comprendente nutrizione, lavoro e malattia.
Il contadino che rientrava dopo una lunga giornata non trovava necessariamente un ambiente di recupero. Poteva dover dividere il vano con numerose persone, animali, fumo e materiali. Il sonno era disturbato; l’umidità aggravava i problemi respiratori; la mancanza d’acqua rendeva difficile la pulizia.
La casa non compensava la durezza del lavoro: la prolungava.
Il problema riguardava in particolare i bambini. Essi crescevano in ambienti affollati, partecipavano precocemente ai lavori domestici e agricoli e potevano essere esposti a infezioni ripetute. La mortalità infantile non può essere spiegata soltanto dall’abitazione, ma la qualità dello spazio domestico era una componente decisiva.
Le donne affrontavano una pressione ulteriore. Dovevano preparare il cibo, procurare e trasportare l’acqua, assistere bambini e anziani, pulire, conservare le provviste e, spesso, contribuire alla produzione economica. In un vano unico ogni attività interferiva con le altre.
L’igienista poteva ordinare di lavare più spesso la casa e la biancheria; non considerava sempre il tempo e il lavoro necessari per portare l’acqua, asciugare gli indumenti e smaltire i liquidi.
La povertà abitativa era quindi anche una forma di povertà di tempo. La mancanza di infrastrutture trasferiva sulle famiglie, soprattutto sulle donne, il costo materiale dei servizi assenti.
15. Le donne e la gestione invisibile della casa
La maggior parte delle fonti amministrative fu scritta da uomini: medici, prefetti, sindaci, ingegneri, proprietari e viaggiatori. Le donne compaiono raramente come soggetti della descrizione, nonostante fossero responsabili di gran parte della gestione domestica.
Per ricostruire il loro ruolo occorre leggere indirettamente gli spazi e gli oggetti. La presenza di recipienti, focolari, casse, utensili, tessuti e provviste rimanda a una sequenza continua di lavori:
- raccolta dell’acqua;
- accensione e alimentazione del fuoco;
- preparazione del pane e dei pasti;
- cura degli animali;
- pulizia degli ambienti;
- trattamento della biancheria;
- assistenza ai malati;
- sorveglianza dei bambini;
- riparazione degli abiti;
- conservazione degli alimenti.
Nella casa monocellulare non esisteva un ambiente specifico per ciascuna attività. Il lavoro domestico consisteva anche nel trasformare continuamente l’uso dello spazio.
La mattina bisognava rimuovere i giacigli, liberare il pavimento, accendere il fuoco, organizzare i recipienti e permettere il passaggio. La sera l’ordine veniva nuovamente modificato per il sonno.
La soglia e la strada offrivano luce, aria e relazioni. Le donne potevano svolgere alcune operazioni all’esterno, parlare con le vicine e controllare i bambini. Tale uso collettivo attenuava l’isolamento, ma esponeva la vita privata allo sguardo del quartiere.
Nelle case borghesi la separazione degli ambienti non eliminava il lavoro; lo nascondeva. Cucine, dispense e stanze della servitù erano collocate lontano dai saloni. La pulizia e la preparazione dei pasti venivano affidate a domestiche, spesso provenienti dagli stessi gruppi popolari che vivevano nei vani descritti dagli igienisti.
La grande casa e il tugurio erano quindi collegati anche attraverso il lavoro femminile. La comodità di una famiglia agiata poteva dipendere da una donna che, terminato il servizio, rientrava in un’abitazione molto più povera.
16. Bambini, cortili e strade
Per i bambini delle famiglie sovraffollate la strada rappresentava il principale spazio di movimento. La casa offriva poco posto per giocare, studiare o stare separati dagli adulti. Cortili, scalinate, slarghi e soglie diventavano ambienti della socializzazione.
La presenza infantile nello spazio pubblico non deve essere idealizzata. Le strade erano percorse da animali e carri; potevano contenere rifiuti, fango e acque sporche; mancavano aree protette.
Il bambino imparava presto a muoversi in una città verticale, riconoscendo scale, passaggi e vicoli. La conoscenza dello spazio era una competenza necessaria per trasportare acqua, consegnare oggetti, accompagnare animali o svolgere piccoli lavori.
La promiscuità domestica rendeva difficile anche l’istruzione. Leggere e scrivere richiedevano luce, silenzio, tempo e una superficie di appoggio. Nelle famiglie prive di tali risorse la scuola entrava in conflitto con le necessità immediate della casa.
Le differenze tra bambini di ceti diversi cominciavano quindi dall’ambiente domestico. Il figlio del professionista poteva disporre di una stanza, libri e illuminazione; quello del bracciante divideva lo spazio con l’intera famiglia.
L’abitazione contribuiva così alla riproduzione delle gerarchie sociali. Non determinava automaticamente il destino individuale, ma distribuiva in modo diseguale possibilità di riposo, salute e istruzione.
17. Viaggiatori stranieri: testimonianze utili e sguardo orientalista
Le descrizioni di viaggio sono fonti importanti, ma pericolose. Gli stranieri registravano particolari che gli abitanti consideravano ordinari; nello stesso tempo cercavano spesso il contrasto tra la grandezza dei templi e la povertà della città moderna.
La coppia inglese del 1883 descrisse strade tortuose, case sporche, costruzioni prive di ordine e un’atmosfera di povertà. Notò però anche l’allegria degli abitanti e la presenza di una cultura popolare legata alle decorazioni dei carretti.
Contejean, nel 1882, offrì un quadro più articolato. Vide case importanti presso la Cattedrale, istituzioni scolastiche ben organizzate, un albergo confortevole e un nuovo boulevard ancora incompleto. Descrisse contemporaneamente scalzi, poveri, strade ripide e caffè modesti.
Le differenze dipendono da itinerari, sensibilità e aspettative. Il viaggiatore che arrivava per visitare i templi confrontava Girgenti con città francesi, britanniche o dell’Italia settentrionale. L’irregolarità poteva apparirgli mancanza di metodo; per gli abitanti era il risultato di secoli di adattamento al terreno.
Lo sguardo orientalista trasformava facilmente la Sicilia in un luogo arretrato, pittoresco e immobile. Case povere, animali e strade affollate diventavano elementi di una scena esotica. La miseria reale veniva così estetizzata.
La critica delle fonti non impone di respingere tali descrizioni. Richiede di utilizzarle per ciò che possono dimostrare:
- impressione prodotta sul visitatore;
- forma visibile delle strade;
- presenza di differenti tipi edilizi;
- relazione tra città e paesaggio;
- percezione della povertà.
Non possono invece fornire dati affidabili sulla percentuale delle case malsane, sul numero degli abitanti per stanza o sulla distribuzione sociale dell’acqua.
18. La fotografia come fonte: cosa mostra e cosa nasconde
La fotografia di Giorgio Sommer offre una testimonianza materiale dell’aspetto urbano tra il 1870 e il 1880. La città appare come un organismo compatto, appoggiato al crinale e distinto dalle superfici agricole.
L’immagine permette di osservare:
- densità del nucleo urbano;
- prevalenza di volumi bassi e medi;
- emergenza delle strutture religiose e pubbliche;
- continuità delle coperture;
- rapporto tra città e campagna;
- limitata presenza di case rurali isolate nel campo visivo.
Non permette di stabilire:
- numero degli occupanti;
- distribuzione interna delle stanze;
- qualità dell’acqua;
- stato dei pavimenti;
- presenza di animali;
- condizioni sanitarie;
- proprietà e uso dei singoli edifici.
La fotografia ottocentesca non era neutrale. Il punto di ripresa, il tempo di esposizione e la destinazione commerciale orientavano la composizione. Sommer realizzava vedute destinate a viaggiatori e collezionisti; cercava una rappresentazione riconoscibile e monumentale.
L’assenza di persone chiaramente visibili non significa che le strade fossero vuote. I tempi tecnici potevano cancellare i soggetti in movimento. La fotografia documenta soprattutto gli elementi immobili.
Il confronto tra fotografie, catasti e descrizioni può però offrire risultati di grande interesse. La fotogrammetria storica permetterebbe di ricostruire altezze, volumi scomparsi e trasformazioni delle cortine edilizie.
19. Il regolamento edilizio e i tentativi di modernizzazione
Il Regolamento del Consiglio edilizio di Girgenti del 1858 introdusse norme relative ad allineamenti e ornato. L’informazione deve essere verificata sull’originale, ma si inserisce nel generale processo ottocentesco di regolazione delle costruzioni.
I regolamenti edilizi tendevano a disciplinare:
- allineamento delle facciate;
- altezza degli edifici;
- sicurezza delle murature;
- aperture verso le strade;
- balconi e sporgenze;
- scarichi;
- occupazione del suolo pubblico;
- ricostruzione degli edifici pericolanti;
- decoro delle vie principali.
La capacità di applicare le norme era però limitata. Il Comune doveva confrontarsi con proprietà frammentate, carenza di personale tecnico, opposizione dei proprietari e costi elevati.
Una casa malsana non poteva essere demolita senza offrire un’alternativa agli abitanti. L’imposizione di requisiti più severi poteva aumentare i canoni o spingere i poveri verso ambienti ancora più marginali.
La modernizzazione urbana procedeva soprattutto negli spazi rappresentativi. Via Atenea, Porta di Ponte, la Passeggiata e gli edifici pubblici ricevevano maggiore attenzione. Il tessuto interno veniva modificato lentamente, attraverso interventi puntuali.
Il risultato era una città a due velocità:
- una Girgenti visibile, regolarizzata e decorata;
- una Girgenti interna, adattata, sovraffollata e scarsamente servita.
20. La casa e l’economia dello zolfo
La crescita dell’industria zolfifera influenzò indirettamente il mercato abitativo. Girgenti ospitava proprietari, intermediari, professionisti, tecnici e funzionari legati alle miniere, mentre Porto Empedocle concentrava attività di deposito e imbarco.
I profitti dello zolfo alimentarono la costruzione o il rinnovamento di alcune residenze borghesi. Imprenditori e proprietari investirono in facciate, palazzi, istituti e attività commerciali. Una sintesi presente nel Drive collega alcune grandi famiglie e residenze alla crescita dell’economia mineraria.
La ricchezza non si distribuì uniformemente. I lavoratori delle miniere, i carusi, i trasportatori e i braccianti rimasero in condizioni precarie. L’espansione di un settore economico poteva quindi produrre contemporaneamente palazzi e tuguri.
Porto Empedocle crebbe attraverso la costruzione di agenzie, magazzini, fondachi e abitazioni legate al commercio marittimo. I materiali del diario ricordano come il nuovo centro portuale fosse diventato progressivamente autonomo e avesse attirato operatori italiani e stranieri.
La separazione amministrativa del porto non eliminò il rapporto con Girgenti. Merci, capitali e persone circolavano tra costa e capoluogo. Le residenze dei proprietari potevano trovarsi in città, mentre il lavoro e i depositi erano al porto o presso le miniere.
La casa diventava così un indicatore della distribuzione dei benefici dell’economia estrattiva. La facciata neoclassica di un proprietario e il vano sovraffollato di un lavoratore appartenevano allo stesso sistema produttivo.
21. Beneficenza e abitazioni della povertà estrema
Nel gennaio 1882 Giacomo Cusmano, alcune religiose e aderenti alle Serve dei poveri entrarono in un locale vicino al Municipio descritto come sporco e abitato da donne povere semiabbandonate. Il luogo fu trasformato in una Casa di Misericordia e successivamente collegato all’opera del Boccone del Povero.
L’episodio apre una finestra sulla povertà estrema. Alcune persone non disponevano neppure di un nucleo familiare capace di sostenere il costo di una casa. Vedove, anziane, orfane, ammalate e donne sole erano particolarmente vulnerabili.
Le istituzioni assistenziali rispondevano a bisogni reali, ma sostituivano solo parzialmente un sistema pubblico di edilizia e assistenza. Offrivano ricovero, cibo e cura, spesso in ambienti ricavati da edifici preesistenti.
La casa di beneficenza introduceva una diversa forma di promiscuità: numerose persone riunite sotto una disciplina religiosa o amministrativa. Rispetto al tugurio poteva garantire maggiore pulizia, alimentazione e assistenza; limitava però l’autonomia individuale.
La presenza di queste strutture dimostra che la questione abitativa non riguardava soltanto la qualità degli edifici. Comprendeva il problema di chi non poteva pagare un affitto o non apparteneva a una famiglia protettiva.
26. Cosa resta oggi di quelle abitazioni
Molti edifici del centro storico di Agrigento conservano muri, scale, cortili e impianti derivati dalla struttura ottocentesca o da fasi ancora più antiche. Gli interni sono stati tuttavia trasformati da frazionamenti, servizi igienici, impianti elettrici, consolidamenti, sopraelevazioni e abbandoni.
27. Cronologia essenziale
| Data | Evento o trasformazione |
| Prima metà dell’Ottocento | Persistenza del tessuto medievale e di abitazioni adattate ai dislivelli |
| 1858 | Regolamento del Consiglio edilizio citato dalla storiografia locale |
| 1863-1865 | Costruzione della condotta di Racalmari |
| 1867 circa | Interventi di rettificazione e modernizzazione della Via Atenea |
| 1871 | Girgenti raggiunge 19.845 abitanti |
| 1870-1880 | Giorgio Sommer fotografa la città dalla Rupe Atenea |
| 1879 | Discussione municipale sulla distribuzione interna dell’acqua |
| 1881 | Popolazione comunale di 20.391 abitanti |
| 1882 | Contejean descrive strade ripide, grandi case presso la Cattedrale e nuove espansioni |
| 1883 | Viaggiatori inglesi descrivono case irregolari, povertà e strade affollate |
| 1888 | Approvazione della legge nazionale sulla sanità pubblica |
| 1889 | Regolamento esecutivo della legge sanitaria |
| 1890 | Pubblicazione dell’inchiesta Bertani-Panizza |
| 1898-1899 | Dimostrazione della trasmissione della malaria mediante zanzare Anopheles |
| 1901 | Popolazione comunale di 25.024 abitanti |
28. Conclusioni
Le case di Girgenti alla fine dell’Ottocento non formavano un patrimonio omogeneo. Erano l’espressione materiale di una società profondamente stratificata.
Il documento Bertani-Panizza registra una condizione estrema ma reale: famiglie agricole numerose raccolte in piccoli vani, assenza di letti sufficienti, convivenza con animali, conservazione del letame e scarsa disponibilità di fogne. La forza della fonte consiste nell’aver trasformato l’abitazione in un problema sanitario e politico.
La stessa fonte diventa fuorviante quando viene applicata indistintamente a tutta la città. Girgenti possedeva palazzi aristocratici, case borghesi, residenze professionali, alberghi, istituti e abitazioni con più stanze. Le descrizioni di Contejean e le strutture ancora riconoscibili mostrano una città molto più articolata.
La disuguaglianza abitativa si manifestava attraverso:
- numero delle stanze;
- quantità d’aria disponibile;
- presenza di mobili;
- separazione dagli animali;
- accesso all’acqua;
- disponibilità di scarichi;
- esposizione alla luce;
- qualità della strada;
- proprietà o affitto;
- possibilità di manutenzione.
Il sistema agrario contribuiva alla densità urbana. La scarsa presenza di case sparse nelle campagne costringeva molti lavoratori agricoli a risiedere nei centri e a percorrere lunghe distanze. La casa urbana diventava contemporaneamente abitazione, deposito, stalla e luogo di lavoro.
L’acquedotto di Racalmari rappresentò un progresso importante, ma non garantì immediatamente l’acqua in ogni abitazione. Le vie principali beneficiarono prima delle infrastrutture, mentre i vicoli e le famiglie più povere continuarono a dipendere da fontane e sistemi precari.
L’igienismo ottocentesco comprese il rapporto tra sovraffollamento, contaminazione e malattia, ma conservò errori scientifici, come la spiegazione atmosferica della malaria. La sua denuncia fu necessaria, ma spesso colpevolizzò gli abitanti invece di analizzare fino in fondo le cause economiche.
La casa popolare non era sporca perché i suoi occupanti ignorassero astrattamente la pulizia. Era difficile mantenerla pulita perché mancavano acqua, spazio, scarichi, pavimenti adeguati e servizi pubblici. La promiscuità con gli animali era il risultato del valore economico di questi ultimi e della mancanza di ricoveri separati.
Le donne sostenevano il costo quotidiano delle infrastrutture assenti. Trasportavano acqua, pulivano, cucinavano, assistevano, conservavano e trasformavano continuamente il vano domestico. La povertà dell’abitazione era anche un’imposizione di lavoro invisibile.
Le grandi case, a loro volta, non erano semplicemente più ampie. Organizzavano la distanza sociale: separavano proprietari e servitori, rappresentazione e lavoro, ambienti pubblici e privati. I balconi e le facciate trasformavano la ricchezza in immagine urbana.
La Girgenti di fine Ottocento fu dunque una città nella quale il Medioevo edilizio, l’economia latifondista, la borghesia dello zolfo e la nuova amministrazione sanitaria convivevano nello stesso spazio. La modernità arrivava attraverso acquedotti, regolamenti e nuove strade, ma procedeva in modo selettivo.
Il punto decisivo non è stabilire se Girgenti fosse bella o miserabile. Era entrambe le cose, a seconda della casa nella quale si entrava.
Glossario
Abitazione monocellulare: casa costituita principalmente da un solo vano.
Allineamento edilizio: linea alla quale devono uniformarsi le facciate lungo una strada.
Casa terrana: abitazione con accesso diretto dal livello stradale.
Catasto: registro degli immobili, delle particelle, dei proprietari e delle rendite.
Condotta adduttrice: tubazione che porta l’acqua dalla sorgente al centro abitato.
Forensics storica: applicazione di metodi di verifica documentaria, materiale e cronologica alla ricostruzione del passato.
Igienismo: movimento medico e amministrativo ottocentesco rivolto alla prevenzione delle malattie mediante interventi su acqua, abitazioni, fogne, alimentazione e città.
Inventario post mortem: elenco dei beni di una persona compilato dopo la morte per ragioni ereditarie o fiscali.
Latifondo: grande proprietà agraria caratterizzata, in Sicilia, da colture estensive, debole insediamento rurale e impiego di braccianti residenti nei centri abitati.
Miasma: presunta esalazione nociva considerata causa di malattia prima dell’affermazione della microbiologia e della teoria dei vettori.
Promiscuità abitativa: coesistenza, nello stesso spazio, di numerose persone o di persone, animali e attività differenti.
Scolo meteorico: canalizzazione destinata principalmente alle acque piovane.
Sovraffollamento: presenza in un’abitazione di un numero di persone superiore alla capacità igienica e funzionale degli ambienti.
Tugurio: termine valutativo usato nelle fonti per indicare un’abitazione estremamente povera e malsana.
Bibliografia
Fonti primarie
Bonfiglio, Vincenzo. Diario di Girgenti, 1879-1940. Continuazione del diario di Giuseppe Picone, pubblicata nella seconda edizione delle Memorie storiche agrigentine e riprodotta nei materiali di ricerca dell’autore.
Contejean, Charles. Agrigente. Notes de voyages. Poitiers, 1885. Estratti tradotti e raccolti nei materiali di Google Drive.
Direzione generale della statistica. Censimento della popolazione del Regno d’Italia al 31 dicembre 1881. Roma, Tipografia Eredi Botta, 1883-1885.
Mulhall, M. “A Journey to Girgenti.” The Month, vol. 48, 1883. Traduzione conservata nei materiali di ricerca.
Panizza, Mario. Risultati dell’inchiesta istituita da Agostino Bertani sulle condizioni sanitarie dei lavoratori della terra in Italia. Roma, Stabilimento Tipografico Italiano, 1890.
Regno d’Italia. Legge 22 dicembre 1888, n. 5849, Sull’ordinamento dell’amministrazione e dell’assistenza sanitaria del Regno.
Regno d’Italia. Regio decreto 9 ottobre 1889, n. 6442, regolamento di esecuzione della legge sanitaria.
Sommer, Giorgio. Agrigento – Panorama dalla Rupe Atenea. Fotografia all’albumina, 1870-1880, Civico Archivio Fotografico del Castello Sforzesco, Milano.
Fonti storiche e sociali
Franchetti, Leopoldo; Sonnino, Sidney. La Sicilia nel 1876. Firenze, Barbera, 1877.
Picone, Giuseppe. Memorie storiche agrigentine. Girgenti, Stamperia Provinciale-Commerciale di Salvatore Montes, 1866.
Studi e opere di riferimento
Blok, Anton. The Mafia of a Sicilian Village, 1860-1960: A Study of Violent Peasant Entrepreneurs. Oxford, Basil Blackwell, 1974.
Schneider, Jane; Schneider, Peter. Culture and Political Economy in Western Sicily. New York, Academic Press, 1976.
Treccani. “Agrigento.” Enciclopedia Italiana. Dati demografici relativi ai censimenti ottocenteschi e novecenteschi.
Treccani. “Il paese dei cento paesaggi.” L’Italia e le sue Regioni. Analisi dei rapporti tra sistemi agrari e insediamento rurale.
Treccani. “Latifondo.” Enciclopedia Italiana.
Treccani. “Malaria.” Enciclopedia Italiana. Storia della scoperta della trasmissione mediante zanzare.
Le case a Girgenti alla fine dell’Ottocento: abitazioni, povertà e igiene
Meta description
Come erano le case di Girgenti alla fine dell’Ottocento: tuguri contadini, case terrane, botteghe, palazzi, acqua, fogne, sovraffollamento e condizioni sanitarie.
Parola chiave principale
case a Girgenti alla fine dell’Ottocento
Parole chiave correlate
abitazioni di Girgenti; case popolari Agrigento; Girgenti nell’Ottocento; igiene urbana a Girgenti; case contadine siciliane; storia di Agrigento


Escursione della società geografica italiana in provincia di Agrigento nel 1958