Sottogas. Una fotografia, una didascalia feroce e il memoriale con cui Pietro Griffo denunciò al mondo l’edilizia agrigentina
Una fotografia che è già un atto d’accusa
Chi scattò questa immagine non cercava la bellezza. Cercava una prova.
L’inquadratura è volutamente brutale: nessun primo piano che consoli, nessuna quinta pittoresca. Al centro, un lacerto di muratura in conci di tufo — probabilmente il rudere di una casa più antica, o un corpo di fabbrica interrotto — si sfalda in verticale come una rovina archeologica capitata per errore in un cantiere. Attorno, e sopra, la città nuova: un fabbricato di sei o sette elevazioni con le persiane già montate, un altro ancora più alto sulla destra con i panni stesi ai balconi, e a ridosso, quasi incastrata sotto, una casupola a due piani con il tetto a tegole e la scala esterna. Sono i due estremi che convivono nello stesso fotogramma, separati da pochi metri e da mezzo secolo di storia edilizia.
In basso non c’è strada. C’è terra battuta, calcinacci, un muro di contenimento in blocchi squadrati costruito evidentemente dopo le case che dovrebbe reggere. Un ragazzo attraversa in bicicletta lo spiazzo, accanto a una carriola e a quelli che sembrano sacchi di cemento. Un palo della luce sta piantato dove capita, i fili tesi in diagonale sopra le teste. Sulla sinistra, impalcature di legno addossate a murature ancora grezze: si costruisce mentre si fotografa.
La didascalia originale, stampata sotto l’immagine, non fa sconti. Parla di «orrenda accozzaglia di costruzioni recentissime» e precisa che siamo «ancora nel Rione Sottogas, dietro alle casupole della foto precedente». Quel «ancora» tradisce la natura del documento: non una fotografia isolata, ma una tessera di un dossier fotografico costruito per dimostrare qualcosa.
Perché si chiama Sottogas
Il toponimo non ha nulla di aulico, e proprio per questo è esatto. Il quartiere si stende a valle della stazione di Agrigento Centrale, nella conca che degrada verso la Valle dei Templi. Avrebbe potuto chiamarsi Ferrovia, per la stazione; o Piedigrotta, dal pastificio che vi operava. Prevalse invece il gazometro, malandato e inattivo, che si ergeva sul bordo della costa rocciosa a chiudere l’anfiteatro affacciato sulla valle e sul mare: la cultura popolare, con la concretezza che le è propria, coniò il toponimo Sottogas.
Il nome si estese poi a un vasto e disordinato agglomerato dove si trasferì progressivamente la popolazione agrigentina che abbandonava le case cadenti di San Michele, Santa Croce, San Girolamo — molte delle quali ridotte a macerie dai bombardamenti del luglio 1943. Sottogas nasce così: non da un progetto, ma da uno svuotamento. È il quartiere dove Girgenti si è rovesciata.
Aprile 1960: la vox clamantis di Pietro Griffo
Quella fotografia appartiene al corredo di una nota che Pietro Griffo, Soprintendente alle Antichità di Agrigento dal 1941 al 1968<, datò Agrigento, 28 aprile 1960 e indirizzò agli urbanisti riuniti a Palma di Montechiaro. Dal 27 al 29 aprile 1960, infatti, Palma ospitava il convegno internazionale sulle condizioni delle zone depresse della Sicilia occidentale, organizzato dal Centro Studi e Iniziative per l’occupazione di Danilo Dolci. Griffo colse l’occasione: davanti a una platea nazionale e internazionale, portò il caso Agrigento.
La sua tesi è di una limpidezza spietata. Due ordini di esigenze si fronteggiano — la tutela di un patrimonio archeologico e panoramico ineguagliabile, e l’espansione urbana resa febbrile dal dopoguerra — ed entrambe sono legittime. Il disastro non nasce dal conflitto, ma dal vuoto: la città cresce «assai male», senza che alla sua espansione presieda alcun piano precostituito, nella licenza indiscriminata dei singoli interessi. Da oltre dieci anni, scrive, si batte da vox clamantis in deserto per un piano regolatore che alla città non è solo consigliato, ma imposto dalla legge urbanistica del 1942.
Diecimila anime, nessun allineamento
È qui che il testo di Griffo e la fotografia si saldano. Nel rione Sotto Gas — annota il Soprintendente — in pochi anni si è assembrata una popolazione di circa diecimila anime, e vi si continua a costruire su regolare licenza, senza alcun rispetto per gli allineamenti o per i livelli, senza sistemazione delle aree libere tra edifici confinanti, e in molti casi senza che siano state nemmeno tracciate le strade alle quali le nuove costruzioni dovrebbero uniformarsi.
Quelle tre parole — «su regolare licenza» — sono il cuore politico del documento. Non si tratta di abusivismo clandestino: è il Comune stesso a firmare. Griffo elenca gli esiti come un catalogo di mostri: il palazzo a sette piani accanto alla casupola di due elevazioni, la casa di qualche pretesa a fianco dell’anacronistico tugurio, e persino la stalla di recente costruzione impunemente autorizzata in zona urbana. La fotografia è la traduzione visiva esatta di quell’elenco: non un’illustrazione, ma una perizia.
Il resto della nota è un affondo sulle responsabilità. L’immobilismo del Comune, le pratiche del piano regolatore ferme da oltre due anni a Palazzo dei Giganti, la promessa — già sentita altre volte — di affidare l’incarico entro l’anno. Il professionista interpellato era Edoardo Caracciolo, ingegnere, architetto e urbanista, docente di Urbanistica a Palermo, che sarebbe morto nell’aprile 1962 aveva già fatto sopralluogo e aveva definito «tragica» la situazione agrigentina, confessando a Griffo il proprio scetticismo. La postilla finale della nota è la più amara: caduta l’amministrazione, arrivate le elezioni di novembre, di piano regolatore nessuno ebbe più tempo o interesse di parlare.
Sei anni dopo
Il piano regolatore non arrivò. Arrivò invece il 19 luglio 1966, quando la frana travolse il quartiere del Rabato e il ministro dei Lavori Pubblici Giacomo Mancini istituì la commissione parlamentare d’inchiesta di cui fece parte l’urbanista Giovanni Astengo, che ne avrebbe parlato come della più forte tensione morale della propria vita Ciò che Griffo aveva scritto sei anni prima divenne, in una notte, cronaca nazionale.
Oggi Sottogas è un quartiere denso, popolato, vivo, con i suoi problemi di parcheggi, di decoro, di rigenerazione mancata. Guardarne la fotografia del 1960 non serve a compiacersi del confronto: serve a ricordare che la forma di una città non è un destino geologico, ma la somma di firme apposte in calce a delle pratiche. Griffo chiudeva citando Pindaro, che salutò Akragas come la più bella tra le città degli uomini. Rileggere quella citazione sotto questa immagine è l’esercizio più duro che Agrigento possa imporsi.


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