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il tempio di giove: ipotesi ricostruttiva
il tempio di giove: ipotesi ricostruttiva

Tempio di Giove Olimpio ad Agrigento: una proposta

4 Aprile 2026 //  by Elio Di Bella

Tempio di Giove nella Valle dei Templi di Agrigento. Il soprintendente Griffo riteneva possibile ricostruire il tempio con assoluta fedeltà

Tratterò assai sommariamente per l’inclemenza del tempo  concessomi, di quello che può considerarsi il monumento più importante dell’antica Agrigento. E non solo di Agrigento. Quanto a dimensioni esso era, con il Didimeo di Mileto, l’Artemision di Efeso (entrambi in Asia Minore) e il Tempio G di Selinunte (nell’Occidente greco), uno dei colossi dell’architettura templare ellenica. Dico il Tempio di Zeus olimpio, quello che ad Agrigento – gli agrigentini mi passino la digressione – viene di solito detto il Tempio di Giove (Giove è il corrispondente latino del greco Zeus) e che fino a qualche decennio fa era inteso più volgarmente come il Tempio dei Giganti.

Perché dei Giganti?

La denominazione deriva dalla scrittura Signat Agrigentum mirabilis Aula Gigantum che accompagna lo stemma tardo-medioevale della città, manifestamente ispirato, con la rappresentazione di tre figure gigantesche reggenti una trabeazione turrita, al ricordo – sebbene alquanto sbiadito – dell’immane edificio dei tempi classici crollato per terremoto in età non precisabile. Le sue rovine dovevano essere impressionanti per vastità e per mole.

Ancora nel dicembre del 1401, stando ai versi latini di un ignoto poeta degli albori del Rinascimento, una parte del tempio ancora superstite crollò di schianto e ciò – il poeta stesso accoratamente lo sottolinea – tra l’indifferenza dei cittadini di allora. Perdonatemi un’amara considerazione personale: l’indifferenza per l’impareggiabile patrimonio archeologico-paesaggistico della Città dei Templi è un fatto ricorrente da queste parti: le offese che di recente gli sono state inferte gridano – purtroppo oramai invano – vendetta dinanzi a Dio e agli uomini.

E di indifferenza, da parte degli amministratori e di quanti altri ne furono responsabili in quel tempo, ancora si trattò quando, a metà del ‘700, gli immensi cumuli di resti del Tempio di Zeus fecero da comoda cava di colossali pietre squadrate per la costruzione del molo di Porto Empedocle. Il tempio fu cominciato a costruire poco dopo il 480 a.C.

In quell’anno – come si ricorderà – gli eserciti alleati dell’agrigentino Terone e del siracusano Gelone avevano vinto presso Imera, sulle sponde siciliane del Tirreno, la tracotanza dei Punici di Cartagine, tesi a contrastare l’affermazione della grecità in Sicilia.

La vittoria fu dagli storici antichi confrontata a quella riportata dai greci della Grecia propria contro i Persiani a Salamina e si volle avvenuta addirittura nello stesso giorno. Ad Agrigento ne derivò grande fama e potenza. Per la città ebbe inizio un periodo di floridezza e di splendore che permetterà, per tutto il secolo, tra altre cose, l’edificazione di quella magnifica serie di templi che la contraddistinguono tra le metropoli del mondo antico.

A Zeus, il padre degli dei, considerato artefice della memoranda vittoria, il nostro tempio fu solennemente dedicato.

Si trattò di una costruzione per vari sensi eccezionale.

Non c’è edificio, nell’architettura di tutti i tempi, che gli si possa paragonare.

Le sue misure assolutamente fuori dall’ordinario imposero forme aberranti dai modi canonici.

 Le proporzioni della pianta furono di un doppio quadrato: mt. 112,60×56,30, circa 6.500 metri quadrati.

L’altezza superava forse i 30 metri.

È incerto se abbia avuto frontoni: e però Diodoro ne parlerebbe attribuendogli rappresentazioni scolpite raffiguranti la lotta di Zeus contro i Titani ad Est e la guerra di Troia ad Ovest.

La cella era tripartita nel senso lunghezza: al centro è probabile che fosse a cielo aperto.

Tutt’intorno al posto del solito colonnato, date le difficoltà a realizzarlo, correva tutta una parete da cui fuoriuscivano nella parte interna robusti pilastri quadrangolari e in quella esterna semicolonne rastremate, tanto ampie da poter contenere – sempre a detta di Diodoro – un uomo che si appoggiasse di spalla a ciascuna scanalatura.

Elemento caratterizzante di questa singolare architettura: l’impiego, in pari tempo strutturale e ornamentale di un rilevante numero – 38 – di Telamoni. (Intendesi per Telamone una figura umana maschile rappresentata a reggere il peso di una trabeazione; il corrispondente femminile si dice Cariatide. Nel nostro caso, cioè nell’Olympieion agrigentino, ai Telamoni va per altro attribuita anche una felice significazione morale, per cui essi furono un simbolo evidente del valere della giustizia sulla brutalità, nella doppia accezione di luce che aveva trionfato sui Titani (i Giganti nella nostra più comune denominazione) e dei Greci di Sicilia – gli Agrigentini in specie – vittoriosi ad Imera sui «barbari» Cartaginesi.

Le indagini sul Tempio di Zeus – va detto con franchezza – iniziate da oltre due secoli sono tutt’altro che esaurite. Lo stato a cui sono oggi ridotte le sue rovine impedisce di risolvere tutti i problemi che lo riguardano.

Non starò ad elencarli in questa sede, il più assillante è quello dell’esatta collocazione da attribuire appunto ai Telamoni.

Uno di essi, circa il 1825, fu ricomposto di più pezzi, con evidenti imperfezioni, da Raffaello Politi.

Fu propriamente lo distese, in posizione supina, al centro dell’area della cella, dove è rimasto fino a quando io non ritenni doverlo trasferire – lasciando al suo posto un moderno calco – nella sala dedicata al nostro tempio nel Museo che costruivo a San Nicola.

E qui del museo egli costituisce quello che potrebbe dire il centro ideale.

Resti di altri esemplari – e tra essi due altre teste – sono stati rinvenuti in tempi più recenti, sempre insufficienti per i nostri bisogni conoscitivi della loro problematica.

Dopo numerose ipotesi sostenute nel secolo scorso secondo le quali i Telamoni andavano posti in parti interne del tempio, si è addivenuti nel nostro a proporre – stia pure una dall’altra diversa – di una loro collocazione all’esterno.

Tra le più probabili quella da me sostenuta in vari scritti di volta in volta elaborati, per la quale il Telamone, posto, a partire da una certa altezza, nello spazio intercolonnare, avrebbe contribuito con le colonne contigue a sostenere il peso della superiore trabeazione; ma non appoggiato, e perciò da essa sporgente, ad una parete piena, bensì come isolato, insieme con un pilastro con cui faceva corpo, al centro di una sorta di finestra che dava luce ai corridoi perimetrali interni dell’edificio.

Per quanto convinto della serenità di questa mia ipotesi non esito a riconoscere che più attente ricerche andrebbero fatte quali finora non si è stati in grado di attuare.

E queste ricerche, solo che si voglia, sono a mio giudizio possibili. Vorrei dire, quasi con certezza, risolutive.

Valgano a questo proposito, alcune considerazioni su cui, nella mia lunga permanenza da queste parti, ho avuto modo responsabilmente di meditare.

Sul lato meridionale, per tutta la sua lunghezza, le rovine del tempio, anche dopo gli scavi che in tempi moderni vi condussero Pirro Marconi e Giuseppe Cultrera, si conservano in quello stato di sconvolgimento a cui l’edificio è stato ridotto per effetto del suo crollo, sia questo avvenuto in unica volta o, per qualche parte, in momenti diversi.

Un esame dei resti di questo lato mi ha consentito di cogliervi – credo per primo – tre aspetti del loro essere composti:

In una certa zona (poco oltre il centro a partire da Est) si nota che essa distribuisce quasi con molo ondulatorio da Nord a Sud, sì che le parti alte, dai capitelli in su, vennero a disporsi ruotando di 90° rispetto alla verticale, alcuni metri traslati sul terreno antistante.

E ancora oggi è possibile, dopo l’accurata ripulitura che ebbi a farvi alcuni or sono, una chiarissima lettura dei loro rapporti compositivi, in una visione che li ripropone così com’erano a guardarli dal lato posteriore della trabeazione della peristasi.

Io stesso vi ho rilevato recentemente misurazioni assai corrette dell’architrave nello spazio tra due colonne contigue.

All’altezza della 3ª colonna da Est (la 1, che era colonna angolare, purtroppo non si conserva), un’altra per crollo, la fabbrica cadde scivolando su sé stessa, e ciò permise che le sue strutture conservassero assolutamente intatta la forma originaria, senza che i singoli elementi subissero il minimo spostamento dell’uno rispetto agli altri.

È un vero miracolo che una tal cosa sia potuta accadere, ma dà siffatta documentazione finite risultate e permangono certezze di ricostruzione che in qualsiasi altro punto sono andate irreversibilmente compromesse.

E passiamo alla zona dalla 4ª alla 7ª colonna (sempre da Est) e ai relativi intercolumni.

Qui la distruzione dell’edificio avvenne in tutt’altro modo.

Con ogni probabilità, quasi per un sussulto, le parti basse soprastanti, che vennero a cadere quasi verticalmente su di quelle, sfasciandosi sì ma consentendo che tutti – si ponga l’attenzione: tutti – gli elementi che lo componevano restassero più o meno caoticamente ammucchiati nel posto di caduta.

È un fatto certo – così stando le cose – che almeno due Telamoni, o forse tre, con l’intera struttura di cui facevano parte, sono qui sigillati sotto l’immane «cumulo» di macerie ora per ultimo descritto, che rimane ancor oggi come si configurò al momento del crollo. Nessuno l’ha minimamente toccato; ad esso – impressionante spettacolo per grandiosità e per valore documentario – è lì a rappresentare quasi un prezioso scrigno che aspetta di essere riaperto per svelare i «tesori» che vi sono conservati.

L’impresa che si potrebbe tentare richiede, non va nascosto, molto coraggio e un senso di responsabilità grandissimo.

Ci pensai, e per tanto tempo, quando dirigevo la Soprintendenza di Agrigento. Ebbi consenso da parte di tecnici che interpellai per un parere di massima. Per varie ragioni – i tempi non erano maturi per imprese del genere – non si riuscì di far nulla oltre un abbozzo di progetto preliminare. Eppure, quell’idea mi è rimasta fissa nella mente e nell’animo. E in questi ultimi anni ci sono più volte tornato, proponendo ripetutamente che altri, da posti di responsabilità che non sono più miei, ne prendesse, vorrei dire, il «testimone».

Giorni fa, ad Agrigento, ne ho pubblicamente parlato in una tavola rotonda che si teneva – per iniziativa della Soprintendenza – su problemi riguardanti l’antica architettura della zona.

Ho ripetuto allora e qui ancora ripeto: lì, al Tempio di Zeus, sotto le macerie da me sopra descritte, anche se il crollo improvviso li avrà ovviamente scompaginati, non è andato perduto un sol pezzo di quelli che costituivano la singolare struttura dell’edificio.

Ci sono i blocchi di cui erano fatti – con rigorosa stratificazione – le semicolonne della peristasi. E i loro colossali capitelli. Vi si potranno raccogliere, senza che il tempo li abbia in alcun modo modificati, i conci parallelepipedi appartenuti alla parete a cui le colonne si appoggiavano.

E dal suo esatto configurarsi di diversi livelli dell’elevato sarà possibile ottenere una ricostruzione di assoluta fedeltà.

Dei Telamoni che il crollo travolse si troveranno senza alcuna lacuna le varie membrature di cui erano ingegnosamente composti. A restituirli nell’integrità della loro figura, dai piedi alla sommità della testa, non ci vorrà molta fatica.

 E di estrema semplicità io ritengo la ricomposizione di tutto quello che gli stava sopra.

Basta guardare dall’alto – sul posto – l’immensa rovina su cui ho richiamato più volte l’attenzione: i grandi blocchi dell’architrave stanno lì, in una chiarissima disposizione che riproduce esattamente i loro originari rapporti, a suggerire l’idea di iniziare da essi il delicato smontaggio delle rovine che dovrebbe poi condurre a disvelare via via ogni arcano.

A scavo ultimato, una ricostruzione in loco delle risultanze ottenute non sarebbe difficile a farsi. Avremmo oltre tutto una qualche cosa di eccezionale valore sotto tutti i punti di vista. Assolutamente un unicum tra i monumenti del mondo antico.

Non ne varrebbe forse la pena? Non si troveranno enti ed esperti disposti un giorno o l’altro, ad assumersene l’incarico? Io, cari amici agrigentini che avete avuto la bontà di ascoltarmi, fermamente lo spero.

Pietro Griffo, Il tempio di Giove Olimpio ad Agrigento: una proposta, in Agrigentini a Roma e ovunque

La presente nota è stata da me letta nella riunione di amici agrigentini convocata dal prof. Giuseppe Iannuzzo a Valmontone (RM) il 5/6/1988

Categoria: Cultura, In 5 Minuti, Storia AgrigentoTag: agrigento storia, akragas, pietro griffo, tempio di giove, valle dei templi

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