Tre secoli fa la Chiesa e lo Stato in Sicilia rischiarono la rottura per un sacco di ceci.
Intere diocesi non poterono celebrare i sacramenti per alcuni anni e vennero tagliate fuori dalle relazioni pubbliche. Tre sovrani di Sicilia e due Papi si affrontarono in un braccio di ferro senza tregua, mettendo in campo fior di giuristi per venirne a capo.
Nel 1712 accadde, infatti, che due vigili annonari della cittadina di Lipari imposero ad un commerciante dell’Isola il pagamento di un tributo su una partita di ceci che veniva venduta per conto del Vescovo, che, per prassi consolidata da secoli, era invece esente da ogni tassa, come tutta la produzione e la vendita degli orti vescovili.
Venuto a sapere della vicenda, il Vescovo di Catania Nicolò Tedeschi di Catania, che godeva tranquillamente del privilegio antichissimo grazie a cui, di tutto ciò che la terra produceva nei fondi agricoli del vescovato, non doveva pagare alcun tributo, protestò. Ma i due funzionari dell’annona insistettero nel richiedere il pagamento della tassa e arrivarono a pignorare le proprietà del vescovo che non volle pagare. Allora il Vescovo catanese scomunicò i due funzionari, i quali però fecero immediatamente ricorso presso il giudice di Monarchia e vennero assolti dalla scomunica. Ma il Vescovo non accettò la sentenza perché quel Tribunale, a suo parere, non poteva “togliere” una scomunica. Non così ritenevano i giudici, rifacendosi ad un antichissimo privilegio.
Il vescovo allora lanciò l’Interdetto sulla Diocesi di Catania.
Era una sanzione ecclesiastica prevista dal diritto canonico che consisteva nella sospensione della somministrazione dei sacramenti. La pena poteva riguardare una singola chiesa come un territorio e una intera Diocesi. Tale scomunica allora non era solo una pena di carattere religioso, ma aveva rilevanza anche sociale perché di fatto tagliava fuori dalle pubbliche relazioni anche un’intera popolazione.
Il vescovo Tedeschi si recò a Roma e il papa Clemente XI gli assicurò la sua assistenza e protezione.
I ministri del re di Spagna Filippo V considerarono le pretese del Vescovo di Catania di nessun valore e ricordarono anche al Papa ciò che stabiliva un famoso privilegio, che era stato concesso da papa Urbano II, al re normanno Ruggero e ai suoi successori. Si trattava della cosiddetta Legazia apostolica, grazie a cui il tribunale della Monarchia di Sicilia poteva amministrare anche gli affari ecclesiastici in Sicilia. Sulla base di tale regalia, il Tribunale pertanto legittimamente intervenuto nel merito della scomunica ai due vigili annonari.
Si trattava però di una bolla papale che già in passato aveva creato problemi nei rapporti tra il papato romano e la monarchia siciliana, ma non si era mai trattato di annullare una scomunica. Nel 1712 il Tribunale della Monarchia, avvalendosi di tali presunti poteri, invece si spinse sino ad annullare la scomunica ecclesiastica.
Il papa Clemente XI, informato della decisione adottata dal Tribunale della Monarchia, cercò di abolire il privilegio che quel Tribunale aveva di amministrare anche gli affari ecclesiastici, ottenendo una ferma opposizione del governo del Re.
Quel conflitto tra Stato e Chiesa causò innanzitutto l’esilio del nuovo vescovo di Catania, Mons. Andrea Riggio, che però prima di abbandonare la Diocesi, lanciò un nuovo Interdetto, il 21 aprile 1713, impedendo così che venissero amministrati i Sacramenti in tutta la Diocesi
Il vescovo della Diocesi di Agrigento, Ramirez, si pose a fianco di papa Clemente XI e in difesa dunque della immunità ecclesiastiche in Sicilia e lanciò anche lui l’Interdetto sulla sua Diocesi, minacciando di scomunica quanti si fossero opposti ai suoi voleri. Altri Vescovi siciliani lo seguirono.
Il papa apprezzò e lodò apertamente il vescovo agrigentino e quanti in Sicilia avevano seguito il suo esempio.
Monsignor Francesco Ramirez scomunicò i responsabili delle vessazioni contro il vescovo di Catania e pertanto il viceré Spinola intimò l’esilio di Ramirez (27 agosto 1713). Il Vescovo agrigentino venne pertanto arrestato il 28 agosto del 1713 dal capitano Giovanni Ochoa e si recò a Malta prima e a Roma poi.
Il Vescovo si affrettò a nominare i suoi vicari generali e fece affiggere in varie parti della città di Girgenti l’editto con cui interdiceva la diocesi. Subito il giudice della regia Monarchia e apostolica legazia di Palermo dichiarava nulle le disposizioni del Ramirez, intendendo così vanificare l’Interdetto.
Quattro vicari che, in successione (secondo le disposizioni di Ramirez), avrebbero dovuto coprire la carica di Vicario generale della Diocesi agrigentina, vennero imprigionati. Uno di essi morì per i maltrattamenti subiti.
Ramirez quindi dall’esilio romano nominò altri tre vicari, ma anche questi vennero incarcerati dalle autorità regie. Non cessavano dunque dall’una e dall’altra parte le rappresaglie.
Il Capitolo della Cattedrale decise quindi di nominare un nuovo vicario e la scelta cadde sul canonico Giambattista Formica, che ottenne anche il sostegno del nuovo re Vittorio Amedeo II, che aveva ottenuto il possesso della Sicilia in forza del trattato di Utrecht
Finalmente nel 1715 Clemente XI abolì il tribunale della regia monarchia ed apostolica legazia.
Poco tempo dopo (27 agosto 1715) si spegneva il vescovo Ramirez e venne inviato a Girgenti un nuovo rappresentante del governo regio, il duca d’Angiò, Girolamo Gioeni, allo scopo di imporre l’autorità regia e rendere vano l’Interdetto.
Ma il Seminario agrigentino rimase chiuso e anche le monache agrigentine chiusero i conventi e si rifiutavano di trasgredire l’Interdetto.
Finalmente la Sicilia, dopo essere stata per qualche tempo sotto il dominio dei Savoia, tornò sotto lo scettro spagnolo e l’ambasciatore di Spagna presso la Santa Sede, il cardinale Francesco di Acquaviva, nel settembre del 1719 giunse ad una prima conciliazione con il Papa per quanto riguardava i fatti della Sicilia. L’Interdetto venne così tolto ovunque.
La disputa si concluse del tutto soltanto nel 1728, dopo la morte dell’intransigente e battagliero Clemente XI e con l’intervento dell’Imperatore d’Austria Carlo VI, nuovo Re di Sicilia. Si approdò ad un concordato il 30 agosto 1728 fra l’imperatore Carlo VI, nella sua qualità di Re di Sicilia e ed il pontefice Benedetto XIII. La famosa “concordia benedettina”- come fu chiamta – che riaffermò i diritti, salvo qualche limitazione, del Tribunale della Regia Monarchia. Questo compromesso per circa un secolo costituì il fulcro del diritto pubblico ecclesiastico siciliano.
Elio Di Bella


Guida di Agrigento: la chiesa di San Giacomo