Nel 1824 cannonate al largo di Girgenti: pirateria barbaresca, blocchi britannici, fragilità del traffico siciliano.
«Palermo, 7 Maggio 1824. … Lettera del Regio Vice Console in Girgenti fatto la data 1 corrente Maggio, pervenutami questa mattina, mi ragguaglia, che alle ore 14 del giorno suddetto si è inteso un continuato cannoneggiamento, e si videro alla distanza di circa 10 miglia da quel Porto alcuni Bastimenti, che tra loro combattevano, senza che per altro siansi potuto enumerare, né riconoscere a quali Nazioni appartenessero, atteso il gran fumo, da cui venivano gli stessi ricoperti, egli mi soggiunge che alle ore 15 continuava ancora l’azione, e che pervenendogli maggiori dettagli in ordine alla stessa non ometteva di parteciparmeli.
Altre lettere pervenute a questa Città procedenti pure da Girgenti, asseriscono che la zuffa sia accaduta tra una Corvetta, ed un Brick Inglese, contro una Fregata Algerina, ma nulla si sà sino ad ora in rapporto al suo esito, pervenendome riscontro compierò il dovere di rassegnarne partecipazione all’ Eccellenza Vostra …
Quadro delle fonti e limiti della ricostruzione
Il nucleo documentario da cui proviene l’estratto è il Diario siciliano (1807-1830) di Alberico Lo Faso di Serradifalco, presentato come trascrizione e commento di corrispondenza privata e, soprattutto, di “rapporti diplomatici” intercorsi tra Palermo e lo Stato sabaudo, ricavati da documenti conservati all’Archivio di Stato di Torino.
Il passo del 7 maggio 1824 registra un episodio marittimo avvenuto il 1° maggio: dal porto di Girgenti si ode “un continuato cannoneggiamento” alle ore 14, e si distinguono, a circa dieci miglia, bastimenti che combattono, ma non se ne riesce a stabilire con certezza né il numero né la bandiera “atteso il gran fumo”. Un’informazione di seconda mano (altre lettere) ipotizza lo scontro tra una corvetta e un brick inglesi contro una fregata “algerina”, mentre l’esito resta ignoto al momento della stesura.
Questa stratificazione (viceconsole locale → console a Palermo → “altre lettere”) obbliga a trattare la “battaglia” come fatto reale ma descrizione incompleta: preziosa per ciò che mostra della percezione costiera e delle ansie dei traffici, meno solida per la ricostruzione tattica e per l’identificazione delle unità coinvolte.
Sicilia nel Mediterraneo della Restaurazione
Nel 1824 la Sicilia è parte del Regno delle Due Sicilie, costituito nel dicembre 1816 con la riunificazione dei regni di Napoli e di Sicilia sotto l’autorità borbonica.
Il contesto marittimo non è una periferia quieta: la fine delle guerre napoleoniche apre, nel Mediterraneo, una stagione in cui la sicurezza della navigazione diventa questione “sistemica”, anche tramite cooperazioni e interventi militari presentati come repressione della pirateria.
La dimensione strutturale è nota: una parte dei poteri nordafricani praticava pirateria sostenuta dallo Stato per imporre tributi e riscatti; le potenze europee alternavano pagamento, trattati e forza, e in più fasi le incursioni ripresero nonostante spedizioni punitive.
In questo quadro si colloca anche il bombardamento anglo-olandese del 1816: un’azione dichiaratamente inserita in una campagna contro la pirateria, con obiettivo specifico di liberare schiavi cristiani e fermare la pratica della schiavitù degli europei, ottenendo un trattato; ma senza estirpare definitivamente il fenomeno.
La crisi anglo-algerina del 1824 e l’eco in Sicilia
La guerra “vista” dalla costa agrigentina nel maggio 1824 si lascia leggere dentro una congiuntura più ampia di tensioni tra potenze navali e la Reggenza di Algeri. In una ricostruzione storiografica, Zygmunt Stefan Zalewski osserva che, malgrado precedenti pressioni europee e accordi, corsari e pirati restavano attivi; da qui nuove azioni britanniche, tra cui nel 1824 il bombardamento del porto di Algeri e la distruzione della corvetta Tripoli, nonché l’uso della minaccia di “shellfire” in una fase negoziale.
(La specifica dinamica “davanti a Girgenti” non è però collegata nominativamente a quelle operazioni: il nesso va trattato come inferenza di contesto, non come identificazione certa.)
Il Diario siciliano restituisce, dall’interno della corrispondenza consolare, lo stesso clima di escalation e contro-escalation. Poche settimane prima del dispaccio del 7 maggio, circola la voce che “Algeri trovasi strettamente bloccata dalla Squadra Britannica”; nello stesso passo si riferisce un episodio a Messina: un brick inglese avrebbe catturato un mercantile della stessa nazione, con a bordo 150 “Turchi appartenenti alle Reggenze Barbaresche”, fatti prigionieri.
In agosto, sempre dalle carte, risulta rientrata la vertenza fra governo britannico e reggenza nordafricana, con ripristino del console britannico (informazione ricevuta dal consolato inglese e riportata nel diario).
Entro questa oscillazione—blocco, catture, negoziato—il cannoneggiamento al largo del porto agrigentino può essere letto come “frizione” laterale di un sistema di deterrenza e predazione che attraversa il Canale di Sicilia.
Perché proprio al largo di Girgenti
Il punto non è solo militare: è logistico. L’attuale Porto Empedocle nasce e cresce intorno al Caricatore Regio (Marina/Molo di Girgenti); la documentazione istituzionale locale ricorda che il molo fu realizzato nel Settecento (con specifica datazione al 1763) e che il sito fungeva da nodo difeso (anche mediante una torre) perché funzionale alla vita del porto.
La storia lunga del luogo—molo, magazzini, funzione di “caricatore”—aiuta a capire perché un’azione a dieci miglia non sia “lontana”: per un caricatore, la distanza operativa è quella del mare d’uscita e del mare Le cause plausibili dello scontro di maggio, alla luce delle fonti disponibili, sono dunque tre, intrecciate: una ripresa di pratiche corsare (o di “visite” forzate) percepite come minaccia ai traffici; una reazione di potenze navali che impongono blocchi e protezione armata delle rotte; l’effetto immediato sul litorale siciliano, dove la guerra appare come fumo e rumore, ma si traduce in scelte commerciali (soste, partenze rinviate, allarmi).
Continuità del problema tra maggio e autunno
L’episodio del 1° maggio non è un unicum nel 1824 del Diario siciliano. In ottobre, una lettera (sempre mediata da dispacci consolari) segnala la presenza, tra le vicinanze di Girgenti e le alture di Trapani, di cinque legni da guerra “algerini” che “chiamano all’ubbidienza” i bastimenti mercantili di qualunque bandiera; la notizia produce allarme, voci di catture e richieste di verifica.
Nello stesso blocco documentario, si registra anche l’impatto “sanitario-amministrativo” della minaccia: si adottano misure di precauzione sulla navigazione perché una squadra “serpeggia in quel mare e visita i legni che incontra”, cioè la sicurezza marittima entra direttamente nella regolazione dei porti e delle pratiche di quarantena.
Questa sequenza—cannonate primaverili non pienamente decifrabili, poi flottiglie corsare autunnali dichiaratamente operative fra Sicilia sud-occidentale e rotte maggiori—rafforza la lettura causale: il “combattimento” presso il Molo di Girgenti è una spia locale di un Mediterraneo ancora attraversato da economie di predazione e da diplomazie armate, più che un episodio isolato e chiuso in sé.
Elio Di Bella


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