Osservando questa preziosa immagine della nostra antica Girgenti d’inizio Novecento, sento quasi la polvere di quella strada sterrata salirmi nelle narici. Per noi, figli del popolo, la via che costeggiava l’imponente muro di cinta della Villa Garibaldi era un passaggio quotidiano fatto di pura fatica e sudore.
In primo piano, lo scatto fissa per sempre i volti dei miei compagni di fatica. Guardate quell’uomo al centro, a dorso del suo mulo: la coppola calata sugli occhi per ripararsi dal sole spietato, il gilet scuro, lo sguardo rassegnato ma fiero di chi tira avanti un’intera provincia basata sulla lenta e massacrante trazione animale. Le immense ceste intrecciate, caricate fino all’inverosimile sui fianchi delle bestie, trasportavano foraggio e materiali poveri dalle campagne circostanti. È la Girgenti del lavoro manuale, quella che si spacca la schiena per una miseria.
Eppure, proprio sullo sfondo di questa stessa scena, si consuma il grande contrasto sociale della nostra epoca. Notate la carrozza trainata dai cavalli? È il simbolo tangibile di un ceto borghese e agiato che si muove comodo, sfiorando appena le nostre miserie prima di allontanarsi. A dividere fisicamente e psicologicamente questi due universi paralleli c’è quel muro monumentale sulla sinistra. Oltre quella barriera di pietra, da cui scorgiamo fronde lussureggianti, si estendeva il “Parco delle Rimembranze“, un’oasi verde e fresca, ma sideralmente lontana dalle nostre vite.
Mentre noi inghiottivamo la polvere della strada, oltre la cancellata sorvegliata da sfingi e leoni in marmo, i “civili” passeggiavano all’ombra di alberi secolari. Lì, i rinomati gelatieri Romeres e Argento servivano squisite cassate e granite ai tavolini in ferro battuto. Il divario si faceva ancora più acuto durante “Il Venerdì alla Villa“, quando le autorità cittadine si radunavano attorno al suggestivo emiciclo di pietra per ascoltare i raffinati concerti della banda municipale. Lì dentro c’era persino un piccolo zoo con scimmie e pavoni, un capriccio per il puro diletto dei signori.
Questa fotografia è lo specchio di una frattura sociale profonda. E fa stringere il cuore pensare che, decenni dopo, la prepotenza cieca del cemento avrebbe “assassinato” per sempre quel paradiso verde per far posto a palazzi e uffici. Oggi, di quella Girgenti dalle due anime, ci resta solo la memoria silenziosa di questo scatto.


Tra coppole e bancarelle: il mercato di Sciacca