Rivolta del Sette e mezzo del 1866 a Palermo negli articoli del Giornale di Sicilia
La mattina del 16 stante verso le 4 a. m. si sentiva una viva fucilata dal lato meridionale e settentrionale della Città.
Accorsa la forza sul posto, avvennero degli scontri con comitive armate, le quali da prima alquanto sgominate, ingrossando mano mano di numero, invasero in tutti i sensi i principali quartieri della città stessa.
Allora concentrato uno scarso numero di militi ed officiali di Guardia Nazionale nel Palazzo del Municipio, si pensò a provvedere alla difesa di quel locale, ove erano già in sedute permanenti il Sindaco, i componenti della Giunta Municipale e parecchi altri ragguardevoli personaggi.
Verso le 7 a. m. vi si recarono il Prefetto Commendatore Torelli, col suo Consigliere Delegato Cav. Achille Basile. Si operò una sortita per le vie principali della Città de’ militi e graduati della G. N. che in scarso numero si trovavano già raccolti presso il Palazzo Municipale, con alla testa il Prefetto ed il Sindaco.
L’effetto morale di questo passo ardito fu meraviglioso, e se in quel punto si fosse alquanto rinforzato di altro buon numero di Guardie Nazionali quel nucleo di uomini che si era spinto con tanto coraggio proprio nel centro de’ rivoltosi, la loro disfatta si sarebbe anche allora completamente effettuata.
Sul far della sera il Sindaco e la Giunta si stabilivano nel Palazzo di Città da presso agli altri funzionari governativi, tanto per coadiuvarli di tutto il loro appoggio, quanto per mantenere incolume la dignità e la nobile indipendenza della rappresentanza legale del paese.
Da quel momento si provvide alla difesa del Palazzo Reale, restando in potere della Regia Truppa il forte di Castellammare, le Finanze e le Carceri. Avvegnaché la poca forza e i pochi privati cittadini che erano dentro il Palazzo di Città, già circondato dalle bande de’ rivoltosi, la sera del 17 volgente, non potendo più oltre prolungare la loro resistenza, fecero risolutamente una sortita e riuscirono a riunirsi alla gente raccolta dentro il Regio Palazzo.
Durarono così le cose sino al giorno 21, quando arrivati tre Battaglioni comandati dal prode Generale Masi, fecero una brillante carica pel corso Vittorio Emanuele, e poscia rientrarono negli accampamenti.
L’indomani giungevano pure altre truppe che fanno parte delle Divisioni Angioletti e Longoni, mentrechè nella rada erano già ancorati un gran numero di legni da guerra.
Questo apparato di forza così numerosa e riunita in così breve tempo ne impose agli insorti, e mostrò a tutti come il R. Governo abbia mezzi abbastanza efficaci per vincere i conati della ribaldaglia o della reazione.
Nel giorno 22 si ristabilirono perfettamente le comunicazioni tra il R. Palazzo e l’interno della Città e d’allora in avanti tutto rientrò nella più perfetta calma.
In quel medesimo giorno giungeva col vapore postale la Stella d’Italia, S. E. il Luogotenente Generale Raffaele Cadorna, Comandante delle Truppe dell’Isola e R. Commissario con pieni poteri per la Città e Provincia di Palermo, ed immediatamente assumeva le sue funzioni. Veniva in pari tempo chiamato alla Reggenza della Prefettura il Cav. Achille Basile.
Frattanto convergevano in città e propriamente al R. Palazzo le colonne di Regie Truppe che avevano circuìto i sobborghi esterni di essa dal lato del sud e del nord, sgominando e sconfiggendo le ultime squadre dei ribelli, che si abbandonavano a precipitosa fuga di-nanzi alla viva fucilata dei nostri valorosi soldati e alle ininterrotte cariche de’ prodi Bersaglieri.
Palermo deplora i saccheggi, gl’incendi e gli altri eccidii perpetrati da una bordaglia briaca di sangue e di rapine. Saccheggiata la casa del Sindaco, Marchese di Rudinì, il magazzino merci, la Biblioteca, l’Ospedale e il Comando militare.
In Misilmeri e in altre adiacenze di Palermo si commisero atrocità senza esempio e senza riscontro negli annali della più efferata barbarie.
Tutte le altre città insulari e la parte eletta della popolazione di Palermo hanno altamente riprovata siffatta orgia del delitto e dell’anarchia.
Ora il R. Governo e le Autorità locali che degnamente lo rappresentano faranno opera, che cessi una volta questo facile imporsi del malandrinaggio alla quieta ed onesta cittadinanza, e che forza sia data alla legge. (Giornale di Sicilia 28 settembre 1866, n. 206).
RESPONSABILITA’ DEL CLERO NELLA RIVOLTA: CADORNA ALL’ARCIVE-SCOVO DI PALERMO –
Pubblichiamo qui appresso una lettera indirizzata ieri da S. E. il Luogotenente Generale e Regio Commissario, a questo Monsignor Arcivescovo, non che la risposta di quest’ultimo.
Permetterà la Em. V. che io chieda francamente delle spiegazioni sulla condotta da Lei tenuta nelle ultime dolorose vicissitudini che hanno contristato Palermo e dintorni.
Io debbo credere che Ella abbia troppo la coscienza dei proprii doveri per potersi menomamente dubitare che vi abbia potuto contravvenire per incertezza sul modo come regolarsi.
Ella non potea ignorare che il clero regolare, e in non poca parte anche il secolare, avevano da tempo dato opera a sconvolgere l’ordine pubblico, e ad inspirare alla plebaglia massime immorali e sovvertitrici.
Non può del pari disconoscere, che frati e preti, e monache perfino, non si guardarono, con una impudenza senza esempio, o dal mettersi alla testa delle orde dei rivoltosi, o dall’incitarle alla rapina ed al saccheggio.
Ebbene, cosa fece la Eminenza Vostra a prevenire che questi indegni ministri del Santuario, che queste vestali fanatiche di bugiardo fervore e di superstizione, si fossero fatti complici dei più atroci reati?
Mentre le primarie autorità sono rimaste ferme ai loro posti, là ove il loro debito di coscienza e di onore richiedeva che stessero, perch’Ella, che avrebbe dovuto essere di esempio agli altri, si è tenuta completamente in disparte?
Com’è ch’Ella non si sia interposta, arca di pace e di alleanza, fra una gente briaca di ladronecci e di stragi?
Ma non è questo che vien prescritto dal Vangelo. Ma non è così che si adempie ai dettami di Cristo. Ma non si giunge in tal modo a render gli animi inchinevoli al rispetto ed alla devozione verso coloro che dovrebbero essere estranei, e pur troppo non sono, ad ogni passione politica.
In nome dell’autorità di cui sono rivestito, io chiedo alla Eminenza V. che mi renda stretto conto del suo operato, perché il Governo ed il paese possano giudicare se, e sino a qual punto sia Ella responsabile degli eccidi perpetrati e del versato sangue cittadino.
Attendo sua particolareggiata risposta, e Le dichiaro sin da ora che reputerei il Suo silenzio come una esplicita confessione di colpa.
Il Luogotenente generale delle Truppe in Sicilia. Comm. Regio RAFFAELE CADORNA.
Ecco la risposta dell’Arcivescovo di Palermo: Con somma mia sorpresa, e grave rincrescimento ho preso lettura del suo foglio d’oggi stesso n. 34, col quale si vuole mettere a mia responsabilità, l’opera del clero, tanto regolare, che secolare, che si suppone che avesse da tempo dato opera a sconvolgere l’ordine pubblico, e ad inspirare nella plebaglia massime immorali e sovvertitrici.
Su di ciò credo opportuno sottomettere a Lei che il clero regolare non è per le Leggi di Sicilia sottoposto alla mia giurisdizione, ma bensì a quella del giudice della monarchia.
Per quanto riguarda le monache recluse, può Ella esser sicuro che nessuna di esse è stata giammai in contatto colla plebaglia, e che perciò non ha potuto giammai mirare ad inspirare alla stessa massime immorali e sovvertitrici.
Relativamente poi al Clero Secolare io credo che in nessuna altra città d’Italia vi fosse un clero, che nella sua generalità fosse modello di buoni costumi e che fosse alieno dall’inspirare alla plebaglia idee di simil natura.
Che, se qualche eccezione potesse esistere fra taluno di essi, è inutilmente che a me se ne vuole addossare la responsabilità.
L’Autorità Arcivescovile in questi ultimi tempi è esautorata sino agli estremi, e quando voleva ricondurre taluno traviato al retto sentiero secondo le Leggi del Vangelo, l’Arcivescovo è stato attaccato sotto tutti i rapporti dal giornalismo, il quale è stato quello che precipuamente ha fatto opera per inspirare a quella plebaglia le idee sovvertitrici di ogni Religione, di ogni potere costituito, e di ogni rispetto dovuto alla proprietà.
D’altronde sino a questo giorno nessuna doglianza a me è pervenuta da parte del R. Governo e dalle autorità politiche circa la condotta del clero secolare, che è appunto quello che esclusivamente è sotto la mia giurisdizione.
Sino a questo giorno nessuno appartenente a questo clero è stato a me denunziato come quello che avesse dal Sacro pergamo profferito parola che attentasse all’ordine costituito ed alle massime ispirate dal Vangelo, ed io ho ferma coscienza di non avere neanco dai privati e dalle autorità ecclesiastiche denunziato persona che munita dalla facoltà di predicare ne avesse abusato contro i poteri costituiti per sovvertire l’ordine pubblico.
Ella poi chiede perchè non mi sia interposto fra una gente briaca di ladroneggi e di strage ad impedire tanti danni.
Se Ella intende con ciò annunziare ch’era mio dovere di scendere fra le barricate nel momento del conflitto, credo che vi fosse grave equivoco sul proposito, poiché oltre che la mia età compie già l’ottantesimo anno, ed è gravemente acciaccata in salute, certamente essendo il palazzo Arcivescovile per la tutela dell’ordine occupato dalle Truppe Reali, appena che io mi sarei affacciato, sarei stato ricevuto com’altro mio predecessore a colpi di archibugio e senza alcun utile effetto.
In quei momenti terribili ciò che mi era lecito di fare si era di accogliere con ogni ospitalità le Truppe che si erano stanziate nel mio palazzo, e son fiducioso che coloro che vennero da me non ebbero ragione a rimaner scontenti di cosa.
Io ho salda coscienza che il Governo ed il Paese giudicando di me non mi riserveranno neppure una bricciola degli eccidii perpetrati e del versato sangue cittadino, che sono da imputarsi a chi è contemporaneamente nemico alla religione, al Governo del Re, alla proprietà, e che oggi per discaricarsi della grave responsabilità che pesa su di loro tentano di rovesciarla su di altri.
In ogni evento siccome nei precetti del Vangelo vi ha di essere ossequioso ai Governi costituiti, io dal mio canto non potrei permettere che nell’esercizio dei suoi doveri il Clero potesse ribellarsi a questo precetto e quindi se Ella avesse qualche cosa con ispecialità da imputare contro alcuno che si appartenesse al Clero secolare io sono pronto a sottoporlo a quelle misure di rigore che sono nei miei poteri di attuare. L’Arcivescovo GIOVANNI B. NASELLI (Giornale di Sicilia 28 settembre 1866, n. 211).


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