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la votazione
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Il Libro Verde di Agrigento: storia di diritti, regole e controllo

4 Aprile 2026 //  by Elio Di Bella

Il Libro Verde della città di Agrigento è una delle raccolte fondamentali delle consuetudini, dei privilegi e dei più antichi atti governativi della città di Agrigento.

Volume « in folio » del secolo XVII, rilegato in pelle verde, — (detto perciò: Libro Verde) — contiene, all’inizio, la copia di un “Transunto delle Consuetudini, ed anche i Privilegi della Città” dal 1300 alla fine del 1600. Sul frontespizio appare la scritta a lettere d’oro “Signat Agrigentum Mirabilis Aula Gigantum”, e tutto il volume si compone di trecento fogli per buona parte vergati da un’unica mano. Racconta la storia dell’antico cammino percorso dagli agrigentini per assicurarsi un diritto più certo.

« Libro di tutti li privilegi, consuetudini e particolari ordinationi di questa magnifica città di Girgenti », raccolti ed ordinati in tempo dell’invittissimo e Cattolico Signor D. Filippo Quarto d’Austria, re di Spagna, nostro signore, per li Spettabili Signori Giurati D. Andria del Porto, Geronimo Seta, Gaspare de Fide e Nicolao Antonio Pancuccio dell’anno secunda Indizione, 1634″.

Da questo testo sappiamo che sino dagli inizi del secolo scorso la vita amministrativa agrigentina sì reggeva su un antico statuto informato quasi totalmente alle leggi di Federico II aragonese. Naturalmente nei secoli è stato modificato.

L’antico statuto municipale — che può essere considerato il padre di tutti i successivi — stabiliva innanzi tutto precise regole per l’elezione del consiglio civico, con la votazione che avveniva nell’atrio del monastero di San Francesco. Solo alcuni facevano parte del corpo elettorale. Gli elettori «al suono della campana » esprimevano il proprio voto e così la città aveva il suo massimo organo amministrativo.

Figura importantissima della vita politica della città era il Giurato. Ad Agrigento ve ne erano quattro, uno era alla testa, il Mastro giurato. Questi funzionari godevano di particolari immunità e avevano notevoli responsabilità amministrative finanziarie e militari.

Facevano da economi, da esattori delle tasse, comandavano la milizia e potevano anche sostituire il capitano di giustizia. I consultori, esperti in legge ed economia, li consigliavano «negli affari di grave momento».

Il capitano di giustizia seguiva invece le cause criminali, istruiva ì processi. procedeva alla carcerazione e quando occorreva «tutto rimetteva alla Gran Corte».

Il capitano di guerra veniva invece nominato in caso la città fosse impegnata in qualche grave conflitto. Agrigento, in quanto città demaniale, poteva anche nominare un Sindaco, che sedeva al Parlamento Siciliano.

Per buona amministrazione locale non potevano mancare per statuto un notaio, un archiviario, un collettore delle gabelle, un tesoriere e così via sino al banditore e al portolano, che amministrava la vita del Caricatore (il porto). Ognuno di questi dirigeva un ufficio e lo statuto stabilisce anche per il loro funzionamento regole dettagliate.

Seguono gli articoli sull’amministrazione della giustizia, che esordiscono con il preciso principio che si conceda giustizia. Era alto nelle intenzioni, il senso della giustizia era ampio ed esisteva un certo garantismo.

Veniva, intatti, stabilito anche il termine entro cui concludere le cause. Ma purtroppo proprio in questo passo il testo è poco leggibile. Non era permesso bestemmiare e veniva punito anche chi avendo sentito una bestemmia non denunziava il reo. Costui avrebbe pagato un augustale.

Gli ultimi articoli dello statuto trattano del lusso, delle onoranze funebri e delle feste religiose. Riguardo al lusso le più colpite erano certamente le donne. Era proibito indossare ornamenti d’oro, collane dì perle, collari anche d’argento, cinture, fazzolettini o mantelline decorati con filo d’oro purché il valore di tali oggetti non superi i venticinque scellini.

Restrizioni particolari anche sull’abbigliamento, anche su quello da lutto. Le multe contro trasgressori erano salate. Un paio dì curiosità infine sulla condotta da tenere durante le feste religiose principali. «A nessun ebreo è lecito operare o far servizio alcuno» e «nessuna meretrice faccia copia di sé (eserciti il mestiere), ove non siano spacciate (finite) le messe», anche l’amante sorpreso a non osservare la norma pagava un augustale. In tal modo lo statuto dava praticamente una sorta di riconoscimento al mestiere più antico del mondo.

Ul libro verde abbiamo un testo del professore Ernesto De Miro: “Se vogliamo avere un’idea della composizione sociale degli abitanti della città in quel tempo, si può richiamare la circostanza della venuta in Girgenti nel 1478 del vicerè conte di Prades, per il recupero di “spese di guerra e di una assemblea cittadina a cui avrebbero partecipato gli ufficiali, gli artigiani, i contadini e “borghesi” (concil. 1° Aug., Xl, Ind. 1478)”.

E se vogliamo completare il quadro girgentino nella seconda metà del XV sec. con la composizione etnico-religiosa, bisogna far menzione dei non pochi saraceni immigrati, e sopratutto della numerosa colonia ebraica, che aveva la propia sinagoga o Gemà, di cui fu ordinata la distruzione nel 1476, alcuni decenni prima della espulsione degli ebrei nel 1492, nella strada allora chiamata “Reale”, in un punto confinante con le case Matteo Pujades, con la chiesa del Salvatore, e che noi oggi potremo identificare con la contrada dietro la chiesetta dell’orfanotrofio “Boccone del Povero” ex Istituto Granata, che ci tramanda il nome di “Moschita’.

Fuori delle mura meridionali, sotto la chiesetta di S. Cecilia, stendevansi i terreni di proprietà della colonia degli ebrei, e la contrada conservava ancora la denominazione di “orto della Giudeca”; così come noto il cimitero sotto la Porta dei Panettieri (atto di vendita presso il notar Matteo Squillaci a 4 settembre, Xl indizione 1492, Arch. Notarile).

Un periodo di decadenza e degrado della città sul colle dì Girgenti (che nel frattempo aveva raggiunto le 3500 case tassabili) interessò il XVI secolo, tra scorrerie e piraterie, carestie e pestilenze. Le case tassabili si ridussero ad appena 2000.

Sempre dal Libro Verde del Comune di Girgenti (priv. del 18 dicembre, VIII ind. 1609) si ricava l’immagine di una città disertificata, con le case abbandonate e in rovina, si che nel 1609 si chiese ed ottenne dal vicerè il privilegio di poter concedere le case abbandonate a chi avesse voluto riedificarle.

In contrasto con tale situazione di decadimento dell’abitato stanno la ricostruzione dell’ospedale civico nel 1541 e la fondazione del seminario presso il palazzo di Manfredo Chiaramonte, nel 1574 ad opera del vescovo Cesare Marullo, completato nel 1611 dal vescovo Vincenzo Bonincontro con l’annessione dello Steri dei Chiaramonte”.

Elio Di Bella

Categoria: Cultura, In 5 Minuti, Storia AgrigentoTag: agrigento, agrigento storia, amministrazione, diritto, girgenti, libro verde

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