Giuseppe Basile, Antonio Brucculeri, Maria Nella Panebianco,
Il dissesto idrogeologico della collina di Agrigento: considerazioni di sintesi sull’assetto geologico-geomorfologico, in Geologia dell’Ambiente, periodico trimestrale della Società Italiana di Geologia Ambientale – SIGEA, n. 3/2017, anno XXV, luglio-settembre 2017, pp. 2-8.
Cattedrale di Agrigento: uno studio sulla frana
Riportiamo qui una sintesi analitica molto aderente al contenuto di questo testo di una decina di anni fa di grande interesse
Il dissesto idrogeologico della collina di Agrigento
Il versante settentrionale e i danni alla Cattedrale
Lo studio esamina il versante settentrionale della collina di Agrigento, sul quale sorgono la Cattedrale, il Seminario arcivescovile, il Palazzo arcivescovile, la Curia e la chiesa di Sant’Alfonso. L’area è interessata da fenomeni d’instabilità geomorfologica che, nel corso dei secoli, hanno provocato lesioni, cedimenti e ripetuti interventi di consolidamento degli edifici religiosi.
Nel 2010 una nuova riattivazione dei fenomeni di dissesto produsse un preoccupante quadro fessurativo nella Cattedrale, determinandone la chiusura al culto e il puntellamento. Le campagne geognostiche avviate nel 2005, nel 2008 e nel 2012 dalla Protezione civile nazionale e regionale mostrarono che il problema non poteva essere ricondotto a una sola frana, ma a un sistema complesso di instabilità esteso a tutto il pendio.
La frana del 1966 e la frattura della Cattedrale
Gli autori prendono in esame la presunta relazione tra la frana del 19 luglio 1966, che colpì soprattutto il quartiere dell’Addolorata sul versante sud-occidentale, e la grande frattura visibile sul margine settentrionale della collina.
Lo studio esclude che esistano prove sufficienti per collegare direttamente i due fenomeni. La frattura presso la Cattedrale non sarebbe quindi una conseguenza della frana del 1966. Le fonti storiche dimostrano, infatti, che l’edificio presentava problemi statici molti secoli prima: sono ricordati il crollo del tetto nel 1221, il cedimento della volta e della navata intorno al 1500 e lesioni murarie documentate nel 1741.
La collina di Agrigento è formata da una successione di terreni pliocenici e pleistocenici, caratterizzata dall’alternanza di livelli calcarenitici, sabbiosi, limosi e argillosi.
L’assetto geologico della collina
La Formazione di Agrigento, di età pleistocenica, comprende:
un banco inferiore di calcareniti grossolane;
un livello intermedio argilloso e sabbioso;
calcareniti superiori giallastre, grossolane e ricche di fossili.
Al di sotto si trova la Formazione di Monte Narbone, costituita prevalentemente da argille e marne del Pliocene medio-superiore. Seguono, più in profondità, i Trubi del Pliocene inferiore e i terreni della Serie evaporitica messiniana.
Questa alternanza è determinante: le calcareniti sono relativamente rigide e permeabili, mentre i livelli argillosi e limo-sabbiosi sono più deformabili e sensibili alla presenza dell’acqua.
Circolazione delle acque e alterazione dei terreni
Le fratture presenti nelle calcareniti favoriscono l’infiltrazione delle acque meteoriche. L’acqua raggiunge gli strati più fini sottostanti, provocando alterazioni chimiche, deformazioni plastiche e variazioni delle caratteristiche meccaniche dei terreni.
Nei livelli argillosi sono stati osservati cristalli di gesso secondario e superfici di ossidazione, interpretati come effetti della circolazione idrica. Durante un sondaggio inclinato eseguito dal sagrato della Cattedrale fu intercettata acqua a circa quindici metri di profondità, in corrispondenza di materiali di riporto racchiusi nei livelli limo-sabbiosi.
Gli autori precisano, tuttavia, che i dati disponibili non permettono di stabilire una relazione automatica e univoca tra singoli eventi piovosi e accelerazione dei movimenti.
I diversi fenomeni d’instabilità
Sul versante settentrionale sono riconosciuti diversi meccanismi geomorfologici:
movimenti corticali lenti e fenomeni di creep nelle argille della Formazione di Monte Narbone;
antichi scorrimenti e crolli di porzioni calcarenitiche;
scivolamenti localizzati dei materiali di riporto;
lente traslazioni dei blocchi calcarenitici lungo le fratture;
deformazioni negli strati argillosi e limo-sabbiosi intermedi.
Le misurazioni inclinometriche effettuate tra il 2012 e il 2014 non individuarono una superficie di scorrimento unica e chiaramente definita. Questo dato conferma che il dissesto non è prodotto da un movimento gravitativo semplice, ma dall’interazione di processi diversi.
Un elemento particolarmente importante è costituito dai materiali di riporto accumulati nel corso del tempo per ricostruire, ampliare o regolarizzare il margine della collina.
La navata settentrionale della Cattedrale poggia in parte su questi terreni, scarsamente addensati e distribuiti secondo geometrie irregolari. Nel settore nord-occidentale dell’edificio gli studi hanno individuato riporti con uno spessore di circa sette-otto metri.
Il ruolo dei materiali di riporto
Questi materiali formano un substrato disomogeneo e instabile, collocato per di più sul bordo di un pendio molto ripido. La loro presenza contribuisce ai cedimenti differenziali e alle lesioni dell’edificio.
Il modello interpretativo del dissesto
Secondo il modello proposto dagli autori, esiste una relazione reciproca tra:
le fratture presenti nelle calcareniti superiori;
l’infiltrazione delle acque meteoriche;
la deformazione degli strati sabbiosi, limosi e argillosi sottostanti;
lo spostamento progressivo dei blocchi calcarenitici;
l’instabilità dei materiali di riporto;
gli effetti prodotti sugli edifici sovrastanti.
Le fratture favoriscono l’ingresso dell’acqua; l’acqua altera e deforma gli strati più fini; le deformazioni sottostanti aumentano le tensioni nelle calcareniti e favoriscono ulteriori aperture e dislocazioni. Si crea così un sistema dinamico nel quale le differenti componenti si alimentano reciprocamente.
Le conclusioni dello studio
Il dissesto della collina non dipende da una causa isolata. È il risultato della concomitanza di quattro fattori principali:
alternanza di rocce con comportamento meccanico molto diverso;
condizioni idrogeologiche variabili;
forte acclività del versante settentrionale;
intensa trasformazione antropica prodotta da costruzioni, scavi e accumuli di materiali.
Gli spostamenti irregolari dei blocchi calcarenitici si manifestano negli edifici attraverso lesioni anche improvvise e molto estese. Le opere realizzate nel corso del tempo hanno prevalentemente riparato i danni già comparsi nella Cattedrale, senza intervenire in maniera organica su tutte le cause geologiche, idrogeologiche e antropiche dell’instabilità del pendio.
Un passaggio centrale dello studio può essere sintetizzato nell’affermazione che gli effetti osservati non derivano da una singola frana, ma da «un sistema di dissesti che caratterizza estesamente l’intero pendio».


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