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lapide commemorativa a Palermo per l'ingresso di Vittorio Emanuele II
lapide commemorativa a Palermo per l'ingresso di Vittorio Emanuele II

Vittorio Emanuele II a Palermo dopo i Mille

28 Marzo 2026 //  by Elio Di Bella

 Vittorio Emanuele II Visita del 1860: plebiscito, ingresso, luogotenenza e memoria politica a Palermo.

Vittorio Emanuele II arriva a Palermo

Sotto l’impressione di emozioni profonde non possiam dare che un brevissimo cenno sulla stupenda accoglienza fatta oggi da questo popolo ammirando al Re Galantuomo, al Re eletto, desiderato, atteso ed accolto con tali ovazioni di cui la storia non offre esempio. L’anima del primo soldato d’Italia ha dovuto commuoversi ai tanti plausi sinceri e spontanei che irrompevano al suo avvicinarsi; e in mezzo a tutto un popolo ebro di gioia, l’ordine mirabile rendeva più ammirabile la festa.

L’ombra del fiero Ghibellino che erra da sei secoli nella Basilica di Santa Croce, attendendo l’attuazione del nuovo vaticinio, esulta oggi che l’Italia dalle Alpi al Lilibeo è riunita in una grande famiglia, e le nere gramaglie che oscurano tuttavia i stendardi regionali di Roma e Venezia spariranno fra breve — Vittorio Emanuele l’ha giurato sul sepolcro di suo Padre, e noi italiani di Sicilia crediamo alla sua parola, abbiam fede nelle sue promesse.

Vittorio Emanuele dirà al suo ritorno nel continente se Sicilia fa seconda alle altre regioni sorelle, se mai Re sia stato accolto con dimostrazioni più entusiaste di quanto egli lo fu oggi da noi. E ciò perché Vittorio Emanuele è per noi la personificazione del principio nazionale, l’angelo della redenzione e della libertà italiana.

Garibaldi nel suo ritiro di Caprera può esser contento del popolo di Palermo, e l’aura che gli apporterà gli evviva al Re Galantuomo gli dirà quanta riconoscenza si racchiuda nei nostri petti per aver egli tanto contribuito alla realizzazione del nostro più fervido voto.

Prima ancora che i tre colpi di cannone annunziassero alla nostra città l’apparizione della flottiglia reale, il Prodittatore co’ Segretari di Stato, col Segretario Generale, col Governatore di Palermo, e col Comandante la Piazza, erasi recato ad attenderla allo Scalo di Porta Felice.

Fu alle ore 8 a. m. che il cannone diede il segnale aspettato da tutta la popolazione; e tosto il Prodittatore cogli altri funzionari suddetti scese ne le lance a ciò predisposte e si recò ad incontrare la fregata Maria Adelaide sulla quale trovavasi la M. S. Cominciarono indi a udire i cento colpi di cannone, segno che il naviglio era giunto all’altezza dell’Arenella.

Appena la Maria Adelaide fu entrata in Porto, il Prodittatore salì a bordo ed ebbe l’onore di presentare al Re le persone del suo Governo e poco dopo il Magistrato di Salute. Frattanto tutti gli abitanti de’ più alti palazzi e delle umili case delle strade secondarie scendevano a torrenti alla marina e sul corso Vittorio Emanuele, a salutare il Re Galantuomo.

Una elegantissima lancia, nella quale lo avevano accompagnato il Generale d’Armata Manfredo Fanti Ministro della Guerra, il Cav. Giambattista Cassinis Ministro di Grazia e Giustizia e degli Affari Ecclesiastici, e il Prodittatore, lo depose allo sbarcatoio di Porta Felice, mentre indicibili grida di acclamazione scoppiavano ed echeggiavano da per tutto, mentre tutte le campane della città suonavano a festa, mentre rincalzavasi, premevasi il popolo giulivo.

Egli penetrava nel padiglione, appositamente ivi costruito, alle ore 9 e mezza e colà ricevendolo facevangli omaggio il Pretore, il Senato, il Consiglio Civico, il comandante della Guardia Nazionale col suo Stato Maggiore, e molte rappresentanze di cittadini.

Sempre più accrescendosi la calca del popolo, bramoso di vedere da vicino l’anelato personaggio, impaziente e sempre acclamando e festeggiando, sospirava l’istante in cui, lasciando il padiglione doveva presentarsi agli occhi di tutti; e quell’istante e l’altro in cui più la maschia e nobilissima persona del Re entrava per Porta Felice furono superiori ad ogni immaginativa ed eminentemente sublimi.

La tenerezza dipinta sul volto dell’immensa moltitudine, l’incalzare delle acclamazioni, l’abbracciarsi dei cittadini con espansione di cuore, il saluto che da tutti i balconi del corso Vittorio Emanuele, e dalla popolazione prementesi in sulla via, con la voce, col gesto, e col continuato agitar di bandiere da’ tre colori, rendevano caldissima l’accoglienza preparata al nuovo, al sospirato Re.

Salito in una carrozza di Corte coi suoi due Ministri e col Prodittatore, Sua Maestà percorrendo il corso che da lui ha ricevuto nuovo battesimo, tra la Guardia Nazionale schierata in splendida uniforme, ricevette gli omaggi di un popolo che la sua presenza rendeva ebro di gioia. Tra una folla imponente S. M. giungeva alle ore 11 alla Cattedrale, dove allo sportello della carrozza ricevevalo il Senato e all’ingresso del tempio Monsignor Arcivescovo ed altri dignitari ecclesiastici.

Così quel tempio che aveva veduto coronare Vittorio Amedeo, riempivasi di gente infinita, con la benedizione sulle labbra pel discendente di quell’inclito monarca: e in esso il nuovo Re d’Italia riceveva la benedizione da Monsignor Arcivescovo.

In fine la M. S. dalla Cattedrale, accompagnata sempre dalle acclamazioni del popolo, recavasi al palazzo reale, e quivi facevanle omaggio i corpi costituiti civili, mili-tari, ed ecclesiastici, ed altre rappresentanze cittadine. (Giornale dio Sicilia 1 dicembre 1860, n. 153).

Commento

Nel 1860 Palermo attraversa in pochi mesi un rovesciamento di sovranità che muta linguaggi, simboli e istituzioni.

Le pagine coeve (dispacci, decreti, cronache) fanno convivere due città: la città militarizzata, governata da bandi e minacce, e la città che si auto-rappresenta come “libera” e già inserita in una patria comune.

La cerniera è il plebiscito del 21 ottobre.

Il processo verbale della Corte suprema registra la formula del quesito e ne fissa la matematica politica: 432.053 “sì” contro 667 “no” su 432.720 votanti; precisa anche che non si computano voti nulli e che alcuni verbali sono esclusi per difetti di formula.

In altri termini, l’unione non nasce solo dall’acclamazione: nasce dalla carta, dalle cifre, dalle procedure che selezionano e certificano ciò che verrà poi mostrato come consenso. È già un anticipo della macchina amministrativa che sta arrivando.

L’ingresso del re come teatro politico

L’arrivo del sovrano a Palermo, Vittorio Emanuele II,  il 1 dicembre 1860, venne  raccontato allora come rito civile e prova definitiva del voto. La cronaca   insiste su un binomio che funziona da certificato pubblico: esultanza e disciplina.

Il re diventa “Re Galantuomo”, “eletto” e “atteso”; la folla è descritta come euforica ma capace di mantenere un “ordine mirabile”, quasi che la compostezza fosse il vero premio dell’unificazione.

La scena si appoggia a luoghi obbligati: l’ingresso da Porta Felice, il Cassaro come asse trionfale verso il palazzo reale, e la tappa in Cattedrale che offre alla politica una cornice religiosa. Non a caso la memoria urbana fisserà quel passaggio anche in una lapide: l’unità, per diventare credibile, deve trasformarsi in geografia, in porta, in strada, in gesto ripetibile.

Dal voto alla macchina amministrativa

Il cuore giuridico della visita, tuttavia, non è la strada ma la sala del trono. Il giorno seguente, alle ore undici, il prodittatore Antonio Mordini – presentandosi “a nome” di Giuseppe Garibaldi – consegna formalmente al sovrano l’esito del plebiscito.

Il verbale elenca una compresenza significativa: ministri, autorità civili e giudiziarie, vertici della Guardia Nazionale e l’arcivescovo. In quel testo il re accetta “per sé e per i suoi legittimi discendenti” e collega l’unione della Sicilia alla “grand’opera” dell’unificazione e dell’indipendenza nazionale. Subito dopo, un decreto istituisce la Luogotenenza generale e definisce chi governa “in nome” e “per autorità” del re nell’isola: l’epopea garibaldina viene convertita in catena di comando, firme e competenze.

Memoria, mito e disincanto

 Accanto alla liturgia ufficiale, una lettera scritta a Palermo il 2 dicembre 1860, nel pieno dei festeggiamenti, descrive il “gran lusso” del Palazzo Reale ma registra anche calunnie e rancori nel campo vincitore: il re appare, nello sguardo dell’autore, come “l’unico galantuomo” in mezzo a “bricconi e coccodrilli”.

Questo controcanto non smentisce la festa: ne rivela la funzione politica, cioè coprire conflitti reali con una cerimonia che promette ordine.

Nel lungo periodo, la memoria cittadina resterà plurale: la ricerca sulle simbologie risorgimentali palermitane suggerisce una fatica della monarchia a imporsi come mito esclusivo, mentre l’iconografia ufficiale cristallizza la giornata in immagine, come fa la grande tela che raffigura l’entrata del re con il Palazzo dei Normanni sullo sfondo, trasformando l’evento in immagine di Stato.

Elio Di Bella

Categoria: Storia SiciliaTag: garibaldi, risorgimento, sicilia, storia della sicilia, Vittorio Emanuele II

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