Un inverno troppo secco: il contesto del 1852
Alla fine del periodo borbonico Agrigento (allora Girgenti) sperimentava frequenti crisi idriche. Il 25 maggio 1852 il sindaco Pasquale Mendola scrisse all’intendente lamentando che “questo inverno fa prospettare una scarsa stagione estiva” e che i cittadini avrebbero sofferto la penuria d’acqua. La nota non si limita a denunciare la siccità: elenca le quattro sorgenti considerate vitali per la città – Buonamorone, Filippazzo, Perrillo e Pannitteri – e annuncia interventi per potenziarle. Per lo storico questa lettera è una mappa delle infrastrutture idriche dell’epoca e offre spunti preziosi sulla toponomastica e sulle priorità amministrative del governo borbonico.
La sorgente di Bonamorone: abbondanza e qualità
Tra le fonti citate, la più documentata è quella di Bonamorone. Situata poco più di un chilometro a est di Girgenti, nel cuore della Valle dei Templi, la sorgente alimentava un convento cappuccino e un giardino (contrada Bonamorone). Un articolo di Balarm ricorda che un nobile, Cesare Naselli, fece deviare l’acqua da un ipogeo della Rupe Atenea per irrigare i terreni; la disponibilità d’acqua permise ai frati di costruire una fontana pubblica che appare nelle mappe dell’epoca. La stessa fonte riporta che nel 1885 il farmacista Salvatore Bonfiglio misurò una portata di circa 33 litri al minuto (47,5 m³ al giorno). Bonfiglio esaltò la purezza dell’acqua, limpida e priva di odori, sostenendo che superava quella di famose fontane come quella di Trevi. Questi dati, seppur posteriori al 1852, confermano che Bonamorone era un captazione abbondante e di qualità eccellente, tanto da essere considerata “una delle più potabili e pure del mondo”.
Filippazzo: dalla tenuta Genuardi alla sorgente termale
La lettera del 1852 cita anche la sorgente di Filippazzo. Le fonti dirette sono scarse, ma la toponomastica sopravvive. Un articolo di Agrigento Ieri e Oggi spiega che l’Hotel des Temples, celebre albergo ottocentesco, sorgeva su un fondo denominato Filippazzo, nella contrada Colleverde, di proprietà della famiglia Genuardi. La villa era originariamente una tenuta di campagna; dopo il fallimento della società Genuardi fu venduta nel 1881 e trasformata in albergo. Nella seconda metà del XX secolo si scoprì nei pressi dell’hotel una fonte termale di qualità terapeutica. La Regione Siciliana pensava di sfruttarla per realizzare le Terme della Valle dei Templi, ma il progetto non fu mai completato. Non crediamo faccia riferimento al Palazzo Filippazzo, sulla salita sant’Antonio.
È plausibile che la sorgente di Filippazzo menzionata nel 1852 fosse la stessa che alimenta la falda termale, allora usata come acqua potabile. Il collegamento fra la tenuta, la sorgente termale e il toponimo Filippazzo suggerisce che gli amministratori borbonici considerassero quel sito una risorsa idrica strategica, sebbene oggi il suo ricordo sopravviva più come nome di una contrada che come fonte d’acqua potabile.
Perrillo e Pannitteri: toponimi perduti
Le sorgenti di Perrillo e Pannitteri sono quelle su cui disponiamo meno informazioni. Il silenzio delle fonti moderne potrebbe indicare che si trattava di piccole polle ormai prosciugate o di pozzi integrati nell’acquedotto cittadino e poi abbandonati. L’unico riferimento per il nome Pannitteri proviene dalle mura chiaramontane: un’antica “Porta dei Panitteri”, dava accesso al quartiere popolare di Ravanusella. È possibile che la sorgente Panitteri sorgesse in quest’area a sud della città. Quanto alla sorgente Perrillo, non si sono trovate fonti specifiche; è probabile che fosse un piccolo pozzo rurale situato in qualche contrada collinare. La presenza di questi nomi nell’elenco del sindaco del 1852 prova che, sebbene oggi siano dimenticati, in epoca borbonica erano considerati abbastanza importanti da richiedere lavori di manutenzione.
Valore documentale del resoconto di Mendola
Il rapporto del sindaco Mendola rappresenta un’interessante fotografia delle risorse idriche di Girgenti nella prima metà dell’Ottocento. Anziché parlare di grandi opere – l’acquedotto moderno arriverà solo con l’Italia unita – il documento elenca sorgenti naturali che facevano capo a contrade e famiglie. La scelta di nominare le sorgenti con i toponimi locali conferma una gestione decentralizzata e patrizia dell’acqua: ogni fonte era legata a un fondo (Bonamorone), a una tenuta (Filippazzo) o a un quartiere (Pannitteri). Questo dato toponomastico è prezioso perché molte di queste denominazioni non compaiono sulle carte ufficiali e sono andate perdute con l’urbanizzazione.
La lettera inoltre mette in luce la vulnerabilità idrica della città. Il sindaco afferma che l’inverno era stato asciutto e prevede una “scarsa stagione estiva”, avvertendo che i cittadini avrebbero sofferto la mancanza di un “alimento di prima necessità” – l’acqua. In un clima mediterraneo dove le piogge si concentrano in inverno, un anno secco poteva mettere in ginocchio la comunità. Il fatto che si promettano lavori alle sorgenti dimostra una consapevolezza amministrativa del problema e una volontà di investire in infrastrutture, anche se modeste.
Considerazioni finali
Le indicazioni del documento del 1852 hanno un valore doppio. Da un lato, permettono di ricostruire la geografia idrica di Girgenti in epoca borbonica, evidenziando l’importanza di fonti naturali come Bonamorone e Filippazzo. L’analisi successiva di Bonfiglio dimostra che la città disponeva di un’acqua eccezionale per qualità e portata. Dall’altro, i nomi stessi delle sorgenti mostrano come la toponomastica fosse intrecciata con la gestione delle risorse: la sorgente prendeva il nome del fondo o del quartiere a cui apparteneva, e viceversa. La scomparsa di Perrillo e Pannitteri dal lessico corrente ci ricorda quanto fragile sia la memoria dei luoghi quando la loro funzione originaria viene meno.


Via Atenea nel 1851: palazzi, botteghe e cantoni della Girgenti borbonica