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Agrigento Ieri e Oggi

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donna siciliana con bambino

Agrigento, i templi e una domanda: con chi condividere la bellezza?

5 Maggio 2026 //  by Elio Di Bella

Da Porto Empedocle, il cui nome suona bene, ma che non è altro che un orribile porticciolo artificiale dall’odore di zolfo, ai piedi di Girgenti, si era saliti tra il caldo e la polvere.

Girgenti sorge su un altopiano molto elevato.

Antoine era con Isabelle, naturalmente, nella prima carrozza, ma con il signor du Gerbier a fare da accompagnatore. E che accompagnatore! Che professore! Spiegava tutto, pur essendo, il più delle volte, assai poco qualificato; si perdeva in interminabili digressioni su argomenti che non avevano alcun rapporto con la passeggiata, sfoggiando un’erudizione acquistata alle mense delle guarnigioni d’Africa e nei caffè-concerto, un’erudizione che la casta presenza di Isabelle gli impediva quasi sempre di esibire integralmente. Il signor du Gerbier senza oscenità, du Gerbier espurgato per Isabelle, era disastroso.

I tre landò si seguivano lungo la strada tortuosa e polverosa. Si faceva coscienziosamente una sosta davanti a ogni tempio, si scendeva senza grande curiosità, per sgranchirsi le gambe; si accendevano sigarette, si scambiava qualche battuta, qualche banalità, e si rimaneva pieni d’ignoranza. Poi ciascun gruppo risaliva sul proprio veicolo, ricomposto come prima, per quella pigrizia che hanno gli uomini nel cambiare qualsiasi cosa a una consuetudine, anche se risale appena a un’ora prima.

Alla fermata presso il tempio detto di Giunone, Pericle — secondo landò — dichiarò che era una cosa mortalmente noiosa, e la signora du Gerbier — terzo landò — disse che in effetti non offriva alcun interesse. Si decise dunque di abbreviare la passeggiata tra i monumenti e si ingiunse alla guida di saltarne qualcuno, e precisamente i meno belli.

I poveri templi, tuttavia, facevano quello che potevano. Fieri sui loro basamenti di roccia e d’erba, con ai piedi cardi che spuntavano tra i gradini sconnessi, innalzavano ciò che restava della loro bellezza: colonne tozze offese dal tempo e brandelli di frontoni, tutto in un calcare rossastro che la vecchiaia aveva crivellato di buchi come una spugna.

Certo, il sole mancava all’appuntamento. Eppure la natura si svegliava nella primavera; i prati erano coperti da mille fiori di colori diversi, come un tappeto; più in alto, gli ulivi, la vite, mandorli di un verde tenero e, qua e là, cupi cipressi. Nelle salite non si vedeva che un ondeggiare di verzure sulle quali gravavano grossi nuvoloni grigi; nelle discese si ritrovava di nuovo l’orizzonte del mare. Ma nemmeno questo disarmava i critici.

La campagna era quasi deserta; appena, durante tutta la passeggiata, si scorse qualche contadino. Sulla strada dei templi, le carrozze superarono una giovane donna montata su un asinello; era coperta da un mantello nero e teneva contro di sé un bambino avvolto in uno scialle. Poiché Piémont la guardava, ella scoprì il suo bambino addormentato per mostrarglielo, con un sorriso.

Fu, in quella giornata spenta, un’apparizione squisita. Il volto della madre non era bello, ma straordinariamente primitivo: stretto, d’un pallore di cera un poco giallastro, le labbra sottili appena accennate, il collo lungo. E la semplicità orgogliosa del gesto materno che rivelava al mondo il tesoro che era suo figlio, e il sorriso così puro che si disegnava simile a quello delle Vergini nei quadri antichissimi! Era, in una fuga in Egitto, la Santa Vergine tutta diritta sul piccolo asino, intenta a guardare dormire il divino Bambino; e non la Santa Vergine nazarena, ma quella concepita, in un paese simile a questo, dai pii italiani del 1450, e da loro dipinta su fondi d’oro o di colline azzurre.

Antoine fu rapito da quello spettacolo; avrebbe voluto subito condividere la propria gioia. Ma a chi comunicare una simile impressione? A Isabelle, che, china sul Baedeker, diligente, con la lingua fuori, cercava di orientarsi nella pianta di Agrigento? Sarebbe scoppiata a ridere davanti a quel paragone strampalato. Al signor du Gerbier? Il solo vedere quel vecchio bell’uomo, appassito ma sempre frivolo, soddisfatto di sé, era scoraggiante. Forse solo la signora Euriclée sarebbe stata sensibile alla grazia di quell’incontro. Ma era in un’altra carrozza.

A chi parlare? A chi confidarsi? A chi unirsi? Antoine pensò alle donne con cui si passeggia mano nella mano — in sogno — e che comprendono tutto — anche questo in sogno. E, perché il sogno rimanga vero, forse è meglio che le persone restino sempre in un’altra carrozza.

Solitudine lunga quanto è lunga la vita. Dopo ogni slancio, vano come un getto d’acqua, bisogna ripiegarsi su se stessi e ricadere nella coppa del proprio cuore.

In un punto della strada del ritorno dominarono il mare da grandissima altezza. Il porto sottostante apparve minuscolo, incorniciato dai suoi moli, con quattro o cinque barche da pesca nere come mosche e lo yacht tutto bianco.

La guida, che non aveva detto una parola per tutta la giornata, si voltò sul sedile e, indicando il porto, precisò:

«Lo yacht?»

E con quell’unica, utile informazione, si guadagnò la sua passeggiata di tre ore in carrozza, con onesta retribuzione.

Antoine ebbe una gran voglia di non proseguire a lungo il viaggio. Durante la serata accarezzò progetti di partenza; ne aveva già fin sopra i capelli della compagnia di quegli idioti.

«Idiota anch’io, del resto», riconosceva.

«I ricchi non sanno viaggiare; i poveri forse saprebbero farlo, ma non possono, dunque è difficile avere su di loro un’opinione in proposito. Questo modo di affrettarsi, di percorrere il mondo a briglia sciolta, come se non si pensasse mai ad altro che ad arrivare, è cretino. Il modello del genere mi pare sia stato stabilito dal miliardario americano con il quale du Gerbier è stato in Egitto e che ha disceso il Nilo a una velocità prodigiosa, senza fermarsi da nessuna parte, al punto che la barca che gli portava il carbone si accostava al fianco della dahabieh e si faceva rifornimento in corsa, per non perdere un istante.

E non solo guardare tutto superficialmente, ma per di più non capire nulla di nulla. La nostra incompetenza! Conoscere di queste chiese e di questi templi, della storia di questo suolo, soltanto ciò che Isabelle, in cinque minuti, si degna talvolta di leggerci dal Baedeker!

Non si potrebbe portare con sé un erudito? Non un vecchio sapiente canuto, ma un giovane allievo di una Scuola, che sarebbe felicissimo di fare la crociera e che ci direbbe qualcosa di diverso dalla guida da cento soldi?»

Se, più avanti dei suoi compagni, Piémont si rendeva conto della pietosa ignoranza in cui viveva la loro compagnia, non faceva tuttavia nulla egli stesso per correggersi: si limitava alla delectatio morosa, al piacere cupo del proprio scontento. Da tre mesi era sicuro di partecipare a quel viaggio, eppure era stato incapace di leggere un’opera sulla Sicilia; e, salvo per ciò che riguardava la mitologia, che aveva sempre amato, era quasi altrettanto impreparato del resto dei passeggeri. È vero che, se fossero andati in Grecia, si sarebbe trovato su un terreno più familiare; ma, insomma, avrebbe potuto studiare le escursioni siciliane.

Un giudizio severo su se stessi permette, il più delle volte, di diventare per contagio spietati verso gli altri. Antoine non fece eccezione a questa abitudine e cominciò perfino ad avercela con Morton perché sogghignava stupidamente davanti ai monumenti, senza voler ricordare che la specialità di quel ragazzo era il sorriso e la cortesia, non l’intelligenza.

La signora Euriclée, con la quale avrebbe desiderato parlare, da alcuni giorni era molto stanca. Era costretta a prendere, durante tutta la giornata, per tenersi sveglia, del caffè che agiva solo quando era coricata; e durante tutta la notte del veronal, per combatterne l’effetto. A causa di questa cura, era incapace di seguire a lungo un’idea: cominciava brillantemente, poi l’idea svaniva come una zolletta di zucchero nell’acqua.

Antoine era abbastanza abbandonato anche da Pericle, che sacrificava sempre più l’amicizia sull’altare dell’amore. Esasperato dagli aneddoti grassocci di du Gerbier e sopportando con noia quelli medici di P.-L. Mullot, molestato dalla bruttezza della signora du Gerbier, irritato dagli abiti e dai capricci di Antonia, avendo bevuto fino alla feccia il sorriso di Morton, disprezzato dalla pretenziosa Aurore, aggrappato da Isabelle che lo braccava a ogni ora, Antoine, su quella nave senza conversazione e senza tenerezza, si sentì imprigionato con forzati di lusso fino alla consumazione dei secoli e al crollo degli imperi.

Ci sono persone nervose per le quali l’idea della clausura è intollerabile, anche se la prigionia fosse rappresentata da una sola ora da trascorrere a teatro in una poltrona di platea, in mezzo a una fila dalla quale non si può uscire senza creare scandalo e chiedere perdono a dodici paia di ginocchia.

Il signor de Piémont si disse nettamente che sarebbe partito entro tre giorni, quando sarebbero approdati a Messina.

Il volto della piccola teosofa, che avrebbe rivisto appena rientrato, gli apparve più vicino di quanto non fosse stato durante quelle due settimane e ridivenne a poco a poco luminoso come una speranza.

Così comprensiva! Come aveva potuto rimproverarle di cercare di capire? Ah, che si capisca, anche di traverso! Tutto è meglio di questo disprezzo del comprendere che regna qui.

E così giovane, così dolce, graziosa, così affettuosa, cari occhi scuri che attendono da lontano. E poi anche due settimane, quando non c’è concorrenza, lavorano a favore di un’assente. Bisognava avvertire Pericle, che ne sarebbe stato seccato, ma avrebbe opposto solo una debole resistenza, poiché, purché lo si lasciasse scambiarsi baci con Antonia, si curava poco delle contingenze.

Ecco quale seguito diede a quei progetti. Il monologo non gli bastava più; gli occorreva qualcuno in presenza del quale, o contro il quale, sfogare il proprio malumore. Andò dapprima nella sala delle carte a studiare rabbiosamente la rotta seguita dalla nave. Sulle grandi carte grigiastre, dove i fari erano rappresentati da rotonde sbavature gialle, la rotta era stata tracciata a matita con una riga.

Vicino al timoniere, nell’ombra, il comandante Pinchard e Morton erano sul ponte di comando, appoggiati al parapetto, a fumare sigarette con una conversazione di dieci parole ogni quarto d’ora. Inutile parlare con quelli.

Era tardi, faceva freddo nella notte nerissima, e il mare invisibile era increspato da un vento violento che veniva di sbieco e cominciava a far rollare la nave. Antoine, con il bavero del soprabito rialzato, si infilò nella scala e scese fino al salone. Non c’era nessuno: la fatica della giornata, il fastidio della risacca, la gente era andata a letto, scomparsa.

Come stava per risalire sul ponte, in fondo alla scala incontrò Aurore, che veniva a prendere il suo lavoro, o qualsiasi altra cosa. Si scambiarono qualche frase banale. Antoine non resistette al desiderio di annunciare con noncuranza, e come una confidenza, la sua prossima partenza.

«Come, partite?» esclamò Aurore.

Sembrava sbalordita. Egli spiegò che non ne aveva ancora parlato con nessuno, ma che affari importanti — cosa di cui Aurore parve subito dubitare — lo costringevano a ripartire fra tre giorni da Messina. Aurore si mise a ridere. Aggiunse che, d’altra parte, il viaggio non era fatto seriamente, che non ci si interessava a nulla. Aurore alzò le spalle. E disse ancora che nessuno lo avrebbe rimpianto se se ne fosse andato, che non sarebbe mancato a nessuno.

«Ma io vi rimpiangerò», affermò lei, «e anche Isabelle. Ne avremo dispiacere e ci mancherete molto.»

«A Isabelle forse», disse scherzando il signor de Piémont, «ma a voi? Mi permetterete di non esserne troppo sicuro. Per quanto la mia presenza vi sembri gradevole!…»

: J.-M. BOURGET — La Revue de Paris — Trente-troisième année — Tome quatrième — Juillet-Août 1926 — Paris”.

Categoria: Agrigento Racconta, Cultura, In 5 MinutiTag: agrigento, porto empedocle

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