La nota comunale del 1851 e il contesto viario
Nel 1851 l’amministrazione di Girgenti (oggi Agrigento) redasse una nota sulle spese per la “ricostruzione e scarpellamento” del lastricato dell’attuale via Atenea da Porta di Ponte al Collegio di Maria. Il documento, che abbiamo trovato presso l’Archivio di Stato di Agrigento (inventario 4, fascicolo 425) elenca abitazioni, botteghe e uffici che si affacciavano sulla strada. Sebbene si tratti di un atto amministrativo, la sequenza di nomi (Casa Celauro, bottega di Ferretta, Casa di Nocito, officina postale, aromatario Gallo, corpo di Guardia, palazzo dei Tribunali, rampa di San Francesco, Casa di Palazzotto, casa di Alletto, cantone della chiesa del Collegio di Maria, Casa Alajmo, Casa Granet, Casa del notaio Formica) costituisce un prezioso inventario toponimico: indica la posizione di edifici e attività in un tratto della via maestra e documenta la micro‑topografia urbana della Girgenti borbonica.
La via Atenea era già un asse urbano di rilievo: correva ai margini delle mura chiaramontane, collegava i quartieri medioevali e fungeva da circonvallazione rispetto alla più antica via Duomo. Nel primo Ottocento non era però la strada principale; il tratto tra Porta di Ponte e il palazzo Contarini venne lastricato solo nel 1841 e nel 1854 le botteghe furono temporaneamente chiuse per consentire i lavori. Dopo l’Unità d’Italia, la strada fu regolarizzata, pavimentata con basole laviche e dotata di gas‑illuminazione.
Abitazioni nobiliari e toponimia familiare
Molti nomi presenti nella nota corrispondono a palazzi nobiliari che ancora oggi definiscono il paesaggio della via. La Casa Celauro, all’angolo con l’omonima via, è un palazzo barocco della fine del XVIII secolo. Il prospetto su via Atenea è scandito da file di balconi in ferro battuto; l’ingresso principale, però, è su via Celauro perché i proprietari affittavano i locali del piano terra lungo la via per botteghe. In questa dimora soggiornò Johann Wolfgang Goethe durante il suo viaggio in Sicilia (1787). La presenza nella nota della “Casa Celauro” mostra che, a metà Ottocento, il palazzo era un riferimento spaziale e che il toponimo familiare veniva utilizzato per individuare il tratto della strada.
Il Palazzo Contarini, citato come “Casa di Contarini”, fu edificato nel primo Settecento dalla famiglia veneziana dei Contarini. È un edificio barocco con mensole elegantemente scolpite che sorreggono i balconi. Le fonti storiche ricordano che il palazzo possedeva una galleria interna usata per riunioni familiari. L’uso del toponimo familiare nella nota del 1851 conferma che gli abitanti identificavano quel tratto della via con il palazzo nobiliare.
La Casa Granet (o palazzo Granet) fu costruita nell’Ottocento dal vice‑console francese Granet. Il prospetto neoclassico su via Atenea è caratterizzato da un portico con otto colonne. La nota riporta “Casa di Granet” come punto di arrivo dei lavori, collocandola poco oltre la chiesa del Collegio di Maria; ciò dimostra che l’edificio, pur relativamente recente, era già un punto di riferimento toponomico.
Il documento menziona anche “Casa di Palazzotto” e “Casa di Alletto”. Le fonti archivistiche citano un’architettura settecentesca chiamata casa Alajmo (o ex casa Alajmo) situata fra via San Vincenzo e via Caico. Essa era originariamente un edificio a due piani; dopo l’abbassamento del livello stradale venne ricavato un ammezzato. Il prospetto settecentesco, con cantonali finemente scolpiti, si conservava ancora nell’ultima perizia. Il fatto che nel 1851 venga indicata come “Casa Alajmo” testimonia che la famiglia Alajmo aveva dato il nome alla casa e al vicolo circostante (piazzetta Cacciatore ospita tuttora la casa Alajmo e una targa commemorativa). Per altre dimore, come la casa Palazzotto o la casa di Alletto, le fonti sono più scarse; tuttavia, l’onomastica suggerisce che fossero abitazioni di famiglie notabili, oggi ricordate dalle omonime vie (via Alletto) o dai toponimi minori censiti nei piani particolareggiati.
Edifici pubblici e funzioni urbane
Oltre alle dimore aristocratiche, la nota elenca botteghe (Ferretta, Cassar, De Castro), l’aromatario Gallo (un farmacista), l’officina postale, il corpo di guardia e il palazzo dei tribunali. Queste indicazioni attestano la densità di funzioni pubbliche e commerciali su via Atenea: la strada era sia luogo di residenza nobiliare sia spazio di lavoro per artigiani, mercanti e farmacisti.
Il palazzo dei tribunali citato nel documento non corrisponde all’ex palazzo della pretura e tribunale in piazza Gallo. La presenza del corpo di guardia e dell’officina postale nel 1851 rivela che, prima dell’unificazione, la strada concentrava funzioni amministrative e militari.
Le botteghe menzionate (Ferretta, Cassar, De Castro) rimandano alla rete di esercizi commerciali che occupavano i locali al piano terra dei palazzi. Un articolo di Tommaso Carlisi ricorda che, nel 1854, il consiglio civico ordinò la chiusura temporanea delle botteghe dal tratto iniziale della via fino alla casa Granet per consentire la lastricatura. La nota del 1851 ci offre quindi uno spaccato immediatamente precedente a tale intervento, quando la via era ancora in terra battuta, le botteghe esponevano merci sulla strada e i balconi barocchi ombreggiavano l’intera carreggiata.
Riferimenti viari minori e micro‑toponimi
Nel documento compaiono micro‑toponimi oggi poco noti: Cantone Calamaro, salita di Giambertoni, Cantone della chiesa del Collegio di Maria, rampa di San Francesco. Questi indicavano slarghi, incroci o rampe laterali che strutturavano il percorso tortuoso della via. La “salita di Giambertoni” rimanda alla presenza, nei pressi, di un edificio o di un terreno appartenente alla famiglia Giambertoni . La “rampa di San Francesco” conduceva al convento dei frati francescani e all’omonima chiesa medievale.
Il cantone Calamaro e il cantone della chiesa del Collegio di Maria erano spazi d’angolo tra palazzi e chiese; il primo potrebbe riferirsi a una bottega o a un fondaco (cantone è sinonimo di angolo), il secondo all’incrocio con la rampa che saliva al Collegio di Maria. La presenza dei cantoni nella nota sottolinea l’uso di riferimenti visuali per orientarsi in un tessuto urbano privo di numerazione civica.
Valore toponomastico della nota
La nota del 1851 è preziosa per la ricostruzione della toponomastica agrigentina nella prima metà dell’Ottocento per diversi motivi:
- Fotografa la distribuzione funzionale della via: accanto ai palazzi nobiliari si elencano botteghe, l’officina postale, il corpo di guardia e il palazzo dei tribunali. Questa miscela di funzioni rivela un centro urbano vivace, nel quale la residenza aristocratica conviveva con attività economiche e servizi pubblici.
- Preserva micro‑toponimi successivamente scomparsi. Termini come cantone Calamaro o salita di Giambertoni non compaiono nelle mappe moderne; la loro attestazione permette di individuare antichi incroci o rampe, utili per interpretare documenti catastali o notarili.
- Conferma l’uso di nomi familiari come indicatori spaziali. Le abitazioni vengono identificate non con numeri civici ma con i cognomi dei proprietari (Celauro, Contarini, Granet, Alajmo, Palazzotto, Alletto, Nocito). Questo uso è tipico della società borbonica, nella quale la memoria dei casati nobili o dei notabili definiva i luoghi.
- Permette di datare l’introduzione di infrastrutture. La presenza dell’officina postale e del corpo di guardia attesta la riorganizzazione amministrativa sotto il governo borbonico.
- Offre un supporto per la ricerca archivistica. Per studiosi di storia urbana, la lista di edifici consente di incrociare atti notarili, mappe catastali e contratti di locazione per localizzare con precisione proprietà e attività. Essa rappresenta una banca dati di toponimi pre‑unitari che integra la memoria orale con il dato amministrativo.
Conclusione
Il documento del 1851 sulle spese per il lastricato di via Atenea è ben più di un elenco contabile: è una mappa verbale della Girgenti borbonica. I nomi di case, botteghe e cantoni fungono da coordinate in un tessuto urbano ancora privo di numerazione, registrano la presenza di famiglie e funzioni pubbliche e testimoniano il dinamismo della via maestra alla vigilia dei profondi mutamenti urbanistici dell’era post‑unitaria. Per chi studia la toponomastica di Agrigento, questo documento rappresenta una fonte insostituibile per comprendere come gli abitanti dell’epoca percepivano e nominavano lo spazio della loro città.
Elio Di Bella


Il Trattato di Uccialli e l’Inganno Diplomatico