Il contesto e le particolarità della Rivoluzione Siciliana del 1848, un movimento unico per il recupero di diritti storici contro il dominio borbonico, distinguendosi dalle altre insorgenze italiane dell’epoca.
Contesto Storico e Rivendicazioni Uniche della Sicilia
La Sicilia nel 1848 con la sua Rivoluzione, a differenza degli altri Stati d’Italia che contemporaneamente insorsero, rivendicò contro i Borboni un diritto che per sette secoli, sotto il dominio di trentacinque Re, normanni, angioini, aragonesi, austriaci e sabaudi, aveva goduto, e che arbitrariamente le era stato tolto con un decreto reale del 1816.
Gli altri Stati della Penisola invece insorsero per la conquista di un diritto che i tempi nuovi reclamavano, ed i tiranni erano restii a concedere; diritto, però, che alcuni non avevano mai goduto, altri avevano perduto col tramonto della gloriosa età dei Comuni
Il Giuramento dei Borboni e le Promesse Infrante
Il primo Re Borbone, Carlo III, solennemente aveva giurato a Palermo, baciando il Crocifisso e il Vangelo, di osservare la Costituzione.
Nel 1759 passava sul Trono di Spagna e gli succedeva l’infante Ferdinando. Questi riconobbe i privilegi dell’isola e mantenne alla Sicilia l’autonomia amministrativa da Napoli. Infatti egli divenne III in Sicilia e IV in Napoli.
Lo stesso, il 24 dicembre 1799, cacciato dalle truppe francesi, riparò a Palermo scortato dalla flotta del Nelson.
I Siciliani amorevolmente ospitarono «quel Re senza fede, senza onore, senza ragione — come lo aveva bollato Napoleone I — cercando con grandi feste e ricchi donativi e con le loro dimostrazioni di affetto di mitigare l’asprezza dell’esilio.
Molti scrittori hanno accusato. l’isola di servilismo per aver accolto e festeggiato un oppressore di popoli.
Accusa ingiusta. Poteva la Sicilia, inerme e priva di mezzi, opporsi alla coalizione borbonica, inglese, austriaca, russa, turca, che aveva fatto di essa un punto strategico, un baluardo contro la potenza napoleonica? Certamente no, perché ogni ostilità sarebbe stata inutile.
Non vigeva la forza del diritto, ma il diritto della forza.
Nel 1806 Ferdinando, incalzato dal Generale francese Massena, si ricoverò di nuovo in Sicilia, ma fu freddamente accolto.
Napoleone aveva nell’animo di fare una spedizione nell’isola e sottometterla, togliendo così al Re Borbone il sicuro asilo.
L’Inghilterra e il suo Ruolo Ambiguo
La Corte borbonica rivolse allora il supplice sguardo all’Inghilterra.
Il 18 febbraio il Generale Guglielmo Acton scriveva al Principe di Castelcicala, ambasciatore siciliano a Londra: «Chiediamo che la leale, generosa e brava Nazione inglese salvi le due Sicilie, ricuperandone una, difendendone efficacemente l’altra».
L’Inghilterra, pur costretta a lottare contro il Grande Corso e mal vedendo i Francesi a Napoli, accoglieva con piacere l’invito e, sotto la pacifica apparenza di difenditrice, voleva tendere ad una larvata annessione dell’isola;
infatti inviava subito un corpo di 8.000 uomini a Messina, Augusta, Siracusa, ed una squadra nella Calabria.
La Sicilia visse giorni di angoscia: minacciata da Napoleone, occupata dagli Inglesi, sfruttata dai Borboni, «povera, indifesa, era asilo coatto di una Corte assoluta, centro di reazione, vedetta strategica di interessi non suoi».
Il Doppio Gioco dei Borboni e le Rivolte
Fu ordita una congiura contro la Corona, capeggiata da Carlo Cottone, Principe di Castelnuovo, e da Giuseppe Ventimiglia, Principe di Belmonte.
La congiura fu sventata, e i due, con i Principi di Villafranca, di Aci e del Duca d’Angiò, furono arrestati.
I nobili protestarono, e l’Inghilterra, non volendo essere fautrice della violenza regia, inviò a Palermo Lord William Bentink come Ministro presso la Corte borbonica e Comandante le armi britanniche del Mediterraneo.
II Bentink, deplorato l’arresto dei cinque nobili, chiese un cambiamento d’indirizzo del Governo.
Al rifiuto, ritornò a Londra, da dove, con nuovi ordini, il 6 dicembre era di nuovo a Palermo, obbligando al licenziamento del Ministero e alla liberazione dei Baroni.
Il Re si ritirò, nominando, con funzioni d’alter-ego e Vicario Generale del Regno, il Principe ereditario, il quale liberò i cinque nobili, sciolse il Ministero, e mise ai Dicasteri delle Finanze, degli Affari Esteri e della Guerra i Principi di Castelnuovo, di Belmonte e di Aci.
la promessa della Costituzione
Nel 1810 il Re Borbone, ringraziando il Parlamento per il bene ricevuto, assicurò i Siciliani che la loro Costituzione, a costo di qualunque spesa e di qualsiasi personale pericolo, sarebbe stata mantenuta e trasmessa ai successori.
Il 12 gennaio di quello stesso anno, dal Principe ereditario Francesco e da Maria Isabella di Spagna, nasceva, nella stessa Palermo, Ferdinando, il futuro Re Bomba, il feroce e crudele oppressore delle libertà sicule, il quale, poi, avrà il coraggio di affermare di non aver mai dimenticato di esser nato in Sicilia e di aver un cuore siciliano.
La Costituzione del 1812 e la Sua Eredità
Il Lord inglese, per cattivarsi vieppiù la benevolenza dei Siciliani, nel 1812 propose la riforma della Costituzione, vigente sin dal tempo di Federico di Svevia e modificata soltanto dai Re aragonesi, dividendo, come in Inghilterra, il Potere Legislativo in due Camere, dei Pari e dei Comuni.
Essa, scritta dall’abate Paolo Balsamo, fu approvata il 20 luglio dal Parlamento. Coll’art. VII si affermava: «il Parlamento sarà composto di due Camere, una detta dei Comuni, ossia dei rappresentanti delle popolazioni tanto demaniali, che baronali, con quelle condizioni e forme, che stabilirà il Parlamento nei suoi posteriori dettagli su questo articolo:
l’altra, chiamata dei Pari, la quale sarà composta da tutti quegli Ecclesiastici, e loro successori, e possessori delle attuali Parie, che attualmente hanno diritto di sedere e votare ne’ due Bracci Ecclesiastico e Militare, e da altri che in seguito potranno essere eletti da Sua Maestà giusta quelle condizioni e limitazioni, che il Parlamento fisserà nell’articolo di dettaglio su questa materia».
Abolizione del feudalesimo
Questa Costituzione è anche importante perché, con l’art. XI, si voleva abolire il feudalesimo.
Il regolamento per la esecuzione della stessa categoricamente sanciva: «Ogni Re o Regina, nel momento in cui sarà riconosciuto, dovrà prestare giuramento solenne nel Duomo di Palermo, ed in mano dell’Arcivescovo, nella formula che segue:
Noi promettiamo e giuriamo, sopra la Croce di nostro Signore Gesù Cristo e sopra i quattro Evangeli, di voler osservare e rispettare e fare rispettare, la Costituzione di questo Regno di Sicilia e tutte le leggi fatte o che si faranno dal Parlamento. Giuriamo e promettiamo sopra la Santa Croce di non volere attentare a cosa alcuna che sia contro la felicità dei nostri sudditi».
Ferdinando III solennemente la giurava nel Duomo di Palermo nelle mani dell’Arcivescovo, e il Popolo di tutta la Sicilia, esultante per quel nuovo giuramento, che li lasciava tranquilli di continuare ad usufruire degli aviti diritti, faceva feste e grandi luminarie.
I rivolgimenti politici in Europa
Ma intanto il rivolgimento della politica europea con Napoleone esule nell’isola d’Elba; Luigi XVIII sul Trono francese; l’Austria padrona del Lombardo-Veneto e mirante alla completa egemonia sulla Penisola; Genova, abbandonata dagli Inglesi, e tornata al Piemonte; il Murat in pericolo che cercava salvezza, mentre gli Stati europei si accingevano al mercato di Vienna — spinsero l’Inghilterra a mutare politica rispetto alla Sicilia.
Il Bentink, prima di partire da Palermo, riunì il Parlamento siciliano, comunicando che «l’Inghilterra non aveva più interesse di impedire al Re di Napoli il personale esercizio della sua sovranità».
Così l’Inghilterra, dopo tanti vani allettamenti e dimenticando i benefici ricevuti, lasciava i Siciliani in mano al Borbone.


L’età d’oro della Sicilia: medievale cultura e politica sotto Normanni e Svevi