miti, leggende e antichi culti di Akragas, perle della Valle dei Templi
Il Paesaggio Sacro e la Nascita di Akragas
L’indagine sui miti e le leggende dell’antica Akragas (l’odierna Agrigento) richiede un’immersione profonda nelle dinamiche culturali, sociali e psicologiche che hanno caratterizzato la colonizzazione greca in Sicilia.
Il pensiero religioso dell’antichità non era un sistema dogmatico isolato, ma una lente attraverso la quale l’umanità interpretava i fenomeni naturali, giustificava gli assetti di potere e tentava di esorcizzare le proprie paure ancestrali.
In questo contesto, il territorio agrigentino, caratterizzato da fiumi fertili, aspre alture come la Rupe Atenea e una vallata che digrada dolcemente verso il mare, offriva il palcoscenico ideale per la proliferazione di narrazioni sacre e leggende eroiche.
Fondata intorno al 580 a.C. da coloni provenienti da Gela, a loro volta di origine rodio-cretese, Akragas si sviluppò rapidamente come una delle metropoli più opulente e potenti del Mediterraneo.
Tuttavia, il paesaggio religioso della città non fu un’importazione passiva dal mondo egeo, ma il risultato di una complessa stratificazione in cui i nuovi dei olimpici si sovrapposero, e in molti casi si fusero, con le antiche divinità ctonie e i culti naturalistici delle popolazioni indigene sicane.
Questa trasformazione di divinità puramente animistiche in figure antropomorfe portò alla nascita di un pantheon locale ricchissimo, dove la narrazione del mito diveniva strumento di coesione sociale e di legittimazione politica.
L’influenza della madrepatria egea rimase comunque evidente nell’introduzione di culti specifici, come quelli di Zeus Atabyrios e Atena Lindia, divinità originarie dell’isola di Rodi, che testimoniano il forte legame identitario che i coloni mantennero con le loro radici orientali.
L’analisi che segue scompone ed esamina le principali correnti mitologiche e leggendarie che hanno animato l’antica Akragas. Attraverso un approccio analitico che intreccia i dati archeologici, la filologia classica e il folklore, emergerà come la Valle dei Templi e il territorio circostante non fossero semplici sfondi per l’edificazione di santuari, ma veri e propri organismi viventi intrisi di sacralità, in cui la natura stessa dettava le regole del rito e del mito.
Le Radici della Terra e le Forze della Natura
La prima necessità di ogni insediamento coloniale era stabilire un patto sacro con il nuovo territorio. Ad Akragas, questo patto prese la forma della venerazione delle acque e della terra, elementi vitali per un’economia che si sarebbe fondata su un’agricoltura eccezionalmente produttiva e su un’ingegneria idraulica all’avanguardia.
Il Dio Fiume Akragas e le Acque Sacre
Prima ancora dell’edificazione dei colossali templi dorici, la devozione dei coloni si rivolse agli elementi naturali che garantivano la sopravvivenza biologica ed economica della comunità.
Il fiume Akragas, da cui la città prese il nome, fu immediatamente personificato e deificato, divenendo il nume tutelare dell’insediamento. Nella genealogia mitica greca, la divinità fluviale Akragas era considerata figlia di Zeus e dell’oceanina Asterope.
Questa nobile ascendenza divina non era affatto casuale: essa serviva a elevare il corso d’acqua locale al rango delle grandi divinità panelleniche, conferendo alla città una dignità mitologica autonoma e inscrivendo il territorio agrigentino direttamente nell’albero genealogico del re degli dei.
Il culto del dio fiume era intimamente legato alla prosperità agricola. L’antica Akragas era celebre per le sue coltivazioni di olivi, viti, grano, ortaggi, fichi e melograni. Le pratiche agricole, che includevano tecniche avanzate come la rotazione delle colture, i terrazzamenti collinari, l’uso intensivo di letame come fertilizzante e sistemi di irrigazione capillari, dipendevano interamente dalla disponibilità idrica.
La Sicilia, destinata a diventare il “granaio di Roma”, basava la sua ricchezza su queste terre, e l’abbondanza delle acque del fiume era interpretata come una benevolenza diretta del dio. I rituali in suo onore prevedevano sacrifici e libagioni, praticati specialmente durante i periodi cruciali della semina e del raccolto, per garantire il favore della divinità sulla crescita delle colture.
La dimensione sacra dell’acqua si rifletteva anche nelle straordinarie opere di ingegneria idraulica della città, come l’intricata rete di ipogei e acquedotti che alimentavano la celebre Kolymbethra. Questa vasta peschiera fungeva non solo da riserva idrica fondamentale per resistere alle aridità estive, ma anche da giardino sacro e luogo di delizie, paragonato all’Eden per la sua lussureggiante vegetazione.
Il dio fiume, spesso raffigurato con le sembianze di un giovane fanciullo o di un toro dal volto umano (iconografia tipica delle divinità fluviali siceliote), rappresentava la forza vitale e purificatrice che trasformava la terra arida in un giardino ubertoso, consolidando il legame vitale tra la comunità civile e il paesaggio naturale.
Demetra, Persefone e i Culti Ctonici
Se i fiumi rappresentavano la vita che scorre in superficie, le viscere della terra custodivano i segreti della nascita, della morte e della rinascita. I culti ctonici (dal greco chthòn, terra) furono il cuore pulsante della religiosità agrigentina, fungendo da ponte teologico tra i colonizzatori greci e le popolazioni sicane preesistenti. Il culto di Demetra e di sua figlia Persefone (Kore) fu di gran lunga il più radicato e diffuso ad Akragas e nell’intera Sicilia antica.
Demetra, la “Dea Madre”, personificava la terra coltivata, l’agricoltura e le messi, mentre Persefone simboleggiava il ciclo ineluttabile delle stagioni, il mistero del seme nascosto e il raccolto. La loro importanza ad Akragas era tale che l’intera isola era considerata un dono di nozze di Zeus a Persefone, una dote divina che giustificava la straordinaria fertilità del suolo siciliano.
Il mito fondante racconta del rapimento di Persefone da parte di Ade (Plutone), signore degli inferi, e della disperata ricerca da parte della madre Demetra. L’accordo finale, che prevedeva il ritorno di Persefone sulla terra per una parte dell’anno, forniva una spiegazione teologica al ciclo agricolo: il periodo sotterraneo della fanciulla corrispondeva alla semina e al riposo invernale, mentre il suo ritorno segnava il germogliare del grano in primavera.
Ad Akragas, le evidenze di questo culto si rinvengono ovunque. Il Santuario delle Divinità Ctonie, un vasto complesso di recinti sacri e altari circolari e quadrati, era il fulcro di queste pratiche devozionali. Qui venivano consumati sacrifici cruenti per placare le forze del sottosuolo e ringraziare le dee che rendevano fertili i campi. Le festività più importanti dedicate a queste divinità erano le Tesmoforie, celebrazioni riservate esclusivamente alle donne sposate, che si svolgevano durante il periodo dell’aratura.
Durante questi riti, venivano compiuti atti di magia simpatica, come il seppellimento di carne putrefatta di maiale o di statuette fittili nei campi, per propiziare la fecondità della terra. Il maiale, animale prolifico e strettamente legato al fango e alla terra, era la vittima sacrificale d’elezione per Demetra.
Un’altra area di fondamentale importanza per il culto demetriaco ad Agrigento è il tempio dorico situato sulle pendici orientali della Rupe Atenea, oggi parzialmente inglobato nella chiesetta medievale di San Biagio. Sotto questo tempio si apre un santuario rupestre ancora più antico, legato al culto delle acque e della Madre Terra, che testimonia la continuità ininterrotta del sacro dall’età preistorica a quella greca.
La Rupe Atenea stessa, considerata l’acropoli dell’antica città e il baluardo difensivo più forte, era un concentrato di culti misterici; la presenza di grotte con sorgenti d’acqua sul versante orientale creava un collegamento ideale con il mondo infero, rendendo l’intera altura un luogo di culto in cui la roccia veniva identificata con la divinità stessa.
| Divinità Greca | Dominio Mitologico / Funzione | Principali Evidenze e Luoghi Sacri ad Akragas |
| Akragas | Fiume, Fertilità, Protezione locale | Giardino della Kolymbethra, Reti di Ipogei, Statuaria |
| Demetra / Persefone | Agricoltura, Ciclo vitale, Forze Ctonie | Santuario delle Divinità Ctonie, Tempio (San Biagio) |
| Zeus Olimpio | Cielo, Sovranità, Ordine cosmico | Tempio di Zeus Olimpio, Telamoni |
| Eracle | Forza, Civilizzazione, Eroismo | Tempio di Eracle (VI sec. a.C.) |
| Efesto | Fuoco, Metallurgia, Vulcani | Tempio di Efesto |
| Dioscuri | Navigazione, Cavalleria, Giuramenti | Tempio dei Dioscuri, Rito delle Theoxenie |
Architettura, Ingegneria e Miti di Fondazione
L’incredibile sforzo architettonico che trasformò Akragas in una delle città più monumentali del mondo antico non mancò di generare miti sulle origini di tali costruzioni. Le strutture ciclopiche, sia in superficie che nel sottosuolo, richiamavano nella mente degli antichi l’intervento di esseri sovrumani e di eroi civilizzatori.
I Giganti e i Labirinti Sotterranei
Il sottosuolo di Agrigento è solcato da una vasta e intricata rete di ipogei e acquedotti, scavati meticolosamente nella roccia calcarenitica per gestire le risorse idriche della città. La maestosità e la complessità di queste cavità (che evocavano il concetto stesso di labirinto) fecero sì che, nella fantasia popolare e nelle ricostruzioni antiquarie dei secoli successivi, la loro costruzione venisse attribuita a esseri sovrumani.
Fonti storiche e leggende locali settecentesche e ottocentesche, come quelle riportate dallo storico Giuseppe Picone, attribuivano questi immensi lavori sotterranei all’opera dei Ciclopi o dei Pelasgi, mitiche popolazioni pre-elleniche dotate di una forza prodigiosa. La cosiddetta architettura “trogloditica” dei labirinti sotterranei di Girgenti veniva audacemente paragonata ai grandi labirinti dell’Egitto o di Creta.
Parallelamente, un filone mitologico sosteneva che l’antica area di Akragas (specificamente la zona di Camico e Omface) fosse originariamente abitata da una stirpe di Giganti Sicani. Questi giganti sarebbero stati in seguito espulsi dai coloni geloi e rodiensi guidati da Aristonoo e Pistilo, i quali presero il dominio dei luoghi fondando la città greca.
Il mito dei Giganti sconfitti fungeva così da potente metafora politica per la sottomissione delle popolazioni autoctone da parte dell’elemento greco, giustificando ideologicamente la colonizzazione come un atto di trionfo della civiltà (i Greci) sulla barbarie primordiale (i Giganti Sicani).
Questo concetto di trionfo cosmico e politico trovò la sua massima espressione architettonica nel Tempio di Zeus Olimpio (l’Olympeion), le cui rovine dominano ancora la Valle dei Templi. La costruzione di questo immenso edificio fu iniziata dal tiranno Terone dopo la storica vittoria di Imera (480 a.C.), dove la coalizione greco-siceliota annientò l’esercito cartaginese. Il tempio prevedeva l’utilizzo di enormi Telamoni, figure umane scolpite nella pietra alte quasi otto metri, costrette a sorreggere il peso dell’immensa trabeazione.
A livello mitologico, i Telamoni rappresentavano i Giganti o i Titani sconfitti da Zeus durante la Gigantomachia; a livello storico, simboleggiavano i Cartaginesi soggiogati e resi schiavi dagli Akragantini. Il mito veniva così riadattato e pietrificato per celebrare la supremazia militare della polis.
Dedalo, Minosse e l’Incontro con i Sicani
Il territorio agrigentino è stato anche il teatro di uno dei complessi mitologici più affascinanti dell’antichità, che unisce indissolubilmente la Sicilia alla civiltà minoica: la leggenda di Dedalo e Minosse. Questo racconto riflette, sotto forma di trasfigurazione mitica, i reali contatti commerciali e culturali avvenuti durante l’Età del Bronzo tra i navigatori dell’Egeo e le popolazioni indigene sicane, molto prima della fondazione formale di Akragas.
La leggenda narra che l’architetto e inventore ateniese Dedalo, in fuga dall’isola di Creta dopo aver costruito il Labirinto per il Minotauro e aver tragicamente perso il figlio Icaro in volo, giunse in Sicilia.
Qui trovò asilo presso Cocalo, re dei Sicani, la cui capitale era Camico (Camicum), una fortezza inespugnabile situata nel territorio montuoso dell’odierna Agrigento, spesso identificata con l’antico distretto sicano di Akragas. Per sdebitarsi dell’ospitalità, Dedalo mise il suo immenso genio a disposizione di Cocalo. Costruì per lui la città fortificata di Camico su una montagna scoscesa, creò una grotta con bagni di vapore terapeutici presso Selinunte e forgiò un ariete d’oro per il tempio di Afrodite a Erice.
Il re di Creta, Minosse, non accettando la fuga del suo prezioso architetto, armò una flotta e lo inseguì fino in Sicilia, sbarcando alla foce del fiume Akragas in un luogo che in seguito avrebbe preso il nome di Eraclea Minoa. Per scovare Dedalo, Minosse utilizzò uno stratagemma astuto: offrì una grande ricompensa a chi fosse riuscito a far passare un filo attraverso le spirali inestricabili di una conchiglia.
Cocalo, bramoso del premio, sottopose il problema a Dedalo, il quale risolse l’enigma legando il filo a una formica e facendole attraversare il guscio. Minosse, comprendendo che solo l’intelletto di Dedalo poteva partorire una tale soluzione, pretese la sua immediata consegna.
Cocalo finse di acconsentire e invitò Minosse a palazzo per offrirgli un bagno ristoratore nelle vasche progettate dallo stesso Dedalo. Tuttavia, violando (o manipolando) le sacre leggi dell’ospitalità per proteggere il suo architetto, le figlie di Cocalo annegarono il re cretese nell’acqua bollente.
I Cretesi, privati del loro sovrano, seppellirono Minosse in un grandioso ipogeo nel territorio agrigentino, sopra il quale fu eretto un tempio ad Afrodite, venerato anche dalle popolazioni locali. Questa narrazione documenta, attraverso il linguaggio del mito, l’introduzione di tecniche architettoniche micenee e di culti egei nel substrato sicano.
La Storia che Diventa Leggenda
In una città potente e turbolenta come Akragas, la distanza tra storia documentata e narrazione leggendaria si assottigliò fino a scomparire. I grandi personaggi storici che guidarono o abitarono la città vennero rapidamente trasfigurati in figure mitiche, dotate di caratteristiche iperboliche, divenendo specchi delle virtù e dei vizi della polis.
Le Trasfigurazioni di Falaride, Gellia ed Empedocle
Il primo grande tiranno di Akragas, Falaride (al potere dal 571 al 556 a.C.), rappresenta l’archetipo universale del despota spietato. Giunto ad Akragas come esule in cerca di potere, riuscì ad arricchirsi gestendo appalti pubblici. La leggenda narra che, incaricato di costruire il tempio di Zeus Polieo sull’Acropoli, utilizzò i fondi pubblici per assoldare schiavi mercenari e fortificare il cantiere.
Il suo colpo di stato avvenne in un momento fortemente simbolico: durante le celebrazioni delle Tesmoforie, quando i cittadini erano fuori dalle mura e disarmati per i festeggiamenti, Falaride fece chiudere le porte e trucidò la popolazione sorpresa, instaurando un regime di terrore.
La sua crudeltà è immortalata nel celebre mito del “Toro di Falaride”, una mostruosa macchina di tortura in bronzo costruita dall’inventore Perillo. Le vittime venivano rinchiuse all’interno del toro, sotto il quale veniva acceso un fuoco; i lamenti degli sventurati, passando attraverso un sistema di tubi, suonavano come i muggiti di una belva furiosa.
La leggenda morale vuole che il primo a testare la macchina fu lo stesso inventore Perillo, per ordine del tiranno. Anche la fine di Falaride si confonde con il mito: si racconta che, osservando uno stormo di colombe fuggire davanti a un falco, il tiranno avesse incautamente osservato che se gli uccelli si fossero uniti avrebbero potuto sconfiggere il predatore. Questo commento ispirò la folla che, guidata da Telemaco, si ribellò e lo uccise tramite lapidazione.
In netto contrasto con la tirannia di Falaride, il nobile Gellia incarnava l’opulenza, la generosità e la filantropia dell’Akragas del V secolo a.C.. La sua ricchezza era proverbiale e divenne presto materia di leggenda: gli storici antichi, tra cui Diodoro, raccontano che possedeva cantine scavate direttamente nella roccia contenenti trecento botti giganti, ciascuna capace di contenere cento anfore di vino.
La leggenda di Gellia esalta l’istituzione greca della xenia (l’ospitalità sacra). Si narra che i suoi schiavi stazionassero alle porte della città con il preciso compito di intercettare gli stranieri in arrivo e invitarli nella sua magione. In un celebre episodio, Gellia accolse cinquecento cavalieri provenienti da Gela, sorpresi da una tempesta invernale, fornendo a ciascuno di loro non solo un lauto banchetto, ma anche tuniche e mantelli nuovi. Quando i Cartaginesi distrussero Akragas nel 406 a.C., Gellia, rifiutandosi di abbandonare la sua patria, si rinchiuse nel tempio di Atena e gli diede fuoco, preferendo morire tra le fiamme pur di non consegnare i tesori sacri e la propria persona al nemico.
Nessuna figura agrigentina ha però valicato i confini della storia per entrare nel mito teologico con tanta forza quanto Empedocle (490-430 a.C. circa). Appartenente alla ricca aristocrazia cittadina, Empedocle fu filosofo “pluralista”, medico, politico e, agli occhi dei suoi concittadini, un vero e proprio mago o divinità incarnata.
Filosoficamente, egli postulò che il cosmo fosse costituito da quattro “radici” (fuoco, aria, acqua e terra), inestricabilmente mosse da due forze cosmiche opposte: Amore (Eros) e Odio (Eris). Tuttavia, la narrazione popolare lo trasformò in un taumaturgo onnipotente, capace di deviare il corso dei fiumi per risanare le paludi malariche, di controllare i venti e persino di resuscitare i morti (come nel leggendario caso della donna mantenuta in vita per un mese in assenza di respiro).
Egli stesso alimentava questa aura mistica, presentandosi in pubblico vestito di porpora, con calzari di bronzo e ghirlande di fiori. Nei suoi scritti si proclamava apertamente un demone decaduto in cerca di redenzione, affermando: “Vi saluto, io mi aggiro tra voi come un dio immortale, non più come un mortale”. Il mito più duraturo che lo riguarda è quello della sua morte: desideroso di dimostrare la propria divinità e di ricongiungersi agli elementi primordiali, si sarebbe gettato vivo nel cratere dell’Etna; il vulcano, tuttavia, per smascherare la sua presunzione umana, avrebbe sputato fuori uno dei suoi inconfondibili calzari di bronzo.
| Figura Storica | Ruolo e Contesto Reale | Elemento Leggendario / Trasfigurazione |
| Falaride | Tiranno di Akragas (571-556 a.C.) | Il Toro di bronzo di Perillo; la profezia delle colombe e la lapidazione. |
| Gellia | Aristocratico e politico (V sec. a.C.) | Le 300 botti giganti; l’ospitalità ai 500 cavalieri; il martirio nel tempio. |
| Empedocle | Filosofo e scienziato (490-430 a.C.) | Taumaturgo capace di resuscitare i morti; il suicidio nel cratere dell’Etna. |
| Cocalo | Sovrano indigeno Sicano | L’assassinio di Minosse nelle vasche; il patto ingannevole con Dedalo. |
La Continuità del Sacro nell’Era Cristiana
La fine dell’età classica e l’avvento del Cristianesimo non cancellarono l’imponente patrimonio mitologico di Akragas, ma lo trasformarono attraverso il potente e ineludibile meccanismo del sincretismo religioso. La Chiesa nascente, consapevole dell’impossibilità di sradicare completamente credenze millenarie profondamente radicate nel tessuto sociale e agricolo, scelse strategicamente di assimilare i luoghi di culto e le caratteristiche delle antiche divinità pagane, trasferendole su nuove figure cristiane.
Il Sincretismo: Da Cronos a San Calogero
Il caso più evidente e affascinante di sovrapposizione religiosa nell’area agrigentina e in gran parte della Sicilia centro-occidentale è la transizione dal culto di Cronos (Saturno) a quello di San Calogero. Cronos, padre degli dei olimpici e signore del tempo, era una divinità strettamente legata ai cicli agricoli e ai culti sotterranei; in Sicilia, il suo culto aveva probabilmente assorbito le caratteristiche del dio punico Baal, caratterizzandosi talvolta per pratiche sacrificali e devozionali intense.
La leggenda cristiana narra che San Calogero, nato in Calcedonia, giunse in Sicilia fuggendo dalle persecuzioni e visse come eremita in varie grotte dell’isola, predicando e compiendo miracoli taumaturgici.
Non è un caso che i luoghi di eremitaggio del santo coincidano quasi perfettamente con le antiche alture dedicate al dio pagano, come il Monte Kronio (l’odierno Monte San Calogero presso Sciacca). In questo processo di sostituzione, il dio pagano cedette il passo al santo eremita, anch’egli dispensatore di guarigioni e protettore dei raccolti. Una credenza popolare agrigentina sosteneva addirittura l’esistenza di quattro fratelli eremiti, tutti rispondenti al nome di Calogero, diventati rispettivamente i patroni di Agrigento, Sciacca, Licata e Naro.
Questa curiosa molteplicità rifletteva, in realtà, la vasta diffusione degli antichi santuari rupestri dedicati a Cronos/Baal frammentati sul territorio. Inoltre, l’usanza festiva legata al santo, caratterizzata dal frenetico lancio del pane e da forme di devozione dal carattere quasi orgiastico e sudato, richiama direttamente gli antichi riti propiziatori agricoli e baccanali legati un tempo a Demetra, Cronos e Dioniso.
Anche la topografia sacra di Agrigento subì una radicale metamorfosi architettonica e teologica, mantenendo però la centralità del templum. Il tempio dorico dedicato a Demetra, situato sulla Rupe Atenea, fu sapientemente inglobato nella chiesa di San Biagio, mantenendo inalterata la funzione sacra dell’area e perpetuando, sotto nuove spoglie, il culto in un sito venerato fin dalla preistoria.
Analogamente, il tempio di Atena (o forse identificabile con lo Zeus Polieo di Falaride) situato sulla sommità dell’Acropoli cittadina, divenne la solida fondazione della chiesa di Santa Maria dei Greci. La figura della Vergine Maria, come incoronata Madre di Dio, assorbì con straordinaria naturalezza molti degli attributi devozionali, della protezione civica e dell’iconografia un tempo riservati alle Grandi Madri pagane, come Demetra, Cibele o la stessa guerriera Atena.
Il tempio della Concordia, eccezionalmente conservato, sopravvisse alle spoliazioni medievali proprio perché nel VI secolo d.C. il vescovo Gregorio lo consacrò come basilica dedicata ai Santi Pietro e Paolo, esorcizzando i demoni pagani ma preservando il guscio di pietra. Il sacro, dunque, non veniva distrutto, ma si rivestiva di nuovi abiti liturgici, garantendo la continuità spirituale del popolo agrigentino.
| Antica Divinità Pagana | Sostituto / Assimilazione Cristiana | Sito o Contesto Agrigentino |
| Cronos / Baal | San Calogero (Santo eremita) | Monte Kronio (Sciacca), Santuari rupestri di Agrigento, Naro, Licata |
| Demetra / Persefone | San Biagio / Vergine Maria | Chiesa di San Biagio (ex Tempio di Demetra sulla Rupe Atenea) |
| Atena (o Zeus Polieo) | Vergine Maria | Chiesa di Santa Maria dei Greci (Acropoli di Agrigento) |
| I Dioscuri / Concordia | Santi Pietro e Paolo | Tempio della Concordia (trasformato in basilica nel VI sec. d.C.) |
Conclusioni: L’Eredità Mitologica di Agrigento
L’antica Akragas non fu semplicemente uno degli snodi economici, agricoli e militari più formidabili del Mediterraneo classico, ma rappresentò un vero e proprio laboratorio teologico e mitologico. In questo frammento di Sicilia, l’animismo preistorico e i culti tellurici sicani si sono fusi magistralmente con il pantheon antropomorfo dei conquistatori egei, originando forme devozionali uniche e irripetibili.
Dal respiro del dio fiume Akragas, garante di raccolti eccezionali, alle fiamme letali del Toro di Falaride, dall’ingegno miceneo di Dedalo nascosto tra le vette di Camico, fino alla tracotanza mistica di Empedocle che si disperde nelle ceneri dell’Etna, i miti agrigentini offrono una mappa inestimabile della psiche umana e della sua millenaria interazione con un paesaggio tanto generoso quanto drammatico.
L’incessante rielaborazione di queste leggende, passate attraverso la tradizione orale dei cantastorie, i frammenti poetici di Pindaro e Stesicoro, la maestosità della pietra dorica scolpita nei Telamoni e, infine, il sapiente sincretismo cristiano, testimonia la perennità del bisogno umano di interpretare la realtà e la storia attraverso il simbolo.
La Valle dei Templi e la Rupe Atenea, in questa prospettiva analitica, cessano di essere semplici rovine archeologiche per rivelarsi come un testo sacro scolpito nella roccia calcarenitica, un documento vivente e in continua evoluzione in cui la storia di Akragas continua a narrare il suo eterno dialogo tra i mortali, la terra e gli dei.
Elio Di Bella


Pirandello e Agrigento che seduce ma non accoglie