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festa di san calogero

San Calogero: Il Santo di Agrigento e la Sua Storia Millenaria

8 Dicembre 2023 //  by Elio Di Bella

Esplora la storia e il culto di San Calogero, un’icona religiosa e culturale di Agrigento. Scopri come il suo legame con la città ha influenzato la vita e le tradizioni della Sicilia occidentale. Un viaggio nel cuore spirituale e storico di Agrigento, la Capitale della Cultura.

Tra i santi cari alla nostra gente, e quindi oggetto di grande venerazione, uno dei più popolari è senza dubbio San Calogero, il santo dal nome un po’ strano e quanto mai rustico, anche se nelle sue trasformazioni dialettali di Caloriu e Caloiru e in quella più familiare di Caliddu.

A tanto, però, nello slancio di fede, di devozione, il nostro popolo non ha mai badatoe  nei secoli il nome del santo è stato sarà sempre imposto ad una elevatissima percentuale di Sicilianelli, che, volenti, nolenti, lo porteranno per tutta la vita, sia in omaggio al santo che per rispetto ai nonni o ad altri stretti parenti, ricorrendo spesso anche alle forme Liddu e Lillo è per renderlo meno ostico all’orecchio.

Troviamo, infatti, molto comune questo nome, specialmente nella Sicilia occidentale, laddove è diffusissimo il culto di San Calogero e particolarmente ad Agrigento, città nella quale la celebrazione della festa, nella prima e seconda domenica di luglio, raggiunge quasi il fanatismo;  a Sciacca, che per molti aspetti, dobbiamo forse considerare la più antica della propria sede di questo culto qui; quindi a Naro, Canicattì e in altri meno importanti centri della stessa provincia.

In tono alquanto minore, però, la devozione per San Calogero, con la conseguente imposizione del nome, è pure viva a Termini Imerese, Petralia Sottana, Palermo, Lipari, che si vuole sia il primo lembo di Sicilia toccato dal Santo, Corleone, Salemi, Torretta e ancora quella, in generale, sempre nelle province occidentali, dove il ricordo di qualche lontana tradizione, spesso anche di riflesso, oppure  occasionalmente importata.

Sole, sperdute, oasi del culto di questo santo, rimangono nella Sicilia orientale, Lentini e Agnone in provincia di Siracusa e San Filippo di Fragalà, in provincia di Messina, dove, nell’Abbazia basiliana, fondata nell’XI secolo dal conte Ruggero, a qualche chilometro dall’odierno abitato, dovrebbe trovarsi il suo corpo, qui a suo tempo traslato dal monte Kronio di Sciacca per metterlo al sicuro dalle offese dei pirati saraceni.

Venerazione Popolare di San Calogero

Le principali sedi del culto sono del resto immortalate, e in maniera che non è possibile dimenticarle, in alcuni versi dialettali nei quali traspare evidente, cosa che in Sicilia si ripete per altri santi, quel sentimento di orgoglio per il San Calogero di casa a discapito del San Calogero del paese vicino,

che, se in fondo è lo stesso, rischia effettivamente di non esserlo, perché ognuno di questi centri ha una sua particolare tradizione Calogerina, intessuta di speciali leggende che spesso differiscono al punto da lasciare forse più convinti che perplessi sull’avanzata ipotesi della pluralità di santi col nome di Calogero.

Dicono, infatti, i versi in bocca quelli di Naro, superbi del loro amato munificentissimo patrono:

San caloriu, di Giurgenti

miracoli nun nni fa nenti,

San Caloriu di Canicattì.

Miracoli ni fa tri,

San Caloriu di Naru

miracoli nni fa a migghiaru!

Subito rimbeccato dagli Agrigentini, più mordaci, orgogliosi di poter affermare la mancanza assoluta di venalità nel loro protettore:

San Caloriu di Giurgenti

Fa li grazi so’ pi nenti

San Caloriu di Naru

li fa sempre pi denaru!

In altro momento, però, Agrigento e Naro, d’accordo contro Canicattì, lanciano il loro dardo avvelenato:

San Caloriu di Giurgenti

Fa li grazi a li ‘nnunncenti

San Caloriu di Naru

Fa li grazi a panaru,

San Caloriu di Canicattì

Ni fici una e si nni pintì!

Dando ad intendere che quell’unica grazia concessa dal Santo a Canicattì fu vana, perché non vi corrispose la fede, la riconoscenza dei beneficati.

Mancano in questi centri rivali i versi di lode o di denigrazione relative a San Calogero di Sciacca, che ha tradizioni tutte proprie con varie leggende in aperto in netto contrasto con quelle di Agrigento e degli altri paesi, ma riempire il vuoto provvede la stessa Sciacca in tono piuttosto aspro per Agrigento, pacato per Naro e apparentemente modesto per se stessa:

San Calogiru di Giurgenti

fa di grazi  picca e nenti,

San Calogiru di Naru

fa di grazi un cantaru,

San Calogiru di Sciacca

fa di grazi quando basta!

Potrei citare ancora versi simili, ma per non dilungarmi tengo solo presente Petralia sottana con i suoi due praticamente perentori:

San Caloriu  di Pitrali

è lu megghiu chi furria!

Avvertendo però che questa iattanza è un po’ superficialetta, essendo nella cittadina delle Madonie, il culto di San Calogero di importazione piuttosto recente e senza speciali tradizioni e leggende.

Le Leggende di San Calogero e la Sicilia Occidentale

San Calogero nei paesi interni, e dell’agrigentino in particolare, è il santo della campagna, il santo dei contadini per eccellenza, il Santo che si invoca (o almeno si invocava) nell’intraprendere durante lo svolgimento di ogni lavoro campestre, specialmente durante  la dura fatica della mietitura a mano e della soffocante trebbiatura, eseguita da muli bendati e con monotona lentezza trotterellando sui covoni disciolti delle assolate arie.

Non vi era, infatti, inizio, sosta, ripresa e chiusura di lavoro in queste sfibranti lunghe ore sotto il cocente sole di luglio, che, come buon auspicio, conforto, ringraziamento, alla fine delle rituali orazioni che precedevano e concludevano ogni parte della giornata, non avesse il grido di “Viva San Caloriu!” Lanciato dal capo ciurma e ripetuto in coro da tutti gli astanti, anche se stanchi, madidi di sudore e storditi dalla calura implacabile.

Al loro santo, per questo, ancor oggi, i contadini di quei paesi offrono il frutto delle loro ansie, delle loro fatiche: i prodotti della terra, principalmente frumento novello che viene portato in chiesa a suon di tamburo, su mule ricoperte di gualdrappe di seta e adorne di fiocchi e sonagli,

le cosiddette mule parate, ma non mancano altre offerte in natura come galletti, montoni e capre scampananti e infiocchettate, oltre, si intende, le solite in cera e denaro mostrate con una certa ostentazione e sempre al rullo dei tamburi.

Ai contadini, pertanto, nel giorno della festa, è riservato il privilegio (ad Agrigento trasmissibile nei maschi della famiglia con posti designati per lunga tradizione) di trasportare a spalle il simulacro del loro Santo, il quale, appena uscito alla chiesa, tra l’incessante quasi delirante grido di: “Viva San caloriu!”

viene addirittura preso d’assalto, aggredito dai fedeli che dicendosi l’un l’altro “Lu santu suda! Lu santu suda!” si affrettano a passare sul suo viso candidi fazzoletti che, conservati, quando necessari, deposti, strofinati sulle parti del corpo ammalate, serviranno a guarire da ogni malanno.

Nel frastuono generale sale intanto un confuso e concitato vociare perché, essendo questo, come si afferma, il momento migliore per impetrare grazie, tutti si affannano a chiederne mille e mille che il santo, non sordo alle pressanti, spesso condizionate e qualche volta minacciose richieste dei suoi devoti, non manca bonariamente di concedere presto.

Non per nulla San Calogero gode ovunque dell’appellativo di “Santo miracolusu”, di “Santu di grazi”, appellativo del resto, più che meritato perché dimostrato dalle centinaia di ex – voto che adornano i suoi santuari, le sue chiese: ex voto di cera, d’argento

o di forme di autentico pane riproducenti le parti del corpo, da lui sanate, ex – voto rappresentati da quelle ingenue caratteristiche pitture su piccole lastre di spessa latta e su tavolette di legno nelle quali è dipinta la scena del miracolo operato.

Il nostro San Calogero possiede, infatti, altre virtù taumaturgiche, le quali, se per il “martirologio romano” sono limitate alla guarigione degli ossessi, affezione caratteristica inoltre il tardo medioevo, ma ormai dimenticata, per il popolo di Agrigento, Naro, Petralia Sottana e altri centri,

hanno tra l’altro il particolare potere di guarire dall’ernia, specialmente i bambini, per la gente di Sciacca, quello di liberare da molte malattie con le stufe naturali, i fanghi e le acque termali del monte prossimo alla città, terapia antichissima, ma che una certa tradizione locale vuole rivelata al santo, appena giunto in Sicilia, dal Signore per il benessere degli uomini.

Tradizioni e Celebrazioni ad Agrigento

La speciale virtù di guarire bambini dall’ernia portò in Agrigento ed altrove all’usanza di eseguire controlli medici all’aperto, pubblicamente, dinanzi al cappellano della Chiesa in cotta e stola, sulla stessa “vara” del santo o ai suoi piedi, appena fuori dalla chiesa o in determinate soste lungo il percorso della processione. Quando il responso medico era favorevole e ciò accadeva spesso, la folla

che aveva assistito trepidante silenziosa, scoppiava in clamori assordanti, lanciando sul simulacro del santo, con violenza, senza rispetto alcuno, ma nell’intento di dimostrare tutta la sua gratitudine, fette a pezzetti di pane che, raccolti da chi in tutto quel trambusto poteva averne la fortuna, venivano conservati per preservare da malattie sventure in genere.

L’usanza del pubblico controllo medico per l’ernia dei bambini, insieme con quella invero poco edificante della “lingua a strascicuni” lingua a strascico sul pavimento della Chiesa,

dalla soglia all’altare del santo, per pur mantenendosi quella del lancio del pane e quella dei “viaggi” a piedi scalzi da casa propria all’eremo di San Calogero,  è ormai scomparsa, ma ciò che non potrà mai sparire e certamente non sparirà, ad Agrigento come a Sciacca, Naro, come a Canicattì e in tutti gli altri paesi della Sicilia,

anche se le pubbliche manifestazioni non raggiungono, per ineluttabile forza di cose, l’intensità del passato, è la devozione, la venerazione che tutti gli strati del popolo protestano per questo loro Santo, la cui figura, però, si presenta abbastanza complessa e quindi non molto chiara.

È un santo, infatti, il nostro, del quale si sa ben poco e questo poco spesso non ha fondamento che in contrastanti e incerte leggende e in alcune ipotesi sorte lungo il corso delle ricerche rese più difficili dal fatto che San Calogero, per l’antichità del suo culto, è un santo “leggendario”,

cioè un santo compreso nel gruppo numeroso degli eletti elevati agli onori degli altari dall’unanime antica venerazione del popolo e in seguito riconosciuti dalla Chiesa che l’incluse nel “martirologio romano”, pur senza i complicati e rigorosi processi odierni, codificati nel secolo 18º da Papa Benedetto XIV.

Domandarsi quindi chi fu realmente questo Calogero, da dove, quando, se non è indigeno, partì per la Sicilia, quando vi giunse e quali opere di compì sino alla sua morte, che si vuole avvenuta nell’isola stessa, è vano perché non è possibile dare esaurienti notizie, anche se è stato oggetto di particolari indagini da parte di molti scrittori di cose sacre dal Fazello al Caietani, dal Pirri al Lancia di Brolo è ai Bollandisti.

L’etimologia del nome, inconfondibilmente greco, Kalos gheron,  uguale a bel vecchio, virtuoso vecchio, lo farebbe greco o almeno bizantino, ma il colore quasi nero del suo viso che appare in vari simulacri, compreso quello agrigentino

– i devoti della città dei templi lo chiamano infatti “chiddu niguru” – lo farebbe piuttosto un africano, un etiope, si afferma generalmente, dando ragione a chi lo ritiene venuto in Sicilia dall’Africa e in parte a coloro che lo vogliono oriundo da Bisanzio e pervenuto in Sicilia dopo un certo soggiorno in Africa.

San Calogero nella Cultura e Tradizione Agrigentina

Secondo una tradizione ricordata ad Agrigento sarebbe invece nato, ultimo fra sette fratelli, nella stessa città che abbandona giovanissimo al tempo dei Goti di Teodorico per ritornarvi vecchio e votato all’eremitaggio, ma con una tale pratica medica acquistata in Africa da poter guarire tutte le malattie. In una cassettina a forma di bauletto, che nel simulacro di ignota mano che si venera ad Agrigento il santo tiene appoggiata sull’avambraccio destro, sarebbero infatti custoditi i farmaci miracolosi dei quali egli si serviva.

Sciacca, intanto, dove il colore nero del viso scompare, assumendo quindi un differente, bisogna pur dirlo, più bonario e paterno aspetto, nasce da genitori cristiani a Bisanzio che lascia, in seguito a contrasti con l’imperatore, a vent’anni, deciso a propagandare il Vangelo tra i pagani. Scelta la Sicilia come terreno adatto alla sua volontaria missione, si ferma prima a Lipari, dove costruisce anche una chiesetta. Giunto a Sciacca, dopo aver visitato alcune delle città ricordate, fissa la sua dimora in una grotta del monte Cronio,  curando con le stufe naturali gli infermi sino a quando, vecchissimo, non riceve da Dio  una cerva perché lo nutra col suo latte.

san calogero e il monte Cronio

La grotta di monte Cronio, però, sarà pure la sua tomba perché quaranta giorni dopo la fine della cerva, uccisa per errore da un suo discepolo, in questa leggenda tal Siero, sarà trovato morto, ma come rapito in beata estasi ai piedi del rozzo altare, là dentro innalzato.

A Sciacca stessa, però (dove il diritto del trasporto della “vara” è riservato a pescatori e marinai in genere) questa leggenda ha altre varianti che, oltre a fare monte Cronio sede di diavoli,

messi in fuga con la croce da un vecchio monaco sbarcato un giorno su quel lido, sostituiscono il discepolo Siero con un principe greco di nome Arcadio, il quale, convertitosi alla nuova religione, rimane sempre col santo, dando motivo a quel detto popolare, proprio di Sciacca, riferito a due persone che vanno sempre insieme: “Arcariu e San Calogiru”.

Un’altra leggenda riportata dal Pitrè nella “Biblioteca delle tradizioni più popolari”, dicendolo, nato in Calcedonia Sulla riva asiatica del Bosforo, di fronte a Bisanzio, da dove, giovanissimo, durante le persecuzioni di Diocleziano e di Massimiliano con i compagni Demetrio e Gregorio, sposta il primo approdo del santo in Sicilia a Lilibeo.

Qui i due compagni vengono uccisi mentre egli, salvatosi, salito al trono Costantino, può tornare a predicare il Vangelo, riducendosi, vecchissimo, sul Monte Kronio di Sciacca, dove si nutre col latte di quella cerva quasi sempre raffigurata nella iconografia più certamente come simbolo della sua vita silvestre.

Questa leggenda ricorda pure Arcadio, uccisore involontario della cerva, quindi, per conversione e penitenza, compagno del santo, prossimo a morire, gli rivela il segreto delle stufe.

Gli agiografi, infine, presumendone sempre la provenienza da Bisanzio, e per adeguarne soprattutto la figura agli eventi storici che si svolsero nei primi secoli del cristianesimo, ritengono San Calogero un religioso appartenente all’ordine di San Basilio, venuto in Sicilia nel quarto o V secolo a confortare e illuminare con la luce del Vangelo,

le popolazioni dell’isola vessate dalle invasioni barbariche e quindi ritornate in parte al paganesimo, suffragando questa loro ipotesi con quel libro, a volte aperto, a volte chiuso che il santo in vari simulacri tiene ora nella mano destra ora nella mano sinistra e che dovrebbe rappresentare il Vangelo, se non la “regola” di San Basilio il Grande addirittura.

Il Culto di San Calogero: Un Ponte tra Passato e Presente

Sorvolo, dato che nulla ci direbbero di nuovo è di più preciso, anche se qualche particolare collima come in queste accennate, su altre tradizioni e leggende di minore importanza per soffermarmi invece su alcune deduzioni dovute a vari studiosi, le quali, per la loro verosimiglianza riescono, forse, a proiettare un po’ più di luce sulla figura di San Calogero, senza infirmarne per nulla  la splendente aureola di santità che da secoli lo circonda.

 Quel Kalos gheron che abbiamo letteralmente tradotto in bel vecchio, si vuole infatti sia stato usato in Sicilia, nella forma più popolare di “Calogero”,

e certamente durante e dopo la dominazione bizantina, come nome generico, comune a più persone, nel senso di vecchio uomo ricco di virtù e pertanto riservato ai monaci, particolarmente agli eremiti, che vivevano nelle grotte dei monti di stenti e di privazioni, con la mente e l’animo rivolti sempre a Dio,

non escludendone qualcuno, probabilmente venuto dall’Africa, in seguito alle persecuzioni dei Vandali, per spiegare il viso nero di alcuni simulacri del santo  “Calogero” , ai quali è da attribuire anche quella presunta pluralità di santi con lo stesso nome di Calogero e quei vari mi eremi e grotte calogerini che la tradizione indica qua e là e sempre sulle alture occidentali dell’isola.

Si ammette, quindi, che uno di questi religiosi, bianco o nero che sia, ma comunque il più noto è il più vivo esempio di virtù cristiane e di dedizione a Dio, tra i tanti “Calogero”

fatto segno per queste sue singolari doti alla massima generale reverenza nella parte occidentale dell’isola, sia stato dal cosciente un unanime voto del popolo, in vita o dopo la morte, col nome comune, diventato proprio, gridato Santo e più tardi riconosciuto dalla Chiesa.

Altri, però, e cito tra questi il Ciaceri, con più fondamento, perché sulla scorta degli stessi elementi contenuti nelle sue leggende, intendono riportare la figura di San Calogero a molto più indietro nei tempi, facendola derivare addirittura dalla mitologia.

Quando il culto del santo prese forma e consistenza la denominazione di San Calogero fu, infatti, data non solo al monte cronico di Sciacca, ma anche ad altre alture della Sicilia occidentale pure distinte nei tempi remoti col nome di Cronio e dove esistono più o meno importanti tradizioni e leggende Calogerine.

Questo antichissimo toponimo di Cronio, però, non è altro, come è evidente, che un ricordo del classico culto greco di “Kronos”, il Saturno dei latini, al quale per molti elementi comune, non escluso l’aspetto di “bel vecchio” attribuito ad entrambi, è stato accostato il culto di San Calogero sino a considerarlo sostituzione bella e buona di quello di Kronos.

Ciò non molto tempo dopo l’inizio e l’affermazione dell’era cristiana, cioè da quando fu inevitabile, e forse necessaria, quell’ibrida mescolanza tra le nuove credenze, le non dimenticate favole mitologiche delle superstizioni dei popoli barbari.

san calogero e la mitologia

È noto dalla mitologia che Kronos, cacciato dall’Olimpo, trova dopo un lungo vagabondare ospitalità nel Lazio dove col nome di Saturno insegna a quei popoli l’agricoltura e la rettitudine del vivere, perdendo così il carattere di deità crudele per assumere quella di divinità, amica e protettrice degli uomini.

Presso altre popolazioni, però, è tra queste quelle di Sicilia, si vuole rimanesse concepito come un dio crudele, avente sede sulle cime dei monti occidentali dell’Isola, sui quali si riteneva fossero, oltre alcune rocche, i castelli Cronii o Saturnii ricordati da Diodoro, e tanti altri piccoli abitati di ubicazione imprecisata, meno forse la “città Croniense” posta in prossimità di Sciacca, le sue aree e infine anche la sua tomba.

Nulla di strano o di eccezionalmente nuovo in questa particolare concezione dell’antica gente di Sicilia, che del resto conosceva le repentine collere e le immani distruzioni dell’Etna,

allora pure divinizzata, perché la credenza in deità crudeli abitanti le cime dei monti fu comune a tutte le zone montane, giustificando così il grande terrore che le montagne, specialmente le più alte e le più impervie, incutevano negli uomini anche sino al tardo Medio Evo.

Tutti questi esseri, però, all’avvento del cristianesimo, si trasformano in altri buoni, generalmente santi, dando motivo ad infinite leggende credenze nelle quali rimane molto spesso chiara l’impronta dell’origine pagana come non si può fare a meno di ammettere nel nostro caso.

Anche in Sicilia, dunque, dove i ciclopi dell’Etna, penetrata nell’isola la nuova religione, si trasformano in diavoli – fabbri e il vulcano stesso da strumento di supplizio per Tifeo, diventa la porta dell’inferno, per il bisogno istintivo comune a tutte le genti di conservare memoria delle primitive divinità

creandone altre che più vi si avvicinassero, almeno in certe caratteristiche e nello spirito dei mutati tempi, potè ben avvenire la lenta sostituzione di Kronos o Saturno con San Calogero facendone, piuttosto che un essere crudele, non più compatibile, un protettore, un benefattore degli uomini.

E ciò era già avvenuto anche presso il popolo latino, il quale, pur molto prima dell’assoggettamento della romanizzazione di genti più o meno finitime,

aveva adattato alcune deità di questi stessi popoli al proprio mondo morale, attenuandone o addirittura cancellandone le qualità negative per farne risaltare o attribuire altre più consone al nuovo costume di vita che si andava instaurando: tipico esempio, tra i tanti, la sostituzione del Kronos greco con Saturno.

il culto di San Calogero è il mito di Kronos

Più positiva, certa quasi appare poi la sostituzione del culto di Kronos col culto di San Calogero, se, oltre quanto detto, consideriamo ancora le tradizioni Calogero  di Sciacca, nelle quali il monte di Kronos o Saturno ricorre tanto spesso con inequivocabile identità di luoghi e di circostanze tali da farci ritenere, come abbiamo già accennato, questa città la base sulla quale si edificò il culto del santo.

Basta ricordare che la grotta di monte Cronio, nella quale si fa prendere dimora al santo si afferma già sede del culto di Kronos; che in quella parte del mito di Dedalo che ha come ambiente la Sicilia occidentale, nella quale si presume il regno del greco Cocalo, è detto che l’artefice di Creta sullo stesso monte Cronio, elevò per il figlio Icaro un tempio

– tomba dedicato a Saturno, signore assoluto dei luoghi e padre del genere umano per le guarigioni dispensate con la cura delle stufe e dei fanghi termali di quel monte stesso, potere attribuito, come abbiamo visto, per rivelazione divina, anche a San Calogero;

che questi, appena sbarcato sul lido di Sciacca, scaccia prendendone il posto, sostituendovisi, il demonio dalla grotta dell’altura che è consacrata alla nuova religione con l’innalzarsi una grande croce di tronchi di pino riportandoci così a Kronos che, come ci ha detto la storia favolosa, ebbe signoria, altari e tomba sulle alture della Sicilia occidentale.

Via, dunque, col trionfante, simbolo di redenzione Kronos o Saturno o il demonio che sia, resterà sempre sul monte, con i suoi più umani attributi della città pagana sostituita, ai quali si aggiungeranno quelli consoni alla grande promessa che conquista le genti, pur “Calogero” tra i “Calogeri”.

Se si vuole, un bel vecchio dalla barba fluente, così come ci appare Kronos nella raffigurazione antropomorfa del tempo, un buon vecchio, così come ci appare San Calogero nel simulacro marmoreo di Sciacca, quel buon vecchio padre di tutti, intermediario tra i mortali e Dio, protettore,

al quale nessuno si rivolgerà mai invano, patrono dell’umile gente delle marine e dei campi, il Santo invocato e ringraziato al momento del raccolto, le cui primizie, ricordo di quel naturalismo religioso in uso presso i Pagani, saranno a lui offerti insieme con le capre, i montoni, offerta quest’ultima non meno chiaro e significativo ricordo dei sacrifici del sulle aree degli dei

Amleto Bologna, il culto di San Calogero è il mito di Kronos,, giglio di roccia, Palermo, estate 1960

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