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contrada balatizzo

Agrigento Sotterranea: Il villaggio rupestre del Balatizzo

16 Dicembre 2025 //  by Elio Di Bella

Quando la città si scava nella roccia: margini urbani che diventano rifugio

Il villaggio rupestre del Balatizzo tra ingegneria idraulica, archeologia urbana e fragilità geotecnica

Agrigento viene raccontata troppo spesso “in superficie”: i templi che dominano lo skyline, le vedute panoramiche dal colle, l’architettura monumentale. Eppure, la parte più istruttiva della città è quella che lavora sotto i piedi: un intricato sistema di raccolta idrica, cavità, riusi e micro-infrastrutture scavate nel tufo che raccontano millenni di adattamento umano a un territorio complesso. Nel Balatizzo — la fascia compresa tra via Dante, il Parco dell’Addolorata, il quartiere Santa Croce e l’area dove nel Trecento sorgerà il convento del Carmine — sopravvive la traccia più eloquente di questa Agrigento ipogea: un villaggio rupestre con cisterne a campana progettate per intercettare la pioggia e garantire resilienza a un insediamento esposto a crisi climatiche e assedi militari.

Quando la costa diventa vulnerabile — per incursioni, insicurezza delle rotte commerciali, collasso delle strutture politiche — le comunità ottimizzano la difendibilità. Ad Agrigento ciò si traduce, tra la tarda antichità e l’Alto Medioevo, nello spostamento verso il colle e nello sfruttamento sistematico di cavità preesistenti o di nuova escavazione. L’area del Balatizzo è citata nelle fonti come testimonianza efficace di ricoveri trogloditici con cortili e cisterne, tipici degli insediamenti rupestri diffusi in Sicilia in età bizantina, quando l’isola diventa frontiera fra Impero d’Oriente e minacce provenienti dal Mediterraneo occidentale.

Bonfiglio 1898 e il “silenzio delle fonti” davanti all’evidenza materiale

Il villaggio rupestre della contrada “Balatizzo” viene segnalato da Salvatore Bonfiglio nel 1898, nell’ambito di studi topografici sulla città antica e medievale. Colpisce il contrasto stridente tra la consistenza materiale del sito — grotte presenti dalla protostoria ai secoli dell’Alto Medioevo, con stratificazioni evidenti — e il “silenzio delle fonti” scritte. Le cronache medievali, quando menzionano Girgenti/Kerkent, si concentrano su eventi militari e religiosi, trascurando il tessuto abitativo quotidiano, soprattutto quello delle classi subalterne che occupavano gli insediamenti rupestri. Bonfiglio intuisce che questa archeologia del quotidiano, proprio perché dimenticata dalle élite, può offrire informazioni preziose sui meccanismi di sopravvivenza delle comunità in periodi di crisi.

La documentazione di fine Ottocento registra un sistema già in parte compromesso dall’espansione urbana moderna, ma ancora leggibile nella sua articolazione: abitazioni, cortili, cisterne, viabilità interna. Una geografia “di bordo” che, prima di essere marginalizzata dall’urbanistica ottocentesca e novecentesca, costituiva un’infrastruttura abitativa coerente e funzionale.

balatizzo ad Agrigento
balatizzo ad Agrigento

Perimetro funzionale: tra via Dante, Addolorata e l’area del futuro convento del Carmine

Il sistema rupestre del Balatizzo si estende tra l’odierna via Dante e il Parco dell’Addolorata a ovest, fino al quartiere Santa Croce a nord, spingendosi verso est nell’area dove nel Trecento verrà costruito il convento del Carmine. Si tratta di una geografia “di bordo”: non il cuore monumentale della città, ma nemmeno periferia agricola. È uno spazio liminale che assolve funzioni strategiche — difesa, approvvigionamento idrico, abitazione d’emergenza — proprio in virtù della sua posizione intermedia tra colle fortificato e pendici vulnerabili.

Questa fascia intermedia sarà, nel corso dei secoli, ripetutamente riutilizzata e riadattata: le cisterne diventano cripte, i vani rupestri vengono integrati in edifici in muratura, gli spazi aperti si trasformano in cortili o orti urbani. La continuità d’uso fino al Novecento conferma la vitalità del modello insediativo rupestre, che non è archeologico nel senso di “morto”, ma attivo, capace di assorbire trasformazioni senza perdere la propria logica strutturale.

Morfologia abitativa: la standardizzazione rupestre come indizio di pianificazione

La “casa tipo” descritta nelle fonti presenta uno schema ripetibile: un atrio rettangolare sulla strada, due piccoli vani intermedi (probabilmente destinati a deposito o riposo), e un cortile quadrangolare sul retro. Questo modello, compatibile con un impianto insediativo coerente e non episodico, suggerisce una forma di pianificazione, anche se non necessariamente centralizzata. Può trattarsi di standardizzazione spontanea — soluzioni tecniche che si dimostrano efficaci vengono replicate —, oppure di direttive dall’alto, imposte in contesti di riorganizzazione amministrativa o militare.

L’uniformità tipologica facilita la gestione dello spazio urbano: consente di calcolare densità abitative, ottimizzare percorsi, prevedere consumi idrici. È un’urbanistica minima ma non primitiva, che applica logiche pratiche a un contesto vincolato dalla morfologia del terreno e dalla disponibilità di risorse.

Le abitazioni risultano collegate da un sistema viario sviluppato; le aperture si affacciano su spiazzi resi pianeggianti dall’ablazione della roccia. Le distanze registrate — 13-15 metri tra un’unità e l’altra — indicano una trama “a maglia larga” che gestisce contemporaneamente privacy, accesso e sicurezza. Non si tratta di agglomerati caotici, ma di tessuti pianificati in cui il distanziamento tra le unità abitative non è casuale: riduce il rischio di propagazione degli incendi, garantisce ventilazione, consente spostamenti anche in caso di conflitto o emergenza sanitaria.

Gli spiazzi comuni, ottenuti tramite spianamento della roccia, fungono da nodi di socialità e scambio, ma anche da aree di raccolta dell’acqua piovana, che viene poi convogliata verso le cisterne. È un’infrastruttura sociale e tecnica insieme, in cui forma urbana e gestione delle risorse si intrecciano in modo indissolubile.

Cisterne a campana: ingegneria minima, impatto massimo

Accanto alle unità rupestri compaiono numerose cisterne a campana scavate nel tufo, destinate alla raccolta dell’acqua piovana. È un “sistema operativo” essenziale per comunità che non possono contare su adduzioni esterne affidabili. La forma a campana non è casuale: il restringimento superiore riduce l’evaporazione e limita l’ingresso di detriti; l’allargamento inferiore massimizza la capacità di stoccaggio sfruttando al meglio il volume scavato.

Le cisterne del Balatizzo si inseriscono in una rete più ampia di gestione idrica, documentata fin dall’antichità greca. Come ricorda il dottor Domenico Pancucci negli studi sugli ipogei agrigentini condotti negli anni Sessanta, il sottosuolo della città è attraversato da un complesso sistema di cunicoli che anticamente permettevano l’equilibrio idrogeologico. Alcuni di questi canali captavano acque sorgive, altri intercettavano acque meteoriche; molti assolvevano entrambe le funzioni. Le cisterne a campana del Balatizzo rappresentano la versione “domestica” di questa ingegneria idraulica: soluzioni decentralizzate, gestibili a livello familiare o di piccola comunità, che garantiscono autonomia rispetto alle infrastrutture pubbliche.

Nel 1848, il Capo maestro Marammiere esplorò tutti gli ipogei allora noti, redigendo una relazione sulle sorgenti e sui sistemi di captazione. Già allora era evidente che la rete ipogea agrigentina costituiva un unicum per estensione e complessità, collegando la città medievale sulla collina con la Valle dei Templi sottostante. Le cisterne del Balatizzo, in questo quadro, non sono episodi isolati ma nodi di una rete diffusa.

Da serbatoio a cripta: il riuso come conversione d’uso programmata

Alcune cisterne vengono trasformate in cripte durante la costruzione della chiesa dell’Addolorata, edificata intorno al 1670 dalla nascente congregazione. La chiesa, ancorata a uno sperone di tufo arenario, incorpora una piccola edicola sacra preesistente. Ben presto i confratelli si accorgono che il costone contiene due cisterne di origine greca, destinate in origine alla conservazione delle derrate alimentari. Le adattano ai loro usi, ne scavano una terza, e ottengono tre cripte per dare degna sepoltura ai propri iscritti.

Oggi, sotto il sacrato e sotto la navata della chiesa dell’Addolorata, alcune di queste cisterne/cripte risultano visitabili. È un esempio perfetto di adaptive reuse: stesso volume, funzione radicalmente diversa, stessa logica di scavo. La conversione da cisterna a cripta non richiede interventi strutturali complessi — basta impermeabilizzare, eventualmente intonacare, modificare l’accesso — ma rappresenta un salto semantico profondo: da contenitore di vita (acqua, cibo) a contenitore di morte (corpi, memorie).

Questo riuso sistematico testimonia la flessibilità progettuale degli spazi ipogei, che si prestano a molteplici destinazioni d’uso nel corso dei secoli. La stessa logica si ritrova in altre aree della città: cavità originariamente scavate come abitazioni diventano depositi, poi cantine, poi rifugi antiaerei durante la Seconda guerra mondiale. La città sotterranea è un palinsesto stratificato, in cui ogni epoca riscrive gli spazi senza cancellarli del tutto.

Tracce funerarie e il cimitero ottocentesco dell’Addolorata

Le fonti ricordano il ritrovamento di ossa umane in una delle cisterne/cripte dell’Addolorata, in relazione alla presenza, fino all’Ottocento, di un cimitero accanto all’attuale sacrato. Prima dell’istituzione dei cimiteri extraurbani — imposta dalle normative napoleoniche e borboniche per ragioni igieniche —, le sepolture avvenivano presso le chiese, nelle cripte o nei sagrati. L’Addolorata, essendo sede di una confraternita, disponeva di spazi dedicati per i propri membri.

Questo dettaglio, apparentemente minore, è utile per costruire una micro-storia delle pratiche funerarie e delle trasformazioni normative. Nell’Ottocento, il trasferimento delle sepolture dal centro urbano ai nuovi cimiteri di Bonamorone comporta una riorganizzazione dello spazio sacro: le cripte perdono la funzione funeraria attiva e diventano luoghi di memoria, visitabili in occasioni speciali. Alcune cisterne/cripte vengono sigillate, altre riutilizzate per altri scopi. È un processo che si ripete in molte città siciliane, ma che ad Agrigento assume caratteri peculiari per la densità degli spazi ipogei e la continuità d’uso.

Cronologie lunghe: dalla protostoria all’Alto Medioevo

Il complesso del Balatizzo viene interpretato dalle fonti come molto antico, con tracce che risalirebbero fino all’età predorica. È comunque certo il riuso intensivo in età bizantina, quando il colle di Girgenti diventa uno dei capisaldi della resistenza bizantina in Sicilia. Tra VI e VIII secolo, mentre l’Impero d’Oriente arretra nel Mediterraneo occidentale sotto la pressione longobarda e poi araba, Agrigento mantiene una guarnigione militare e una popolazione urbana che si rifugia nelle fortificazioni del colle.

Gli insediamenti rupestri del Balatizzo assolvono, in questo contesto, una funzione strategica: offrono ricovero supplementare in caso di assedio, garantiscono riserve idriche autonome, permettono movimenti discreti lungo il pendio. Il Balatizzo va letto, dunque, come palinsesto più che come “sito” unitario: stratificazioni successive, ciascuna con la propria logica funzionale, che si sovrappongono senza cancellarsi del tutto.

Le cavità più antiche possono essere state scavate in epoca greca o romana, magari con finalità differenti (cave di pietra, cisterne, sepolcri), e poi riutilizzate in età bizantina come abitazioni. Altre cavità sono sicuramente di scavo altomedievale, come attestano le tecniche costruttive e la morfologia degli ambienti. Distinguere tra fasi diverse richiederebbe scavi stratigrafici sistematici, oggi impossibili per l’urbanizzazione sovrastante, ma la compresenza di tipologie diverse è già di per sé indicativa di una lunga continuità d’uso.

828 e oltre: urbanistica ibrida tra Rabad e hisn

Dopo la conquista musulmana dell’828, la città — ora chiamata Kerkent — cresce e si struttura secondo un modello urbanistico “ibrido”. Convivono abitazioni trogloditiche nel Rabad (il sobborgo extramurale) e abitazioni in muratura nell’hisn, il nucleo fortificato. L’asse di via Garibaldi (che ricalca un tracciato antico) divide simbolicamente e funzionalmente queste due aree.

Il Rabad, con i suoi insediamenti rupestri, ospita artigiani, commercianti, popolazione meno abbiente. L’hisn concentra le residenze dei notabili, la moschea principale, gli edifici amministrativi. Non si tratta di un passaggio netto tra “città vecchia rupestre” e “città nuova in muratura”, ma di una coesistenza prolungata, in cui le due tipologie insediative si completano a vicenda. Le abitazioni rupestri offrono vantaggi termici (fresco d’estate, tepore d’inverno), sicurezza strutturale (resistenza ai terremoti), economicità (no materiali da costruzione, solo lavoro di scavo). Quelle in muratura garantiscono maggiore flessibilità planimetrica, possibilità di ampliamento verticale, status sociale più elevato.

Questa dualità persiste anche dopo la conquista normanna (1086), quando Agrigento torna sotto controllo cristiano. Il modello urbanistico musulmano non viene cancellato, ma gradualmente riassorbito e cristianizzato. Le moschee diventano chiese, i palazzi nobiliari passano a feudatari normanni, ma il tessuto abitativo rupestre continua a funzionare, soprattutto nelle fasce marginali come il Balatizzo.

Continuità d’uso fino al Novecento: abitazioni rupestri e tessuto sociale

Le abitazioni scavate nella roccia continuano ad essere utilizzate fino agli anni Cinquanta da popolazione povera. Lo testimoniano resti di intonaco, murature interne, impianti rudimentali. Questa continuità è fondamentale per un racconto non museale, ma sociale: le grotte del Balatizzo non sono reperti da proteggere sotto teca, ma spazi vissuti fino a epoca recente, integrati nel tessuto urbano moderno.

Durante il Ventennio fascista e il secondo dopoguerra, Agrigento conosce una drammatica crisi abitativa. La commissione Martuscelli, istituita dopo la frana del 1966, appurò che la popolazione era cresciuta del 20% tra il 1951 e il 1965, mentre il patrimonio edilizio era aumentato del 118%. Eppure, questo boom edilizio non risolse i problemi abitativi, anzi: si costruirono alloggi inadatti alle famiglie povere, che continuavano a vivere in condizioni di sovraffollamento nei “catoi” — abitazioni rupestri, seminterrati, grotte — del centro storico.

Il Balatizzo rientra in questo quadro: fino agli anni Cinquanta, famiglie intere abitano nelle grotte, adattandole con muretti, porte, finestre improvvisate. Sono abitazioni prive di servizi igienici, illuminate solo dalla luce naturale delle aperture, umide d’inverno. Ma offrono un tetto, e soprattutto non richiedono affitto. Quando, tra anni Cinquanta e Sessanta, si avvia il programma di sventramento del centro storico e costruzione di nuovi quartieri popolari (come Villaseta), molti abitanti dei “catoi” vengono trasferiti. Alcuni vani rupestri vengono murati, altri trasformati in depositi o cantine. Pochi rimangono accessibili.

Piazza San Giacomo: un altro cluster di cisterne e la ricostruzione del tessuto urbanistico medievale

Un dato prezioso per ricostruire il tessuto urbanistico medievale emerge dagli scavi edilizi nell’area di Piazza San Giacomo, tra via Garibaldi e via Oblati. Qui, la superficie ha rivelato numerose piccole cisterne a silos o a campana disposte in doppia fila, allineate e distanziate di 9-10 metri. Questa regolarità suggerisce un’organizzazione pianificata dello spazio, probabilmente connessa a un quartiere artigianale o commerciale del periodo islamico o normanno.

Le cisterne di Piazza San Giacomo non sono isolate ma si collegano, attraverso cunicoli sotterranei, al più ampio sistema ipogeo della città. Anche qui, come nel Balatizzo, la logica è quella della decentralizzazione: ogni unità abitativa o bottega dispone della propria riserva idrica, ma in caso di necessità può attingere al sistema collettivo. È una forma di resilienza distribuita, che riduce la vulnerabilità complessiva dell’insediamento.

La distanza di 9-10 metri tra le cisterne corrisponde grosso modo alla larghezza standard di un lotto urbano medievale: sufficientemente largo da ospitare un’abitazione con cortile o una bottega con retrobottega, sufficientemente stretto da massimizzare la densità edificatoria lungo le strade principali. Questa modularità, ripetuta in diverse aree della città, conferma l’esistenza di criteri urbanistici condivisi, trasmessi oralmente o codificati in normative locali oggi perdute.

Fragilità del colle: ipogei, acque e urbanizzazione

Il sottosuolo agrigentino, ricco di cavità e percorso da un’intricata rete di canali, rappresenta insieme una risorsa e una vulnerabilità. Gli ipogei, che in epoca antica garantivano l’equilibrio idrogeologico drenando le acque meteoriche e sorgive, sono stati progressivamente compromessi dall’urbanizzazione moderna. Molti cunicoli sono stati ostruiti durante la costruzione di fondazioni per palazzi, altri intercettati da fognature improvvisate, altri ancora crollati per cedimento strutturale.

Quando gli ipogei perdono la loro funzione drenante, le acque sotterranee non trovano più deflusso ordinato e si infiltrano in modo incontrollato negli strati argillosi sottostanti la crosta tufacea. L’argilla, imbibita d’acqua, perde coesione e inizia a scivolare lungo il pendio. Questo processo, lento ma inesorabile, prepara il terreno per eventi franosi catastrofici come quello del 19 luglio 1966.

Già nel 1945, un decreto firmato dal Luogotenente, dal ministro ai Lavori Pubblici Cattani e dal Guardasigilli Togliatti dichiarava Agrigento “inclusa nell’elenco degli abitati minacciati da frane”. Nonostante ciò, nel decennio 1956-1966 furono rilasciate 501 autorizzazioni edilizie su 615 domande, senza richiedere relazioni geotecniche o geognostiche. I costruttori scavavano in cerca di un qualsiasi appiglio roccioso, tagliando alla base scarpate naturali alte anche 12 metri e sostituendole con muri in mattoni di appena 2 metri. L’acqua, non più contenuta, accelerava il dissesto.

19 luglio 1966: cronaca tecnica di un collasso urbano

Alle 7 del mattino del 19 luglio 1966, un gigantesco movimento franoso sconvolge Agrigento. “Un sordo brontolio, come un ronzare cupo, accompagnato da scoppiettanti, laceranti scricchiolii” preannuncia il cedimento. Gli abitanti, allertati da questi suoni premonitori, si precipitano fuori casa, evitando così una strage. Tre edifici in costruzione crollano, una ventina di case risultano pericolanti, 7.541 persone (quasi un quinto della popolazione) rimangono senza tetto.

La frana interessa un’area di circa 200.000 metri quadrati (circa 0,2 km², anche se alcune stime parlano di 0,5 km²), estendendosi fino all’alveo del torrente Drago. Le zone più colpite sono quelle dell’Addolorata, del Macello, di via Porta di Mare, via Santo Stefano, via Garibaldi, via Gioeni, sotto la Bibbirria. Proprio le aree, cioè, dove il villaggio rupestre del Balatizzo aveva le sue propaggini, e dove l’edificazione moderna aveva compromesso l’equilibrio geotecnico millenario.

La commissione Grappelli, incaricata degli accertamenti tecnici, individuò come causa principale lo scivolamento dello strato tufo-calcareo superiore sullo strato argilloso sottostante, innescato dalle infiltrazioni d’acqua. Gli ipogei ostruiti avevano aggravato il problema, impedendo il deflusso ordinato delle acque sotterranee. La commissione Martuscelli, incaricata dell’indagine urbanistico-edilizia, accertò uno “stato diffuso e generalizzato di illegalità”: su 20.000 vani costruiti tra il 1955 e il 1965, circa 8.500 (il 42,5%) risultavano irregolari o abusivi.

Il disastro del 1966 impone una nuova consapevolezza: la città non può crescere ignorando il proprio sottosuolo. Gli ipogei non sono semplici cavità da riempire o dimenticare, ma elementi strutturali del sistema urbano, la cui alterazione può avere conseguenze drammatiche. La stessa logica di cavità e canali che aveva reso abitabile il colle per millenni ne aumenta, paradossalmente, la complessità geotecnica quando viene manipolata senza cognizione.

 Conclusione: leggere la città come sistema integrato

Il villaggio rupestre del Balatizzo non è un episodio isolato nella storia urbana di Agrigento, ma un elemento strutturale, parte di una rete più ampia che comprende ipogei, cisterne, acquedotti, abitazioni rupestri disseminate su tutto il colle. Questa rete ha funzionato per millenni come sistema integrato di approvvigionamento idrico, difesa, abitazione. Quando, nel Novecento, si è iniziato a manipolare questo sistema senza comprenderlo — ostruendo canali, scavando fondazioni a casaccio, sovraccaricando strati fragili — il sistema ha iniziato a collassare.

La frana del 1966 è stata il punto di rottura visibile, ma il processo di degrado era iniziato decenni prima. E continua oggi, ogni volta che si interviene sul territorio senza considerare la complessità del sottosuolo. Raccontare il Balatizzo significa, dunque, raccontare una lezione di sostenibilità ante litteram: le comunità del passato hanno costruito in armonia con il territorio, adattando le proprie esigenze ai vincoli ambientali. Quando abbiamo smesso di farlo, abbiamo pagato un prezzo altissimo.

Agrigento sotterranea non è solo archeologia, ma monito per il presente: la città è un organismo complesso, in cui superficie e sottosuolo sono indissolubilmente legati. Ignorare questa complessità significa esporsi a rischi catastrofici. Comprenderla, documentarla, rispettarla significa invece aprire la strada a una gestione urbana più consapevole e resiliente.

Bibliografia e fonti

Salvatore Bonfiglio, Studi topografici su Agrigento (1898)

Commissione Martuscelli, Relazione sulla situazione urbanistico-edilizia di Agrigento (1966)

Domenico Pancucci, studi sugli ipogei agrigentini (anni ’60)

Bruno Bonomo, “Sviluppo urbano e pianificazione del territorio ad Agrigento dopo la frana del 1966”, in Storia e Futuro

Documenti sulla chiesa dell’Addolorata e le sue cripte (archivio parrocchiale)

Relazione del Capo maestro Marammiere sugli ipogei (1848)

Atti parlamentari relativi alla frana del 19 luglio 1966

Fonti orali: testimonianze degli ultimi abitanti delle grotte del Balatizzo (raccolte negli anni ’70-’80)

Per approfondire:

Sito web: agrigentoierieoggi.it

Gruppo Facebook: Agrigento ieri e oggi

Canale YouTube: Agrigento ieri e oggi

Libri dello storico Elio Di Bella (link su Amazon disponibili sul sito)

Categoria: Cultura, In 5 Minuti, Storia AgrigentoTag: agrigento, agrigento sotterranea, agrigento storia, balatizzo, rabato agrigento, villaggio rupestre agrigento

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