Girgenti si espanse, inglobando nuovi borghi come San Michele, San Francesco e Rabato, ma non furono i Chiaramonte a costruire le antiche mura.
Le origini mitiche di Agrigento: Dedalo e Camico
Nell’opera “Dissertazione sopra una iscrizione agrigentina de’ tempi di mezzo”, (che potete leggere alla ine di questo testo in formato pdf)
l’avvocato Vincenzo Gaglio, storico agrigentino del Settecento, sostiene sin dalla prima riga che Agrigento è stata fondata da Dedalo e chiamata Camico ed era così solida da essere inespugnabile e bastavano quattro uomini a difenderla dagli assalti.
Solo successivamente venne abitata dai Sicani del re Coacalo che ne fece la sua reggia e poi dai greci che però usarono la collina su cui era stata fondata come Rocca mentre si stabilirono nella Valle. Comunicavano con la collina attraverso un ponte mentre dall’altra parte della collina vi era una balza profonda e inaccessibile.
Sin qui riprende un antico mito riguardante le origini della Città dei Templi (mito, appunto, da tempo superato da studi più accurati)
La trasformazione greca: Dalla Rocca alla Valle
Il primo a fortificare la città fu il tiranno Falaride e costruì i templi, tra cui sulla collina quello dedicato a Giove Atabirio che si trova sotto la Chiesa di Santa Maria dei Greci. Poi passò sotto il dominio di Roma e cambiò nome in Agrigentina in Camico. Si diffuse il cristianesimo, venne poi conquistata dai musulmani e poi dal re normanno Ruggero: continua Gaglio
i borghi della Terra Vecchia
Era allora una piccola città che coincideva con i confini dell’attuale parrocchia del Duomo, chiamata Terra Vecchia. Successivamente ingrandita di due Borghi, chiamati San Michele e San Francesco, che comprendeva la parrocchia di San Pietro e del monastero di Santo Spirito, quando Gaglio scrive.
Una Lapide poco conosciuta svela le origini delle mura cittadine
Al tempo della regina Costanza, moglie del re Pietro I di Aragona tali borghi vennero aggregati alla Terra Vecchia.
L’intera città venne cinta di mura con merli e torri, così come si legge su una lapide esistente nella Casa comunale in cui si legge:
“Anno milleno tricento non bene pleno septem sublatis in summa connumeratis Virginem partus cum nostros adstulit artus hic sum fundatus hic denuos sum renovatus pocula dans genti degenti nunc Agrigenti res majo gesta fui ac indictio sexta;
fulgidor sole gemina Costantia prole regnabat diva quasi Palladis arbor oliva inclitus illustris victor cuiuslibet hostis atque triumphator Fridericus juris amator”
Secondo Gaglio il testo afferma che Agrigento nel 1293 è stata circondata di nuove mura perché le antiche erano in rovina e venen ingrandita con nuovi palazzi.
Le mura
La città venne circondata da mura con Porte e posterle (piccole porte) con Catarratte, cioè ferrate che potevano alzarsi e abbassarsi, dette saracinesce e posterle (piccole porte),
vi erano poi Merli da cui si potevano lanciare sassi e dardi contro i nemici che facevano da scudo e torri.
Le Torri erano utili nel caso il nemico tentasse di scalare le mura.
Le catarratte attaccate a funi o catene di ferro sopra le porte per alzare le porte e abbassarle al bisogno, venivano calate quando i nemici si presentavano in armi davanti le mura cittadine.
Quegli stemmi araldi sulle mura
Gaglio dice che le armi del figlio di Costanza, Federico, si trovano in uno stemma che si vedeva nelle mura.
Secondo la tradizione locale però sarebbero state innalzate da Marchisia Prefolio, madre di Manfredi I Chiaramonte, che viveva nel 1299 e fondò il monastero di Santo Spirito.
Il senso della lapide
Secondo Gaglio la lapide fa comprese re diversi agrigentini si trasferirono nel 1293 dalla Valle alla Collina abbandonando così l’antica città per la nuova,
in un periodo in cui in Sicilia governava in qualità di luogotenente Federico III, figlio del re Pietro I di Aragona e della regina Costanza.
E Gaglio sostiene che le armi gentilizia di Federico, cioè l’aquila coronata e le sbarre esistevano al suo tempo sopra Porta di Ponte, nelle mura della torre detta i Trapanese e nel muro della Chiesa di Santa Lucia che guarda ad oriente.
Nella lapide inoltre sarebbero evidenti due Aquile coronate a lato d’un campo diviso a quartiere con delle sbarre sotto e sopra, che significano i bastoni di Aragona.
Gli stemmi araldici di Federico III figlio di Pietro I d’Aragona
Sarebbero le armi di Federico, il figlio dei sovrani. Nella Torre di Trapanese si scorgono inoltre le armi dei Chiaramonte costituenti in un Monte con delle colline alte e basse. Forse così i Chiaramonte volevano offuscare le insegne regie ?
Dice Gaglio che il diritto di circondare con mura una città era una delle supreme regalie della Corona. Non potevano quindi i Chiaramonte edificare quelle mura con propria autorità, senza il beneplacito del Re di quel tempo.
Armi regie non chiaramontane
Ecco perché vi erano armi regie piuttosto che quelle dei Chiaramonte, i quali fissandovi anche le proprie insegne hanno voluto lasciare solo una memoria del loro casato, ma non attribuirsene la paternità.
Le porte
Gaglio passa poi ad indicare le porte della Città di Girgenti: Porta del Ponte, di Mazzara, della Bibirria, di Panitteri.
Il Ponte della porta principale sarebbe stato realizzato dai Chiaramonte, secondo lo storico Tommaso Fazello;
quelle di Mazzara e della Bibbirria vengono chiamate così in una scrittura del 1589 esistente nell’archivio della Chiesa di Girgenti;
quella di Panitteri viene citata in un atto di vendita di beni fatto dagli Ebrei di Girgenti nel 1492 e rogato presso il notaio Matteo Schillaci e che si conserva presso il notaio Antonino Tomasino.
La nascita del Rabato
Gaglio poi sostiene che gli agrigentini ingrandirono la loro città con un altro borgo a cui diedero il nome di Rabato.
Non è certo che la lapide si riferisca a questo borgo quando dice che la città venne rinnovata.
Ma secondo lo storico agrigentino è in quel borgo che si insediarono gli agrigentini che si trasferirono dalla Valle al Colle.
Il termine rabato deriva dall’arabo e significa Borgo.
Un Rabato esisteva a Malta ed è probabile, secondo Gaglio, che questo nome venne dato al Borgo dai Maltesi trasferitisi a Girgenti,
i quali tra l’altro fondarono al Rabato uno Spedale sotto il nome di Santa Croce, nel luogo in cui oggi sorge la Chiesa e il Convento dei PP. Minini di San Francesco di Paola.
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fonte: Opuscoli di autori siciliani tomo undicesimo, Palermo 1770.


La vita quotidiana ad Agrigento sotto i Romani