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gigante del tempio di giove ad agrigento

Tempio di Giove nella Valle dei Templi di Agrigento: Storia e Grandezza di un Patrimonio Inestimabile

21 Ottobre 2024 //  by Elio Di Bella

La storia affascinante del Tempio di Giove nella Valle dei Templi di Agrigento, un simbolo di potenza e civiltà ellenica.

Introduzione al Tempio di Giove nella Valle dei Templi di Agrigento

Due battaglie memorabili la storia ci ricorda nell’anno 480 a. C.: quella di Salamina nell’Attica e quella di Imera in Sicilia, le quali segnarono il contemporaneo pieno trionfo della civiltà ellenica già pervenuta al massimo splendore della sua potenza militare (terrestre e navale), dei commerci, delle industrie, dei suoi ordinamenti politici e sociali, e, soprattutto, delle lettere e delle arti

Artefice della vittoria di Imera, fu, insieme a Siracusa, la nobile città di Agrigento.

Fiorentissima ed attiva colonia greca, al cospetto del mare Mediterraneo, rivale economicamente più che politicamente della consorella Siracusa, che assurse a tale grado di splendore da potere affermare la sua supremazia economica sui Cartaginesi, e artistica, con la grandiosità dei suoi monumenti, sui Siracusani.

L’Olympieion sorgeva tra il tempio A e quello (1) sulla collina di Akragas.

La Costruzione del Tempio: Anno 480 aC e il Trionfo di Imera

L’inizio della sua costruzione è fatto risalire, per opinione comune, al 480 a. C. anno della vittoria di Imera.

Sotto l’illuminata guida del tiranno Terone, gli agrigentini vivevano allora l’età del loro splendore. Secondo le testimonianze degli scrittori antichi, i lavori, durati oltre settanta anni, furono interrotti prima che l’edificio fosse completo.

Ciò non toglie che l’opera destasse stupore e ammirazione che colgono ancora oggi chi si attardi a guardare i poveri e sconvolti avanzi.

Così, forse a ricordo della vittoria imerese e per superare qualsiasi altro insigne tempio della Sicilia e della Magna Grecia, gli agrigentini iniziarono la costruzione del tempio sacro al padre degli dei; (2) edificio che, elevatosi al di sopra di ogni altro, risplendette come faro di libertà e di civiltà nei secoli, a testimonianza della gloria della razza dorico-sicula.

Caratteristiche Architettoniche e Significato del Tempio

La sua mole e le sue singolari particolarità costruttive lo resero famoso in tutto il mondo ellenico. Il primo storico che fa un cenno breve del tempio è Polibio, (3) accompagnò Scipione Emiliano all’assedio di Cartagine. Egli scrive che il tempio non fu ultimato ma che per invenzione e grandezza non doveva ritenersi inferiore a qualsiasi altro della Grecia. Dopo un secolo Diodoro Siculo (4) descrive il tempio più dettagliatamente nel suo noto libro XIII cap 82 

Testimonianze Storiche sul Tempio di Giove

“La fabbrica dei templi — dice Diodoro — In particolar modo quello di Zeus ci documenta la magnificenza degli abitanti di Agrigento in quel tempo di questi templi taluni sono consumati dal fuoco altri distrutti interamente durante i ripetuti assedi della città dal tempio di Giove Olimpico, la guerra interruppe le costruzione del tetto, né, in seguito per la rovina della città gli agrigentini ebbero più mezzi di finire la costruzione.

La lunghezza del tempio è di 340 piedi e la sua larghezza di 60 piedi (si noti l’errore della cifra relativa alla larghezza e si rettifichi con 160 piedi), l’altezza, esclusa la base, è di 120 piedi, più grande di quanti ve ne siano nell’isola, e per grandezza di costruzione paragonabile ad ogni altro tempio, anche fuori della Sicilia; e sebbene non condotto a termine, nondimeno ne appare chiara la fama.

Fabbricandosi i templi con la cella dell’ampiezza interna del tempio circondata di colonne questo tempio partecipa a due schemi — Le colonne semicircolari, infatti, sono inserite nelle mura al di fuori e quadrate al di dentro. — La loro circonferenza esteriore è di 20 piedi, e le scanalature sono tanto grandi da contenere il corpo di un uomo; l’interno è di 12 piedi.

La magnificenza e l’altezza dei portici sono meravigliose; nella loro parte orientale v’è il combattimento dei giganti, scultura insigne per grandezza e per bellezza e nell’occidentale l’assedio di Troia, in cui ciascun eroe può ravvisarsi dalla forma e vestimento caratteristico».

Ben poca luce gettò sull’insigne tempio la dominazione romana in Sicilia, se si eccettua una preziosa notizia del poeta drammatico Gneo Nevio, (5) nel suo poema (Bellum Punicum), sulla prima guerra punica, alla quale partecipò, seguendo in Sicilia, l’esercito del console Manlio Valerio Massimo che, dopo avere liberato Messina dall’assedio delle armate greche e cartaginesi, inseguì Hiero, comandante di quest’ultime, a Siracusa e lo costrinse a concludere un’alleanza coi romani.

Durante queste operazioni, reparti dell’esercito romano dovettero fare diverse puntate verso l’interno dell’isola, e lo stesso Nevio, in un fram-mento del libro del suo poema, dice testualmente «…Manius Valerius consul partem exercitus in expeditionem ducit… ».

Ciò avvenne nell’anno 263 a. C. In una di queste azioni, e precisamente durante l’assedio di Agrigento, Nevio ebbe modo di vedere l’Olympieion, che lo impressionò fortemente.

Quasi nulla rimane della gigantomachia e della presa di Troia descritta da Diodoro e da Nevio, se si eccettuano scarsi ed insignificanti resti sparsi nella zona del tempio.

Dopo la ferocia della riscossa cartaginese e la dominazione severa dei romani e le tristi vicende politiche, si spense quasi completamente la fiorente civiltà greco-sicula dell’isola, e con essa il culto e l’amore dell’arte.

Declino e Risveglio del Tempio attraverso i Secoli

Il nostro tempio rimane per oltre un millennio nell’oblio e cioè sino al principio del secolo XVI. Il primo a riparlarne, dopo tanto silenzio, fu il Fazello. (6) Ci fa notare, nei suoi brevi accenni, che la fabbrica era in rovina e che, al suo tempo, rimaneva in piedi solamente una piccola parte appoggiata a tre giganti e a delle semicolonne. Da questi ultimi ruderi, gli Agrigentini, nel Medio Evo, trassero gli elementi per il loro stemma cittadino.

Un poeta ignoto del Rinascimento ricordato da Remigio Fiorentino scrisse:

« Quei monumenti dell’antico fasto, e uno sopra tutti

Che furono testimoni di grandi opere, di potente ricchezza,

E delle tue virtù, o chiaro popolo di Agrigento,

Crollarono fin l’ultimo, e distaccati i tre atlanti,

Le sublimi mura andarono incontro a misera rovina,

Or dove i segni del tuo primato, o regno di Sicilia, Che potrai mostrare altrui

Giaccion sepolti ed oppressi da sozze macerie,

Le sue spoglie il 9 dicembre 1401 luce inimica covrì

Trionfando nella tua strage e nel tuo squallore».

NOTE

(1)   Comunemente detti rispettivamente di Ercole e dei Dioscuri.

(2)   Del culto di Zeus Olimpico in Agrigento si hanno elementi nelle monete con l’aquila che ghermisce la lepre: tipo  simile a quello dell’Elide.

(3)   POLIBIO – Historie – libro IX cap, 27.

(4) DIODORO SICULO – Biblioteca Historica – libro XIII cap. 82; libro IX cap. 25.

(5) NEVIO – Bellum Punicum – Frammento XIX. In pisciano. Commentario grammaticorum (prima p. Hertz).

(6) Prima Decade del Libro VII del « De rebus siculis”

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Anselmo Prado 1973

Categoria: Cultura, In 5 Minuti, Storia Agrigento

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