Le cronache storiche pubblicate nel 1860 dal Giornale di Sicilia, documentando lo sbarco di Garibaldi, la liberazione dell’isola dalla dominazione borbonica, e l’unione con l’Italia sotto Vittorio Emanuele II.
Introduzione: Il Contesto Storico della Liberazione della Sicilia nel 1860
L’articolo che segue è un affascinante estratto di articoli pubblicati nel 1860 dal quotidiano Il Giornale di Sicilia, durante uno dei momenti più cruciali della storia italiana: lo sbarco di Garibaldi e dei Mille in Sicilia. Questo evento segnò l’inizio della caduta del regime borbonico e l’annessione della Sicilia al Regno d’Italia sotto il governo di Vittorio Emanuele II.
Le cronache, riportate con vividezza e dettagli straordinari, offrono un prezioso spaccato del clima politico e sociale dell’epoca, documentando non solo le battaglie e le vittorie garibaldine, ma anche le reazioni della popolazione siciliana e le difficoltà incontrate lungo il cammino verso l’unificazione.
Attraverso queste testimonianze storiche, possiamo rivivere l’entusiasmo, la speranza e il sacrificio che hanno contraddistinto la nascita dell’Italia moderna.
La Resistenza Borbonica e gli Insorti Siciliani
Gli insorti sui monti della conca d’oro. Comunicati borbonici.
1) la banda in armi, che come fu annunciato ieri, venne respinta dalle alture sovrastanti a Morreale, ricacciata oltre gli opposti versanti delle montagne che circondano la valle di Palermo si è disciolto. (15 aprile 1860, numero 79)
2) le bande armate, che in divisi drappelli scorrevano per le campagne, pressoché sonosi disciolte, e la più gran parte degli individui, che componevano, rientrano in seno alle loro famiglie con quella intera fiducia, la quale scaturisce dalla certezza, che la clemenza di sua maestà il re signore nostro vuole coperti dall’oblio i momentanei ornamenti di coloro, che con atto spontaneo depongono le armi. (16 aprile 1860, N. 80)
3) La colonna mobile delle reali di partita da Palermo nei giorni scorsi, dopo aver fatto sosta a Misilmeri, procedendo innanzi senza trovare le pensa per Marineo, piana, San Giuseppe, Partinico e Alcamo accolta da ogni dove col grido di Viva il re! Altre milizie occupavano Montelepre e luoghi circostanti. (Giornale di Sicilia 17 aprile 1860, n.81)
3) continuano sempre più tranquille le condizioni di tutta l’isola, come si desume dai precedenti dispacci telegrafici pervenuti al Real governo, nell’ordine la sicurezza pubblica regnano in tutte le province (Giornale di Sicilia 30 aprile 1860,n. 93)
Garibaldi in Sicilia
- ordine del giorno. S. M IL Re signore nostro volendo meritare il soldato dell’ottavo cacciatori Carmine di vita, il quale uccidendo un portabandiera piemontese guadagnava del combattivo mento di Calatafimi il ricco vessillo della colonna degli invasori, si è degnato nominarlo sergente, finirlo della medaglia di oro del reale ordine di San Giorgio e gratificarlo di ducati 120.
Tanta munificenza del magnanimo nostro breve dimostra quanto sua maestà prezzi gli atti di valore dei suoi soldati. Il generale capo Ferdinando Lanza (21 maggio 1860, n. 107)
Le Manovre Borboniche a Palermo e nei Dintorni
- Bollettino: la banda dei filibustieri del Mediterraneo guidata da Garibaldi ripigliava posizione il giorno 23 andante nel parco, e vi si fortifica con quattro cannoni. Ieri due colonne delle reali truppe attaccavano con impeto gli invasori, li slanciavano dalle posizioni, mettendoli in fuga li incalzavano su pei monti della Piana dei Greci
Le colonne reali seguono la banda
Si fecero delle prigionieri che sono stati tratti con maggiore riguardi comunque non avessero diritto ad essere considerati come prigionieri di guerra. Il capo dello Stato maggiore V. polizzi (25 maggio 1860, n. 111)
L’appello di Garibaldi ai Siciliani
Il programma di Marsala. Siciliani io vi ho guidato una schiera di Prodi, accorsi all’eroico grido della Sicilia – resto delle battaglie lombarde, noi siamo con voi! – E noi non chiediamo altro che la liberazione della vostra terra di tutti uniti, l’opera sarà facile breve – All’armi dunque! Chi non impugna un’arme, è un codardo od un traditore della patria. Non vale il pretesto – dalla mancanza d’armi. Noi avremmo fucili, ma per ora un’arme qualunque ci basta – impugnata dalla destra d’un valoroso – All’armi tutti! La Sicilia insegnerà ancora una volta come si libera un paese dagli oppressori, con la potente volontà di un popolo unito. Firmato G. Garibaldi (7 giugno 1860, n.1)
La Battaglia per Palermo: Il Ruolo di Garibaldi
L’ingresso a Palermo. Comunicato ufficiale. La notte del 26 al 27 corrente il nucleo delle forze italiane e le squadre dei comuni della Sicilia girando le maremme del piano Stoppa facevano un alto nel convento di Gibilrossa, donde poscia guadagnando rapidi i sentieri dai Ciaculli alla Favara, giungevano al bivio della Scaffa ai cui molini impostava sì l’avanguardia del regi
Questa che componeasi da un distaccamento di cacciatori retrocesse incalzata sul Ponte dell’Ammiraglio, sostenuta da due compagnie della stessa arma che formavano l’ala sinistra delle truppe distese in linea sino al Camposanto.
All’urto entusiastico dei soldati Italiani, all’invasione delle squadre armate che vi seguiano, il nemico batteva in ritirata riordinandosi all’opposta riva del fiume, dove la carica di mezzo squadrone di cavalleria napoletana si ruppe all’impeto dei nostri prodi.
La resistenza che opposero i regi fu gagliarda, ma il prestigio di una causa Gloriosa, come assicura i nostri trionfi, così nullifica il loro sforzo e tutto il compito del loro mezzo respinti sempre, operarono la ricongiunzione col forte delle truppe stanziate al quartiere Sant’Antonino;
ma i nostri avviatisi per porta termini e impassibile alla mitraglia del Piroscafo Reggio che spazzava il quadrivio, difilarono avanti l’eroe posto ivi in mezzo e penetrarono nella città.
L’alba mesceva i suoi raggi a quelli della vittoria, il movimento elettrico dei valorosi spam debba per tutto il raggio del paese
I reali che subivano già la scossa vigorosa, lasciando tutte le loro posizioni prese, al quartiere S. Antonio, ai Quattro Canti, a Porta Maqueda, riparavano concentrandosi al quartiere generale estendendo la linea di S. Francesca di Paola insino ai Quattroventi.
L’istesso giorno questa linea era rotta, chè da S. Francesco di Paola venivano respinti, il generale percorreva a cavallo la città sino a Piazza Bologni e si stabiliva il suo quartiere generale al Palazzo Pretorio.
Jeri giorno 28 le carceri si vuotavano per la defezione dei regi da quel locale e dai Quattroventi, dietrochè il paese fulminato dalle bombe e in rovine, non ha fatto che ripetere con più energetico entusiasmo il grido di Viva Vittorio Emanuele, Viva l’Italia, Viva Garibaldi.
Dalle macerie sorge sempre un eco che risaluta costante l’ aureola della libertà siciliana che fondesi della immensa luce dell’italica nazionalità
Oggi 29 maggio il guadagno di taluni pezzi di artiglieria tolti alle avanguardie del quartier generale preludia nel momento in cui scriviamo altre più importanti successi.
Giova annunziare che la imponente vandalica risorsa del bombardamento è stata per protesta del corpo consolare interdetta. Dalla Segreteria di Stato del governo provvisorio di Sicilia (7 giugno 1860, n. 1).
L’insurrezione di Catania
CATANIA INSORGE E SI LIBERA DAI BORBONICI – Il giorno 31 maggio i giovani più distinti e più volenterosi di dedicare la loro vita alla patria, rannodati attorno al prode soldato soldato Giuseppe Poule, piombarono ad attaccare il presidio Reggio stanziato in Catania;
e lo trovarono forte di tre miglioramenti, di barricate, di mezzi materiali di guerre, padrone dei punti strategici della città.
Tale apparato lungi di scorare gli assalitori, non fece che aumentare il loro entusiasmo guerriero; ed in breve ora superarono barricate, obbligarono l’artiglieria reggiana a tacere, costrinsero la fanteria e la cavalleria a ripiegarsi nelle centro della città, ed a fortificarsi nei palazzi delle strade Etnea, Ferdinando è corso.
L’eccessivo ardore che spingeva i nostri ebbe però a trarli dentro un cerchio di fuoco ne’ due larghi del Duomo è dell’Università; le munizioni, nel maggior uopo, mancarono;
sopravveniva contemporaneamente la colonna del generale Afan De Rivera: ed a’ nostri fu forza lasciare le posizioni con tanto valore conquistate, ed i regi rimasero padroni della generosa e sventurata Catania.
Il momentaneo trionfo è stato, al solito, segnalato colla Ville ed efferata crudeltà degl’incendi e de’ saccheggi.
Il 3 giugno Catania fu libera, essendosi i regi ritirati verso Messina per la via di Acireale.
Traversando Acireale, vi levarono una violenta contribuzione di 4000 ducati. (7 giugno 1860, n. 1).
il Ritiro Finale delle Truppe Borboniche
I BORBONICI IN FUGA: I DANNI ARRECATI A PALERMO – L’armistizio continua. I regi vanno effettuando il loro imbarco al Molo. Fra poco la Città sarà sgombra della loro presenza.
In mezzo alle emozioni di felice successo, nella ebbrezza di una realtà che par sogno, la città si inchina riverente a Dio, la di cui destra ha protetto la giusta causa nazionale;
si stringe con sensi di ammirazione, di riconoscenza, di devota fiducia al grande italiano, che ha deciso il trionfo di una rivoluzione, la quale, in tanta disuguaglianza di forze tra un potere forte ed armato ed un popolo oppresso ed inerme, lottava ostinatamente da due mesi;
abbraccia questi eroici fratelli, che dal Piemonte, dalla Liguria, dalla Lombardia, da ogni parte d’Italia, lasciando i viaggi e le dolcezze della vita domestica, sono incorsi nell’isola avversar il loro sangue, a dar tra noi l’esempio del coraggio, del sacrifizio, del virile amore di patria, a compiere una delle più ardite è cavalleresche intraprese che le presenti generazioni ricordino;
benedice agli stenti durati, ai corsi pericoli, a’ danni infinite gravissimi – a prezzo di una libertà che il paese saprà tener cara e difendere; poiché tanto a sospirato, ha sofferto, ha combattuto a raggiungerla.
La curiosità degli stranieri presenti in parlamento non si stanca di portarsi sullo spettacolo delle enormi rovine cagionate dal bombardamento, dagl’incendi, ed a tutti i mezzi adoperati dalla ferocia dei regi.
Dopo le vicinanze del Duomo e del palazzo reale, l’attenzione e lo stupore di tutti i si arrestano sulle accumulate macerie del monastero di Santa Caterina e di quel tratto della via Toledo che risponde di contro al monastero delle vergini alla chiesa di San Matteo.
Del resto non è strada, non è isolato di case, che non mostri i suoi guasti e le tracce della vandalica rabbia tra le offese nemiche e la calda e provvida cura che spingeva i cittadini a smuovere i lastricati ed afforzare di barricate ogni angolo ed ogni sbocco di via, la materiale apparenza della città di Palermo si mostra tale che si direbbe aver subito un cataclisma della natura (11 giugno 1860 n. 4)
I bollettini della trionfale avanzata.
È arrivato il telegramma seguente da Milazzo: il dittatore alla Prodittatore: il nemico ha capitolato. È vacua il castello. (24 luglio 1860, n. 37)
Il generale Sirtori altro dittatore. Messina è sgombra, meno la cittadella. Il generale dittatore partito questa mattina per quella volta. Noi lo seguiamo. Milazzo, 27 luglio ore 4,45 p.m. (28 luglio 1860, n.41)
il generale Garibaldi è sbarcato felicemente sulla costa di Calabria con forze considerevoli.
Messina, 19, ore 6,36 p.m. (20 agosto 1860, n. 59)
I Garibaldini a Napoli
il Prodittatore cittadini. Il predicatore danno notizia che se compiuto un grande avvenimento.
Esso ha ricevuto il seguente dispaccio che sarà accolto con esultanza dalla Sicilia, dall’Italia da tutti i popoli civili:
“il generale dittatore giunto in Napoli oggi (7 settembre) alle 12 e mezza meridiane”.
Palermo 8 settembre 1860. Il Prodittatore Depretis (10 settembre 1860, n. 75)
La Proclamazione di Garibaldi: L’Annessione delle Due Sicilie all’Italia
Due Sicilie diventano Italia. Per adempiere ad un voto in dispensa abilmente caro alla nazione intera.
Il dittatore decreta
Le due Sicilia – che al sangue italiano devono il loro riscatto e che mi eressero liberamente a dittatore – fanno parte integrante dell’Italia una ed indivisibile – con suo re costituzionale Vittorio Emanuele ed i suoi discendenti.
Io decorrono nelle mani del re – al suo arrivo – la dittatura conferitami dalla nazione.
I profittatori sono incaricati dell’esecuzione del presente decreto.
S. Angelo 15 ottobre 1860. G. Garibaldi (17 ottobre 1860, n. 109)
Vittorio Emanuele a Palermo: L’Incontro con il Popolo Siciliano
Vittorio Emanuele a Palermo.
Sotto l’impressione di emozioni profonde non possiamo dare che un brevissimo cenno sulla stupenda accoglienza fatta oggi da questo popolo ammirando al re galantuomo, al re eletto, desiderato, atteso ed accolto con tali ovazioni di cui la storia non offre esempio.
L’anima del primo soldato d’Italia ha dovuto commuoversi ai tanti plausi sinceri spontanei che irrompevano al suo avvicinarsi; in mezzo a tutto un popolo ebro di gioia, l’ordine mirabile rendeva più ammirabile la festa.
L’ombra del fiero ghibellino che verrà da sei secoli nella basilica di Santa Croce, attendendo l’attuazione del nuovo vaticinio, risulta oggi che l’Italia dalle Alpi alle delibere è riunita in una grande famiglia, le nere gramaglie tuttavia i stendardi regionali di Roma e Venezia spariranno fra breve – Vittorio Emanuele l’ha giurato sul sepolcro di suo padre, e noi italiani di Sicilia crediamo alla sua parola, abbiamo fede nelle sue promesse.
Vittorio Emanuele dirà al suo ritorno nel continente se Sicilia fu seconda alle altre regioni sorelle, semmai re sia stato accolto con dimostrazioni più entusiaste di quanto egli non fu oggi da noi. E ciò perché Vittorio Emanuele è per noi la personificazione del principio nazionale, l’angelo della redenzione e della libertà italiana.
Garibaldi nel suo ritiro di Caprera può essere contento del popolo di Palermo, è l’aura che gli apporterà gli evviva al re galantuomo gli dirà quanta riconoscenza si racchiuda nei nostri petti per aver egli tanto contribuito alla realizzazione del nostro più fervido voto.
Prima ancora che i tre colpi di cannone annunciassero alla nostra città l’apparizione della flottiglia reale, il pro dittatore co’ segretari di Stato, col segretario generale, col governatore di Palermo e col comandante la piazza, era si è recato ad attenderla allo scalo di Porta felice.
Fu alle 3 a.m. che il cannone diede il segnale aspettato da tutta la popolazione e nonostante il pro dittatore cogli altri funzionari suddetti scese né le lancia a ciò predisposte e si recò ad incontrare la fregata Maria Adelaide sulla quale trovavasi la M. S. Cominciavansi indi a udire i 100 colpi di cannone, segno che il naviglio era giunto all’altezza dell’Arenella.
Appena la Maria Adelaide fu entrata in porto, il pro dittatore salì a bordo ed ebbe l’onore di presentare al le persone del suo governo e poco dopo il magistrato di salute.
Frattanto tutti gli abitanti de’ più alti palazzi e delle umili case delle strade secondarie scendevano a torrente alla marina e sulle Corso Vittorio Emanuele, a salutare re galantuomo.
Una elegantissima lancia, nella quale lo avevano accompagnato il generale d’armata Manfredo Fanti ministro della guerra, il cavaliere Giambattista Cassinis ministro di grazia e giustizia e degli affari ecclesiastici, il pro dittatore, lo depose allo sbarcatoio di Porta Felice.
Mentre indicibili grida di acclamazione scoppiavano ed echeggiavano dappertutto, mentre tutte le campane della città suonavano a festa, mentre incalzava si, premeva il popolo giulivo.
Egli penetrava nel padiglione, appositamente ivi costruito, alle ore le 9 e mezza e con la ricevendolo facevangli omaggio il pretore, il Senato, il consiglio civico, il comandante della guardia nazionale con stato maggiore, e molte rappresentanza di cittadini.
Sempre più accrescendosi la calca del popolo, bramoso di vedere da vicino l’anelato personaggio, impaziente sempre acclamando e festeggiando, sospirava l’istante in cui, lasciando il padiglione doveva presentarsi agli occhi di tutti;
e quelle stante e l’altro in cui già alla maschia e nobilissima persona del re entrava per Porta felice furono superiori ad ogni immaginativa ed è eminentemente sublimi.
La tenerezza di sul volto dell’immensa moltitudine, l’incalzare delle acclamazioni, l’abbracciarsi dei cittadini con espansione di cuore, il saluto e da tutti i balconi del corso Vittorio Emanuele, e dalla popolazione prementesi in sulla via, con la voce, col gesto, e col continuato agitati bandiere da’ tre colori, rendevano caldissima l’accoglienza preparata al nuovo, al sospirato Re.
Salito in una carrozza di corte con i suoi due ministri colpo dittatore, Sua maestà percorrendo il corso che da lui ha ricevuto nuovo battesimo, tra la guardia nazionale schierata splendida uniforme, ricevete gli omaggi di un popolo e la sua presenza rendea ebro di gioia.
Una folla imponente S. M. giungeva alle 11:00 alla cattedrale, dove allo sportello della carrozza ricevevalo il Senato e all’ingresso del tempio monsignor arcivescovo ed altri dignitari ecclesiastici.
Così quel tempio che aveva veduto coronare Vittorio Amedeo, riempiva dirigente infinita, con la benedizione sulle labbra del discendente di quell’inclito monarca; ed in esso nuovo re d’Italia, riceveva la benedizione da monsignor arcivescovo.
Infine la M. S. dalla cattedrale, accompagnata sempre dalle acclamazioni del popolo, recava al Palazzo Reale, e quivi facevanle omaggio i corpi costituiti civili, militari, ed ecclesiastici, ed altre rappresentanze cittadine (1 dicembre 1860, n. 153)


L’Agricoltura ad Agrigento: Tecniche e Innovazioni Antiche nel periodo della dominazione romana