L’era gloriosa di Terone di Akragas nel V secolo a.C. Il suo regno ha trasformato Akragas in una metropoli di rilevanza mediterranea, promuovendo un’innovazione architettonica e culturale senza precedenti. Un viaggio affascinante nella grandezza di Akragas sotto il monarca che ha lasciato un’impronta indelebile nella civiltà greca di Sicilia.
L’Eredità di Terone nella Civiltà Greca di Sicilia
«Aperta in tre mari, mista di stirpi la civiltà greca si era cresciuta su di un terreno più ricco;
se l’Attica era arida e la Grecia aveva avuto sempre compagna la povertà, la Sicilia giovane terra di colonie, fertile, posta in mezzo ai commerci del Mediterraneo, ha bagliori di fasto orientale.
Su questo suolo ardente e in questa stirpe greca brulicano più sangui e più vite…
Il fasto delle sue corti non ha paragone in Grecia: la sua arte rivela qualche tratto egiziana come i colossi giganti del tempio di Zeus».
Così Ettore Bignone nell’opera su «Empedocle» descrive il periodo della civiltà greca in Sicilia.
Rivoluzione Architettonica sotto Terone
Ad Akragas in quell’epoca non più grandi masse pesanti, né linee dure dell’architettura orientale negli edifizi dello Stato e nei templi, nella case dei privati e in quelle degli uffici pubblici, ma templi,
come immaginiamo ora dagli avanzi di quelli attribuiti ad Era, ai Dioscuri, alla Concordia, ad Efesto ancora vivi, nelle monete e medaglie, nei vasi fittili; avanzi che, conservati ai sensi e al giudizio della posterità,
consentono tuttora di provare il godimento dei contemporanei di Terone, per la freschezza dei disegni, la grazia delle linee, la ricchezza rifiorita degli adorni architettonici.
Al di fuori di ogni altra arte l’architettura riporta ad Akragas la visione della cultura del secolo.
L’Impatto Culturale e Artistico di Terone
Sotto il regno di quel monarca Terone (488-472) la civiltà greca in Sicilia lasciò una impronta che non può essere confusa con quella di altri tempi:
il carattere tutto singolare della stirpe rinnovata dalla giovinezza porta impressa la forza fisica, la potenza creativa dell’intelletto, sbocciate dal calore di un cielo e di una terra fecondi.
Fu mirabile la nutrizione di questa civiltà con succhi vitali e copiosi di cui si nutrì il suo più grande rappresentante siciliano: Empedocle.
I caratteri risultanti dalla fusione dell’arte greca progredita con la schietta sicula primitiva si rivela negli scavi del territorio agrigentino.
Le feste di Akragas
I periodi di anni di Terone e di Empedocle formano due quadri di un’ampiezza notevole dove le due grandi figure appaiono nel mezzo come soffuse di una coloritura trasparente nella vita.
Siamo al centro del periodo greco-siculo. Uno scenario insolito smaglia fra bagliori di un alone dove il sole in un orizzonte di splendore riverbera su la bella città dei mortali.
Non vi ha tocco che non fosse vivo e solenne in quell’età luminosa di ogni progresso.
I forestieri arrivavano dai paesi lontani per partecipare alle feste civili e religiose.
La celebrazione delle Theoxonie dai banchetti dei Dioscuri imbanditi davanti i templi infiorati,
le feste in onore dei vincitori dei Giochi Olimpici, dei corridori e degli atleti s’intonavano nella cornice delle folle e dei cortei variopinti.
Nelle Theogamie gli Akragantini risalivano la Via Sacra della collina per adorarvi Demetra nel tempietto rinnovato dall’arte greca.
Il giorno dell’Anthesforia si solennizzava il mito di Persefone e di Pluto.
Spettacoli superbi che solo Akragas poteva dare con le sue meraviglie d’incanto, Akragas che nella monumentalità superò Atene
Terone: Un Leader di Visione e Forza
Una delle preoccupazioni di Terone fu esercitare i giovani alle armi.
La palestra, lo stadio, l’anfiteatro, l’ippodromo, erano i luoghi prediletti ch’egli frequentava.
Era un grande appassionato del ludi olimpiaci. Fu vincitore più volte alla biga, alla quadriga.
Era quella l’età del fervore per tutta l’Ellade e le colonie.
Una tradizione colta da Erodoto ripete l’eco della liberazione della Grecia con la vittoria di Salamina riportata nello stesso giorno che gli eserciti akragantino e siracusano annientavano a Imera il più potente esercito cartaginese (480).
Il nome di Terone volava su le ali della poesia pindarica verso l’immortalità.
La terza ode olimpiaca è un inno elevato ad Akragas e al principe che avea toccato con le virtù proprie e delia sua stirpe le colonne di Ercole.
In lui stavano congiunte virtù e ricchezze che profondeva nell’agguerrire la giovinezza della regione distesa fra il mare Tirreno e il Libico.
Aveva trasformato la città in una delle più grandi metropoli della Sicilia e del Mediterraneo.
La sua casa era diventata, dopo la vittoria, asilo di poeti, di filosofi, di uomini illustri nella politica e nell’arte.
Ebbe alto il concetto dello Stato, considerando l’autorità di questo come fondamento della forza morale disciplinatrice degli ordini cittadini.
Fu costante il suo esperimento in questa concezione.
Ammonito dalla ribellione dei nepoti Ippocrate e Capide e dalla mala riuscita del figlio Trasideo, meditò sul problema della scelta dei valori individuali realistici nell’interesse supremo della nazione.
Da ogni cittadino, segnatamente se dovesse farne un collaboratore al governo, esigeva un contributo di fede associato a qualcosa di eroico o, quanto meno, ad un lavoro utile allo Stato.
Ritenne che l’azione debba servire a temprare gli animi come la fede serve a corroborarli.
Ampliò questo principio nell’applicazione alle cure assistenziali, alla educazione della gioventù.
In ogni istante della sua giornata rivolse il pensiero alle sorgenti dell’attività eroica per la grandezza della Patria.
La protezione dei fanciulli e della maternità come garanzia della continuità demografica formò l’obiettivo delle premure di tanto uomo.
Noi dobbiamo supporre che dalle sue iniziative abbiano avuto sviluppo istituzioni civili e militari ignorate sinora dalla storia.
Da notizie frammentarie dei cronisti e da qualche passo di opera comica sappiamo come egli godesse di trovarsi in mezzo al popolo in ogni manifestazione pubblica.
Aveva la certezza di essere amato dalle folle perché al bene di tutti dedicava tempo e amore.
L’alleanza con Siracusa
Chi potrà asserire che in quel tempo di esuberanza, di rigoglio i reggitori degli Stati, monarchi o tiranni improvvisati, non fossero presi, in un clima di popolarità, dall’ansia del buon governo?
« Come ogni quadro ha la sua figura centrale, ogni complesso meccanico il suo motore e ogni fase storica il suo personaggio preminente », così Terone rappresenta nel V sec. a C. il più alto vanto degli akragantini.
Terone trascinava in un sentimento confuso ma potente le folle degli spettatori lungo il percorso dei cortei e le spronava nell’applauso non fasto diretto alla bellezza dello spettacolo quanto al significato intimo di quelle grandi cerimonie.
Da Uomo avveduto Tenone avea cercato a tempo di frenare l’ambizione, stringendo due dinastie col vincolo di sangue.
Dava la propria figlia Damareta in isposa al collega Gelone di Siracusa.
Prevedeva che l’equilibrio fra le loro città si sarebbe rotto il giorno in cui una guerra esterna sarebbe scoppiata e terminata con la vittoria del nemico.
L’avere stretto il primo nodo di parentela, l’avere sposato egli stesso la figlia di Polizelo, fratello minore di Gelone e alla morte di questo,
avvenuta nel 478 sei anni prima della propria, l’avere favorito le nozze della vedova col suocero Polizelo non ebbero altro scopo che allontanare quanto più possibile lo scoppio di una rivalità fra le due metropoli.
Finché Terone tenne il potere, l’egemonia siracusana non ebbe modo di manifestarsi apertamente, restando un desiderio dei repubblicani più scalmanati del partito avverso a Gelone.
Conclusione: L’eredità di Terone
La seconda guerra cartaginese, avvenuta dopo 72 anni della battaglia d’Imera con la invasione della Sicilia, trovò salda in apparenza l’alleanza fra le due città.
Siracusa non fu pronta alla mobilitazione nel 408.
I selinuntini non ebbero l’invocato soccorso. L’esercito di Gelone si è mosso quando già Selinunte era stata presa e soppressa. Un occulto senso di egoismo serpeggiava fra le città soggette a Siracusa.


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