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donne attingono l'acqua
donne attingono l'acqua

Girgenti: le donne dell’acqua alla fontana di Porta di Ponte

7 Agosto 2026 //  by Elio Di Bella

Una cartolina dei primi del Novecento racconta le donne di Girgenti alla fontana di Porta di Ponte: quartare, fatica, sete di città. Ieri e oggi.

«GIRGENTI – Donne che attingono acqua», sono parole stampate in fondo a una cartolina. Inoltre, la grafia tozza ricorda una tipografia di provincia. Infine, l’acqua Girgenti fontana Porta di Ponte è la realtà del lavoro invisibile della città.

Il tempo dell’acqua

Guardatele bene, perché nessuna di loro guarda voi.

Sono cinque, forse sei, stretti in cerchio attorno a un punto basso che noi non vediamo: la bocca della fontana.

È poco più di una cannella che sgocciola dentro una vasca a filo di terra, acqua Girgenti fontana Porta di Ponte.

Inoltre, non sanno, probabilmente, che qualcuno le sta fotografando per farne un ricordo da spedire.

E se anche lo sapessero, non avrebbero tempo di voltarsi: davanti a loro c’è una fila, e la fila era una faccenda seria.

La luce è netta, obliqua, da primo mattino: le ombre si allungano lunghe sulla terra battuta, ancora scura di umido attorno alla vasca. Si andava presto, quando l’acqua c’era e non era ancora finita, quando il sole non ammazzava e la strada era libera. Il tempo dell’acqua veniva prima di tutti gli altri tempi della giornata.

Corpi, abiti, gesti

La donna a sinistra è la più leggibile di tutte. Camicetta bianca di tela grezza, maniche lunghe rimboccate appena sopra il polso, gonna lunga e ampia con una fascia orizzontale a un palmo dall’orlo, grembiule chiaro annodato in vita. Tiene la mano sul fianco, il gomito aperto: non è una posa civettuola, è il gesto di chi ha già portato peso e cerca di scaricare la schiena mentre aspetta il proprio turno. Chiunque abbia visto lavorare una nonna riconosce quella mano.

Accanto a lei, due figure piegate in avanti, una in scuro, una in camicetta bianca dalle maniche gonfie e gonna scura: sono nel momento cruciale, quello in cui si tiene ferma la quartara sotto il getto e si controlla che non si rovesci. I capelli sono raccolti sulla nuca, senza velo — segno che siamo dentro una scena feriale, non in chiesa.

A destra, l’unico volto rivolto all’obiettivo: un ragazzo, o un giovanissimo uomo, con un cappello di paglia a tesa larga, camicia chiara e una fascia scura stretta ai fianchi. È l’eccezione che conferma la regola. All’acqua ci andavano le donne e i figli maschi finché erano bambini; poi, cresciuti, sarebbero passati alla zolfara o al piroscafo per l’America.

Le squartare, ovvero l’oggetto più agrigentino che ci sia

In primo piano stanno loro, ed è giusto: sono le protagoniste vere della fotografia. Panciute, scure, con il collo stretto e le anse robuste, appoggiate di fianco sulla terra o dritte in attesa. Sono quartare, i grandi orci di terracotta che in Sicilia hanno trasportato acqua per secoli, affiancati dai bummuliti, più piccoli, per bere. Sulla destra, isolata, una quartara chiara sta in piedi come una sentinella.

Vale la pena ricordare un dettaglio che chiude il cerchio: fino alla prima metà dell’Ottocento, proprio fuori Porta di Ponte, si trovavano le fornaci di argilla dette stazzoni, dove i vasai girgentini producevano stoviglie e recipienti; le loro case furono abbattute nel 1858 nel grande riassetto che avrebbe portato al Palazzo della Provincia. Le brocche di questa foto vengono, con ogni probabilità, dalla stessa terra su cui poggiano.

Piena, una quartara pesa attorno ai dieci chili. Si portava sulla testa, in equilibrio su un cercine di stoffa arrotolata. Inutile, con la schiena dritta e il collo immobile, si facevano due, tre, quattro viaggi al giorno su scale in salita.

Per lavare, cucinare, dare da bere ai vecchi, ai figli, agli animali. Nessuna di queste donne avrebbe chiamato tutto ciò ‘lavoro’: era semplicemente la vita, acqua Girgenti fontana Porta di Ponte.

La fontana come parlamento

Eppure — e qui la fotografia diventa un documento sociale, non solo una scena di fatica — quel cerchio di schiene è anche l’unico luogo pubblico legittimo in cui le donne di Girgenti potevano stare insieme senza dover chiedere permesso a nessuno.

Alla fontana si scambiavano notizie, si combinavano matrimoni e si misurava chi aveva la gonna nuova. Si sapeva chi era partito per l’America e chi non aveva più scritto.

Inoltre era, in scala minuscola, un parlamento femminile a cielo aperto. L’unica assemblea consentita a chi, in quegli anni, non sapeva né leggere né scrivere e non avrebbe visto il diritto di voto per altri quarant’anni. La corvée dell’acqua (acqua Girgenti fontana Porta di Ponte) era una catena. Ma era anche, paradossalmente, l’ora d’aria.

La città che aveva dimenticato i suoi acquedotti

C’è un’ironia storica che ad Agrigento fa ancora male. Venticinque secoli prima di questa fotografia, la stessa collina era Akragas: la città che aveva scavato nella roccia i propri ipogei, che Diodoro Siculo attribuisce all’architetto Feace, e che con quelle acque alimentava perfino la leggendaria kolymbethra. La città più bella dei mortali era anche una macchina idraulica.

Nel 1903, davanti a Porta di Ponte, le sue discendenti aspettano il turno con l’orcio in mano.

Non è colpa loro, naturalmente. Il Comune di Girgenti realizza fra Otto e Novecento l’acquedotto di Racalmari. Lo studio per captare le sorgenti del Voltano matura nel primo decennio del secolo. Dà vita a un consorzio soltanto nel 1917.

Nel frattempo la fontanina pubblica resta l’unica rete idrica che i più conoscono. Inoltre, nella Sicilia post-colerica di fine Ottocento era già considerata un progresso rispetto al pozzo. Questo contesto rende chiaro l’acqua Girgenti fontana Porta di Ponte come punto di riferimento.

E sullo sfondo c’è tutto il resto: il crollo del prezzo dello zolfo, i Fasci Siciliani appena spenti, l’emigrazione che svuota i paesi, la Girgenti che Pirandello — nato qui nel 1867 — avrebbe raccontato come una città ferma a guardarsi invecchiare.

Ieri e oggi

Empedocle, agrigentino, insegnava che tutto nasce dall’intreccio di quattro radici, e che l’acqua è una di esse. In questa fotografia l’acqua non è un elemento filosofico: è un peso da portare in testa, in salita, quattro volte al giorno, per tutta la vita.

Guardiamola con rispetto, questa cartolina. Perché ad Agrigento, dove ancora oggi la parola “turni” fa parte del lessico domestico, la sete non è un ricordo in bianco e nero. È solo cambiato chi la porta sulle spalle.

Voi le avete sentite raccontare, queste storie? Chi in famiglia ha ancora una quartara in casa, chi ricorda le nonne alla fontana: scrivetecelo nei commenti.

Categoria: Agrigento Racconta, Cultura, In 5 MinutiTag: acqua, agrigento, agrigento racconta, agrigento storia, donna siciliana, girgenti

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