Introduzione: il peso delle imposte nella Sicilia di metà Ottocento
La rivoluzione siciliana del 1848‑49 mise a nudo contraddizioni profonde. In una società dominata da latifondi e da una borghesia terriera gelosa dei propri privilegi, il sistema fiscale borbonico pesava in maniera sproporzionata sui contadini e sui piccoli proprietari. Le entrate ordinarie del regno delle Due Sicilie derivavano soprattutto da due tributi diretti: la contribuzione fondiaria (imposta sulla proprietà immobiliare) e la tassa sul macinato, un dazio sulla molitura dei cereali che colpiva in particolare i ceti poveri. Questi due tributi generavano quasi metà del gettito fiscale dell’isola e il dazio produceva un gettito circa tre volte superiore alla tassa fondiaria. L’assenza di imposte sui capitali mobiliari rafforzava la percezione di un regime ingiusto. Dietro le barricate di gennaio 1848 si manifestò anche la volontà di abolire le imposte odiose; in molte comunità rurali i rivoluzionari invasero i magazzini dei latifondisti e chiesero la divisione delle terre, vedendo nella rivolta l’occasione per eliminare il dazio sul macinato.
Questa ricerca si concentra sull’imposta fondiaria e sulle difficoltà della sua riscossione nel 1848, prendendo come caso di studio Girgenti (oggi Agrigento). Esamineremo una circolare della Direzione Generale dei Rami e Diritti Diversi (7 settembre 1848) e una lettera del Commissariato generale della Valle di Girgenti (25 agosto 1848) e le inseriremo nel contesto normativo ed economico dell’epoca per capire perché i proprietari terrieri risultassero restii a pagare.
La contribuzione fondiaria: struttura e ruolo nel sistema fiscale borbonico
Un’imposta chiave per le casse dello stato
Nel Regno delle Due Sicilie l’imposta fondiaria gravava sui possessori di terreni e fabbricati ed era calcolata in base al valore catastale. Questa contribuzione rappresentava la principale entrata diretta dello Stato. Nel 1848, la struttura dell’imposta venne ridefinita dal Parlamento rivoluzionario con il decreto del 5 settembre 1848. L’articolo 1 stabiliva che, fino al completamento dei nuovi catasti rettificati, la tassa dovesse essere riscossa in tutti i comuni di Sicilia “sui ruoli della contribuzione fondiaria in vigore anteriormente alle rettificazioni” e che l’imposta fosse determinata con una aliquota del 12,5 % sulla base imponibile. Veniva abolita la sovrattassa provinciale e comunale, salvo un piccolo contributo per le strade di soli 12 grana per ducato. In altre parole, il Parlamento rivoluzionario cercava di semplificare il tributo per ridurne l’onere apparente.
L’abolizione del dazio sul macinato e il tentativo di alleggerire il carico fiscale
Per calmare il malcontento popolare, il governo rivoluzionario non si limitò a riformare la tassa fondiaria: con il decreto del 13 ottobre 1848 abolì completamente la tassa sul macinato. L’articolo 1 disponeva che “la tassa sul consumo del frumento, dell’orzo e di altri cereali, tanto nazionale che comunale,” fosse abolita “per sempre” in Sicilia, eliminando tutte le spese dell’amministrazione di quel tributo. Questa scelta, salutata con entusiasmo dalle masse urbane, comportò però una perdita considerevole di gettito. Nelle casse dello stato rimaneva essenzialmente la contribuzione fondiaria, il che rese vitale la sua riscossione puntuale.
Le difficoltà di riscossione: la circolare del 7 settembre 1848
La Direzione Generale e il monito ai ricevitore delle tasse
In una circolare della Direzione Generale dei Rami e Diritti Diversi, con sede a Palermo, datata 7 settembre 1848, il Direttore Generale riferisce ai “Ricevitori de’ Rami e Diritti Diversi” che il ministro delle Finanze è stato costretto a intervenire poiché la riscossione delle tasse straordinarie, decretate dal Parlamento il 19 maggio 1848, “è quasi nulla”. Si lamenta che nonostante gli appelli precedenti i ricevitori non abbiano adempiuto ai loro doveri e ricorda loro che le imposte straordinarie erano state poste in essere per sostenere l’erario in un momento di guerra civile. Il tono del documento è perentorio: i funzionari sono sollecitati ad “esigere prontamente” e ad utilizzare i mezzi di coazione previsti dalla legge contro i morosi. In caso di ulteriore ritardo, “il Governo ne terrà conto” e procederà a sostituire i ricevitori negligenti. La lettera si chiude con l’ordine di dare “il più pronto e zelante adempimento”.
Questa circolare evidenzia due elementi: l’urgenza con cui il governo rivoluzionario cercava di recuperare risorse e la consapevolezza che i funzionari locali esprimevano scarso zelo nel far rispettare le norme. La minaccia di rimozione non era solo retorica: a causa della recessione e della guerra, il governo era disposto a sacrificare i suoi stessi agenti per dare un segnale di rigore.
Quali imposte straordinarie?
Il riferimento al decreto del 19 maggio 1848 richiama le tasse straordinarie varate nei primi mesi della rivoluzione, tra cui prestiti forzosi e prelievi sull’estrazione dello zolfo. Queste misure furono accolte con scetticismo dai notabili e con rabbia dai ceti popolari. A distanza di quattro mesi nessun gettito significativo era affluito alle casse pubbliche, segno della crisi di legittimità e della scarsa capacità amministrativa del governo rivoluzionario.
Il caso di Girgenti: resistenze dei proprietari terrieri
La lettera del Commissariato generale della Valle di Girgenti
Presso l’archivio di Stato di Agrigento (inventario 4 fascicolo 94) abbiamo trovato un documento, datato 25 agosto 1848, proviene dal Commissariato generale del potere esecutivo nella Valle di Girgenti, organo periferico del governo rivoluzionario. Il commissario Ignazio Scovazzi, rivolgendosi al sindaco o alle autorità municipali, afferma che tra le “principali incombenze” affidategli dal governo vi è “lo spingere la riscossione delle pubbliche entrate” e osserva che “questo ritardo deriva peggioramente dalla classe dei proprietarii, e ancora da coloro che occupano delle cariche nel Comune”. Il funzionario lamenta che gli stessi notabili chiamati a cooperare con l’autorità rivoluzionaria si sottraggono al pagamento della tassa fondiaria maturata e che la loro condotta costituisce un cattivo esempio per gli altri contribuenti. Per questo motivo li invita a versare quanto dovuto, avvertendo che chi persisterà nella “malintesa negatività” incorrerà in misure che egli ritiene opportune.
Questa lettera rivela un conflitto socio‑politico interno: i grandi proprietari terrieri di Girgenti, spesso detentori di cariche pubbliche e membri dei consigli civici, si oppongono alla riscossione dell’imposta fondiaria. I motivi possono essere molteplici: la fedeltà alla monarchia borbonica, la diffidenza verso un governo rivoluzionario percepito come effimero, l’opportunità di sfruttare il caos per non pagare tributi e, non ultimo, l’esistenza di vaste proprietà agricole poco redditizie che rendevano gravosa l’aliquota del 12,5 %. La lettera di Scovazzi mette in evidenza come la lotta fiscale diventasse un terreno di scontro politico e sociale.
La struttura socio‑economica di Girgenti
Girgenti era una provincia dominata da latifondi cerealicoli: poche famiglie possedevano grandi estensioni coltivate a grano, olivi e mandorli, spesso affidate a gabellotti che subaffittavano le terre. La maggior parte della popolazione era composta da braccianti senza terra, e l’unica fonte di accumulazione per i notabili era la rendita fondiaria. L’aliquota del 12,5 % rischiava di mordere questi profitti e la prospettiva di riforme agrarie minacciava privilegi secolari. Il rifiuto dei proprietari a pagare la tassa, denunciato da Scovazzi, era dunque un gesto politico: i notabili partecipavano ai consigli civici senza contribuire alle risorse della rivoluzione, e la loro condotta offriva un pessimo esempio al resto della popolazione.
Il quadro legislativo: decreti rivoluzionari e restaurazione borbonica
Il decreto del 5 settembre 1848 e l’aliquota del 12,5 %
Come accennato, il Parlamento rivoluzionario, riunito a Palermo, emanò il decreto del 5 settembre 1848 per riformare la contribuzione fondiaria. Fissata un’aliquota del 12,5 % e aboliti i sovrapprezzi provinciali, esso puntava a rendere l’imposta meno gravosa e più omogenea. L’articolo 2 garantiva ai contribuenti il diritto di presentare reclami basati sulle “liste addizionali” dei catasti rettificati, ma solo fino al 30 settembre successivo. In mancanza di un catasto aggiornato, l’aliquota era applicata sui vecchi ruoli, che spesso risalivano agli anni trenta dell’Ottocento. Ciò significava che le valutazioni catastali erano slegate dall’effettivo valore dei terreni dopo anni di inflazione e di crisi agricola.
L’abolizione del dazio sul macinato e la perdita di gettito
Il decreto del 13 ottobre 1848 abolì il dazio sul macinato, definito “ingiusto e oppressivo”. Con la soppressione di questa imposta, che aveva un gettito triplo rispetto alla tassa fondiaria, il governo rivoluzionario sperava di conquistare il favore dei ceti popolari urbani e rurali. Il provvedimento, tuttavia, lasciò le casse pubbliche prive di una fonte essenziale di entrate e costrinse l’amministrazione a contare quasi esclusivamente sulla tassa fondiaria. L’inevitabile caduta del gettito accentuò la pressione sui proprietari terrieri e alimentò lo scontento, rendendo ancor più difficile la riscossione.
La restaurazione borbonica e l’ordinanza di Satriano
Nel maggio 1849 il Regno di Sicilia cadde e l’isola fu riconquistata dalle truppe borboniche. La monarchia restaurata reintrodusse prontamente le imposte abolite, ripristinando sia la contribuzione fondiaria sia il dazio sul macinato. Fonti contemporanee ricordano che furono reinseriti tutti i tributi impopolari esistenti prima del 1848: la tassa fondiaria, il dazio sul macinato, i dazi indiretti, le lotterie, i pedaggi postali e anche un’imposta sullo zolfo. Tale scelta segnò la rottura definitiva con il progetto rivoluzionario e dimostrò come la monarchia, per risanare l’erario, ritenesse indispensabile gravare nuovamente sulla produzione e sul consumo.
Il 3 agosto 1849, il generale Satriano emanò un’ordinanza severissima, in cui lamentava che “la contribuzione fondiaria, che è la maggiore entrata dello Stato” non veniva riscossa puntualmente. L’ordinanza ordinava ai funzionari di esigere il tributo con “il massimo vigore” e di usare “tutti i mezzi di coazione possibili”, compresa la forza pubblica, per costringere i proprietari morosi al pagamento. Satriano imputava i ritardi non alla povertà dei contribuenti ma alla “negligenza” e alla mancanza di “civico coraggio” degli agenti della finanza. La durezza del linguaggio mostra il cambiamento di tono rispetto ai decreti rivoluzionari: il nuovo governo non cercava più di conciliare equità e risorse, ma di affermare l’autorità dello stato tramite l’esazione forzata.
Il ritorno del dazio sul macinato e la rincorsa alle entrate
Oltre alla riscossione forzata della contribuzione fondiaria, la monarchia restaurata reintrodusse il dazio sul macinato. Ferdinando II ne aveva ridotto il peso nel 1838 e l’aveva abolito nel 1847 sul continente, ma nel 1849 il tributo fu ripristinato con un sovrapprezzo perché le casse erano vuote. La popolazione reagì con rabbia, moltiplicando sommosse e boicottaggi.
Girgenti, latifondo e resistenza fiscale
La geografia economica di Girgenti
Situata sulla costa meridionale della Sicilia, Girgenti era il centro di una vasta provincia caratterizzata da un’agricoltura estensiva. Le colline interne ospitavano grandi aziende cerealicole governate da gabellotti, mentre le valli costiere erano dedicate alla viticoltura e alla coltura dell’olio. L’assenza di infrastrutture e la debolezza del mercato interno rendevano la produzione principalmente rivolta all’autoconsumo e alle esportazioni di grano verso Napoli e Marsiglia. Per finanziare la milizia e l’amministrazione civile, i comuni dovevano fare affidamento sulla contribuzione fondiaria e su entrate straordinarie.
Nel 1848 la guerra civile sconvolse l’economia agrigentina. Brigate armate, bande di briganti e milizie locali si contendevano il territorio. Un articolo pubblicato sul portale “Agrigento Ieri e Oggi” ricorda che nel comune di Aragona le casse municipali erano così vuote che le autorità, per pagare i briganti che pretendevano tributi, furono costrette a imporre “prestazioni forzose” ai cittadini: il notabile Mariano Papia dovette versare quattro onze e, quando gli venne richiesto un ulteriore contributo, si rifiutò, scatenando violenti scontri Questo episodio dimostra che i comuni non disponevano di riserve liquide e che l’imposizione fiscale avveniva spesso tramite estorsioni o esazioni violente.
I catasti antiquati e la crisi della ripartizione
La ripartizione della tassa fondiaria si basava su catasti obsoleti e su ruoli che non tenevano conto delle variazioni nella proprietà. Una tesi di dottorato dell’Università di Catania nota che i “nota degli attuali contribuenti della tassa fondiaria” – liste compilate a livello comunale per determinare gli aventi diritto al voto – si basavano sui dati del catasto e delle scritture notarili. Questo documento dimostra che la gestione elettorale e quella fiscale erano strettamente intrecciate. Nella pratica, tuttavia, l’incompletezza dei registri rendeva facile occultare porzioni di patrimonio. I grandi proprietari, grazie a influenze politiche e a rapporti clientelari, riuscivano spesso a far dichiarare quote inferiori o a ritardare la compilazione dei ruoli.
Nel 1848 la situazione si era ulteriormente complicata: la rivoluzione aveva portato alla sospensione di molte funzioni amministrative, lasciando i catasti in balia di famiglie influenti. Senza un catasto aggiornato, la ripartizione dell’aliquota del 12,5 % risultava arbitraria e spesso ingiusta. A Girgenti, i proprietari che avevano accesso all’ufficio del catasto potevano far slittare la registrazione delle loro proprietà, mentre contadini e piccoli proprietari, privi di rappresentanza, si vedevano recapitare ruoli gonfiati.
La mentalità dei notabili agrigentini
Le lettere esaminate rivelano anche un atteggiamento culturale: i notabili locali consideravano l’imposta come un tributo dovuto al vecchio ordine borbonico e non si sentivano legati al governo rivoluzionario. Molti di loro, benché formalmente partecipassero ai consigli civici rivoluzionari, erano convinti che la rivoluzione sarebbe stata di breve durata e preferivano non pagare per un’autorità destinata a crollare. Quando la monarchia fu restaurata, essi speravano di beneficiare di condoni o riduzioni, contando sulla vicinanza al potere. La lettera di Scovazzi, con il suo richiamo all’“ordine costituzionale” e il monito che la mancata corresponsione “non corrisponde alle mire del Governo costituzionale”, mostra che l’amministrazione rivoluzionaria percepiva questa mentalità come un tradimento.
Considerazioni economiche: la pressione fiscale e i suoi effetti
Rendimento e onerosità della tassa fondiaria
Le fonti fiscali del periodo consentono di valutare il peso della contribuzione fondiaria: nel 1847 essa fruttò circa 6,15 milioni di ducati, quasi tutta l’entrata diretta dello stato. Con l’aliquota del 12,5 % l’imposta gravava pesantemente su redditività agricole già instabili, soprattutto negli anni di siccità come il 1848. L’abolizione del dazio sul macinato non alleggerì la pressione fiscale; il mercato si disorganizzò e il prelievo fondiario diventò ancora più impopolare, scoraggiando investimenti e alimentando evasione.
Conseguenze politiche della cattiva riscossione
Crisi di legittimità e crollo del progetto rivoluzionario
L’incapacità del governo rivoluzionario di riscuotere la tassa fondiaria ne minò la stabilità: privo di entrate, non poteva finanziare esercito e amministrazione. I funzionari locali erano riluttanti a sfidare i notabili, e molti comuni, come Girgenti, dovettero ricorrere a contributi forzosi o prestiti privati. Il fatto che i proprietari terrieri si sottraessero al tributo mentre i contadini subivano requisizioni delegittimò il nuovo regime e rese la restaurazione borbonica, agli occhi di molti siciliani, un ritorno all’ordine.
Al ritorno dei Borbone le autorità presero misure severe per imporre l’imposta: l’ordinanza di Satriano del 3 agosto 1849 minacciò i ricevitori negligenti e autorizzò l’uso della forza pubblicaupload.wikimedia.org. Il gettito crebbe temporaneamente, ma la repressione e la reintroduzione del dazio sul macinato riaccesero l’odio verso Napoli e alimentarono nuovi sentimenti autonomisti.
Analisi critica: perché la tassa fondiaria fu un fallimento
La vicenda della riscossione della tassa fondiaria a Girgenti nel 1848 dimostra come la fiscalità, in un contesto di guerra civile, diventi strumento di lotta. Il tributo, pur concepito come prelievo equo, soffriva di difetti strutturali che ne decretarono il fallimento:
- Catasti obsoleti e diseguaglianze – l’aliquota unica del 12,5 % era applicata su valutazioni antiquate. L’assenza di catasti aggiornati favorì l’evasione dei grandi proprietari e l’iniquità tra comuni, alimentando sfiducia e resistenza fiscale.
- Vuoto di autorità amministrativa – senza un apparato forte il governo rivoluzionario non riuscì a far rispettare le leggi. La reticenza dei ricevitori, denunciata nella circolare del 7 settembre, evidenziava un vuoto di legittimità. I commissari potevano solo fare appelli morali, senza strumenti coercitivi efficaci.
- Ambiguità legislativa – l’abolizione del dazio sul macinato senza un piano alternativo rese la tassa fondiaria l’unica fonte diretta di entrate, caricandola di aspettative che non poteva soddisfare. La restaurazione borbonica peggiorò la situazione reintroducendo il dazio e autorizzando la coazione, accentuando il senso di ingiustizia.
Conclusioni: eredità e lezioni per la storia siciliana
La breve esperienza rivoluzionaria siciliana del 1848 offre una lezione eloquente. La storia della tassa fondiaria a Girgenti dimostra che una fiscalità percepita come ingiusta e gestita in modo inefficiente può contribuire al crollo di un governo. La riforma del Parlamento, orientata all’equità, si scontrò con catasti antiquati e notabili ostili; la restaurazione borbonica rispose con la coazione, aggravando il malcontento. In prospettiva, solo catasti aggiornati e un sistema di tassazione più equilibrato, che colpisca anche la ricchezza mobile, avrebbero potuto creare consenso. Il mancato pagamento della tassa a Girgenti fu il segnale del fallimento di un progetto rivoluzionario e l’avvisaglia di una restaurazione destinata a durare poco. Ricordare queste vicende aiuta a comprendere come la fiscalità sia un rapporto di potere che può legittimare o delegittimare gli ordinamenti.
Oggi questa vicenda appare come un’anticipazione di problemi che affliggono ancora la fiscalità italiana: inefficienza amministrativa, evasione e ingerenze politiche. La crisi del 1848 dimostrò quanto sia arduo riformare un sistema tributario senza catasti moderni e senza consenso sociale. La lezione di Girgenti sottolinea l’importanza di trovare un equilibrio tra equità e capacità contributiva, evitando che l’imposta diventi strumento di conflitto. La storia non si ripete, ma la memoria di quei fallimenti dovrebbe guidare l’elaborazione di politiche fiscali più eque, capaci di sostenere lo sviluppo senza alimentare nuove fratture.
Elio Di Bella


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