La cronaca del Processo dei Pugnalatori a Palermo nel 1863. Una pagina oscura di storia siciliana tra omicidi premeditati, complotti e condanne a morte.
IL PROCESSO DEI PUGNALATORI – Oggi alla nostra Corte di Assise ebbe cominciamento la discussione del processo degli imputati delle pugnalazioni che funestarono Palermo la sera del 1° del passato ottobre.
Sin dalle otto antim. la sala cominciò a riboccare di gente, la quale quanta fosse e con quale interesse assistesse al dibattimento può bene immaginarlo ognuno che conosce quanta profonda impressione avesse fatto nella nostra popolazione un avvenimento forse unico nella storia dei reati.
Dalle interrogazioni che, come di rito, il Presidente rivolse agli accusati, risulta aver essi nome: D’Angelo Angelo; Castelli Gaetano; Calì Giuseppe; Masotto Pasquale; Favara Salvatore; Termini Giuseppe; Oneri Francesco; Denaro Giuseppe; Girone Giuseppe; Girone Salvatore; Scrima Onofrio; Lo Monaco Antonino; essere fra i 35 e i 30, e quali maestri calzolai, quali guardie notturne, quali facchini, quali venditori di focacce e frittelle.
Il Presidente, con quella eloquente parola che lo distingue, espose la storia dell’istruzione, e ricordato l’atroce assassinio, narrò come caduto appena la tredicesima vittima, riusciva alle guardie di sicurezza pubblica, coadiuvate da tre uffiziali dell’Esercito, di arrestare uno degli assassini.
Era il D’Angelo, che stando dapprima sulle negative, confessò dappoi far parte di una riunione, di cui eran componenti gli altri coimputati, e che da vari giorni riuniti in quotidiani convegni, nove di essi ricevevano dal tre altri la mercede di tarì 3 al giorno, e si erano incaricati di pugnalare in giorni ed ore designate quelle persone che dai capi fossero loro state indicate.
Aggiungeva il Presidente aver deposto il D’Angelo che tutti nella sera del 1° ottobre, divisi in tre squadriglie, avevano perpetrato gli assassinii e che egli al cenno di un capo, aveva fatto cadere due vittime.
Il Presidente faceva rilevare come il D’Angelo per ben otto volte avesse deposto conformemente sull’accaduto, anche messo a riscontro di ognuno degli imputati, i quali del resto si erano sempre mantenuti nella più ostinata negativa.
Finita la esposizione del Presidente, il sostituto Procuratore del Re formulò le sue accuse, tendenti a far dichiarare gli imputati rei di strage e di omicidii colla aggravante della premeditazione.
Si procedè quindi all’interrogatorio degli imputati. Il D’Angelo confermò per la nona volta le sue deposizioni, dichiarando essere quella la vera narrazione dei fatti, senza che minacce, adescamenti, speranza o lusinga d’impunità lo avessero indotto a travisarli.
Furono intesi dappoi l’un dopo l’altro gli altri undici imputati, i quali mantenendosi sempre sul niego, dichiararono di non aver avuto intrinseche relazioni col D’Angelo, non aver data o ricevuta mercede, non esser eglino autori della strage del primo ottobre.
Furono poi intesi l’un dopo l’altro dieci fra i dodici pugnalati che sopravvissero, e che si querelarono contro gli autori dell’assassinio, non potendo gli altri due presentarsi alla Corte per infermità legalmente comprovata.
Il racconto che ognuna di quelle dieci persone fece ai Giurati del modo com’era avvenuta la propria ferizione, fu da questi e dal pubblico ascoltato con quel senso misto di raccapriccio e di pietà, che suol destarsi in simili circostanze.
Del resto, quel che eglino narrarono nessuna luce novella portò sulla procedura, né destò incidente di sorta, ove se ne eccettui uno, nato dalle risposte di un querelante, che non sembrato al tutto conformi alla verità, dètter campo a richiami da parte del Presidente.
Prese quindi a parlare il rappresentante del Pubblico Ministero, Avvocato Giacosa, ed in un forbito ed eloquente discorso svolse i vari capi di accusa che pesano sugli imputati: ricordò le risultanze del processo; pose in luce gli accordi preventivi dei malfattori; parlò della esecuzione dei loro rei disegni, ed analizzò un per uno gli elementi di quella convinzione, che, secondo lui, sorge dagli atti a danno degli imputati.
Conchiuse, riassumendosi, che tutti gli imputati erano da riputarsi rei d’aver preso parte ad una congiura tendente a portare la strage nella città di Palermo, e di avere scientemente ed a prezzo di denaro eseguito l’assunto impegno; ch’erano quindi da ritenersi autori dell’omicidio premeditato, consumato in persona di una delle vittime e mancato in persona delle altre dodici.
Diè fine al suo discorso, facendo appello all’onoratezza ed alla coscienza dei giurati ed esprimendo la speranza che essi col loro verdetto risarcirebbero la società offesa dall’opera di quei dodici malvagi.
I difensori degli imputati delle pugnalazioni del 1° ottobre perorarono stamane innanzi alla Corte di Assise la causa dei loro difesi.
Dopo le arringhe della difesa, adempiendo il compito che la legge impone al Presidente della Corte di Assise, il marchese Maurigi presentò oggi in sommi capi ai Giurati che debbon pronunziare sulla sorte degli imputati delle pugnalazioni del 1° ottobre, i risultati del dibattimento.
Fu data quindi ai Giurati lettura delle 33 quistioni proposte loro e delle quali il Presidente presentò il tutto insieme sul finire del suo discorso.
Tendon le prime a stabilire se rimanga provata la esistenza di una cospirazione, della quale facevan parte gli imputati, che avea per iscopo di portare la strage nella città di Palermo e la cui esecuzione ebbe luogo nella sera degli assassinii.
Richiedon le altre, se vittime dell’esecuzione dei pravi disegni di quell’infernale congrega siano da riputarsi i tredici assassinati del 1° ottobre.
Nell’affermativa, domandano le seguenti, a chi possa fra tutti attribuirsi ogni singolo reato, o se tutti invece ne siano complici. Le ultime han riguardo alla circostanza della premeditazione che accompagnò la perpetrazione dei reati medesimi.
Dalle risposte del verdetto dei giurati emerso dovere riputarsi provato che una cospirazione si fosse formata per lo scopo da noi tante volte accennato.
In base al verdetto la Corte condanna alla pena di morte con decapitazione gli accusati: Pasquale Masotto, Gaetano Castelli, Giuseppe Calì; alla pena dei lavori forzati a vita gli accusati: Giuseppe Girone, Salvatore Girone, Onofrio Scrima, Antonino Lo Monaco, Francesco Oneri, Giuseppe Termini, Salvatore Favara, Giuseppe Denaro e alla pena dei lavori forzati per anni 20 e alla interdizione dai pubblici uffici l’accusato Angelo D’Angelo.
Così dopo un dibattimento durato per ben sette giorni, ed al quale il paese ha preso il più grande interesse, dodici mostri, siamo ora ben in diritto di dar loro questo nome, ricevono la punizione di un orrendo misfatto. (Giornale di Sicilia 8 gennaio 1863, n. 5 – 15 gennaio 1863, n. 11).
Commento
Il Processo dei Pugnalatori: Terrore e Giustizia a Palermo nel 1863
Nella Palermo del neonato Regno d’Italia, la sera del 1° ottobre 1862 segnò una pagina oscura di cronaca nera. Tredici coltellate simultanee, inferte da mani diverse nell’ombra dei vicoli, non furono un raptus collettivo, ma l’esecuzione di un diabolico piano eversivo.
Il documento processuale ci catapulta direttamente nella Corte di Assise, in un’aula gremita e carica di quel “senso misto di raccapriccio e di pietà”, restituendoci con nitore la radiografia giudiziaria di un dibattimento epocale che tenne col fiato sospeso un’intera isola.
La Cronaca del Dibattimento: Un “Pentito” Ante Litteram
Ciò che emerge prepotentemente dagli atti è la composizione della spietata congrega criminale: calzolai, facchini, venditori di focacce e guardie notturne.
Manovalanza di strada assoldata per la misera mercede di tre tarì al giorno. Il fulcro dell’accusa poggia sulle spalle di Angelo D’Angelo.
Catturato rocambolescamente dopo l’ultimo agguato, egli diviene la vera chiave di volta dell’intero impianto accusatorio. Le sue puntuali deposizioni infrangono il granitico muro di omertà dei coimputati, barricati in una “ostinata negativa”.
Non si può non notare una dinamica giudiziaria modernissima: la confessione del correo svela l’organizzazione in “squadriglie”, confermando in toto l’aggravante della premeditazione e l’esistenza di un macabro accordo preventivo per seminare il panico urbano.
Strage, Denaro e la Severità della Sentenza Capitale
Le trentatré questioni sottoposte ai giurati non lasciavano via di scampo. L’obiettivo finale dei sicari non era il mero omicidio isolato, bensì la “strage“, la diffusione scientifica del terrore a prezzo di denaro per destabilizzare il tessuto sociale di Palermo. La sentenza, emessa dopo sette febbrili giorni di udienze, è un manifesto inappellabile del rigore ottocentesco.
Tre durissime condanne a morte per decapitazione (comminate a Masotto, Castelli e Calì), lavori forzati a vita per otto sgherri, e una inevitabile riduzione a vent’anni per la preziosa collaborazione di D’Angelo. Questo vivido epilogo ritrae una Sicilia in profonda transizione: un territorio dove antiche reti occulte cercavano di governare attraverso la paura, ma dove lo Stato, in tale drammatico frangente, rispose calando la sua scure inflessibile per neutralizzare per sempre questi “dodici mostri”.
Elio Di Bella


Vittorio Emanuele II a Palermo dopo i Mille