Una fotografia del primo Novecento restituisce la tranvia della miniera Lucia, tra Favara e i caricatori di Porto Empedocle
Ci parla dello zolfo la fotografia , giunta a noi nella riproduzione tipografica retinata e riferita al fondo Di Benedetto della Biblioteca Comunale di Palermo. Coglie un convoglio della tranvia a scartamento ridotto che dalla solfara Lucia, in territorio di Favara, scendeva ai caricatori di Porto Empedocle.
Ferma sul viadotto, la locomotiva tiene il vapore: il fumaiolo alto, la cabina appena accennata da una tettoia, dietro di sé cinque carri a sponde basse, su due assi, apparentemente scarichi. Sul convoglio e lungo i respingenti stanno una decina di uomini in coppola e abiti da lavoro; uno leva il braccio verso l’obiettivo. È una posa, non un servizio in corso: nessuno lavora, nessuno zolfo colma le sponde.
L’opera che li sostiene merita attenzione. L’impalcato corre nudo, senza parapetto né passerella; lo reggono, a sinistra, un cavalletto controventato a croce di Sant’Andrea e, al centro del vallone, un pilastro sottilissimo che si allarga soltanto nel plinto di base. È l’edilizia dei cantieri minerari: economica, leggera, calcolata sul carico modesto di uno scartamento da 600 millimetri e di rotaie da 16 chilogrammi al metro. Sotto, l’alveo asciutto e i costoni nudi dicono l’agosto perenne del paesaggio gessoso-solfifero.
La linea nacque nel 1894 — nel 1897 secondo altre fonti — per iniziativa dell’Unione Italiana Concimi, concessionaria della commercializzazione del minerale, poi Società Anonima Italiana Consumatori e Fabbrica di Concimi e Prodotti chimici; nel 1897 il vapore sostituì la trazione animale. Quindici chilometri, undici in sede propria, sette locomotive a due assi accoppiati: un organismo privato, aziendale, sorto vent’anni dopo la ferrovia di Stato Comitini–Girgenti–Porto Empedocle, inaugurata il 1º novembre 1874 con identica vocazione, portare lo zolfo al mare. L’esaurimento dei giacimenti la spense nel 1920.
Qui sta il valore documentale dell’immagine: mostra il secondo binario del sistema zolfifero, quello aziendale, che raccoglieva il minerale alla bocca della miniera e lo consegnava alle stive. E mostra la condizione di chi vi viaggiava. La tranvia non svolgeva servizio pubblico di trasporto passeggeri, ma i convogli spostavano i minatori: questi uomini in equilibrio sul vuoto, senza alcuna protezione, sono l’illustrazione più eloquente di quel trasporto tollerato e non regolato.
Due cautele. La didascalia accosta due infrastrutture distinte, ma nel campo visivo la linea ferroviaria non compare: che il viadotto la scavalcasse, o le corresse accanto, la fotografia non lo prova. E il vallone resta, allo stato, non identificato ma sembrerebbe essere quello sul fiume Akragas al Villaggio Mosè.
Fonti
R. Rolle, «Porto Empedocle–Lucia, ricordo di una vecchia tranvia in Sicilia», Bollettino GRAF, n. 23/24, Roma 1976, pp. 314-315; N. Molino, La rete FS a scartamento ridotto della Sicilia, Torino, Elledi, 1985; G. Barone – C. Torrisi, Economia e società nell’area dello zolfo. Secoli XIX-XX, Caltanissetta, Sciascia, 1989; Comune di Porto Empedocle, Storia del comune; Fondazione FS Italiane, I 150 anni della ferrovia Agrigento–Porto Empedocle, 2024.
Immagine: Biblioteca Comunale di Palermo, fondo Di Benedetto.


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