Introduzione
Il 10 gennaio 1925, al Circolo di Cultura di Girgenti, la docente e saggista agrigentina Maria Alaimo tenne una conferenza intitolata Pirandello e il “suo modo”. L’intervento – pubblicato nel 1926 – è una delle prime letture sistematiche dell’opera drammaturgica di Luigi Pirandello, premio Nobel nato ad Agrigento nel 1867. Alaimo, che fu allieva di Pirandello negli anni della formazione universitaria, si mise qui in dialogo con la critica contemporanea (in particolare con Adriano Tilgher) per delineare cosa distingueva l’arte pirandelliana dalle mode filosofiche del tempo. La conferenza assume un particolare rilievo per Agrigento: non solo perché Pirandello vi nacque e ambientò molti racconti, ma anche perché la sua “parola teatrale” divenne un elemento identitario della cultura locale.
Critica contemporanea e contesto storico
All’epoca della conferenza le opere di Pirandello erano ancora in pieno sviluppo. Alcuni critici, come Adriano Tilgher, attribuivano ai suoi drammi il compito di esprimere un radicale relativismo. Tilgher sosteneva che la filosofia post‑bellica aveva dissolto ogni verità universale, così che in ciascun individuo convivevano visioni “individualissime” e casuali. Egli vedeva quindi nel teatro pirandelliano il dramma dell’incomunicabilità fra gli spiriti e la dialettica fra “Vita” e “Forma”. La critica tilgheriana, pur acuta, tendeva a ridurre la ricchezza dei personaggi a illustrazione di tesi astratte.
Alaimo giudicava pericoloso quest’accostamento. Nella conferenza ricordò che Pirandello usava spesso terminologia filosofica in maniera intuitiva e non sistematica; perciò non bisognava “prendere alla lettera” quei termini o legarli a dottrine assolute. La sua preoccupazione era liberare l’opera del maestro dalle “ricostruzioni arbitrarie” della critica erudita, restituendola a una lettura più umana e poetica. Solo così la drammaturgia avrebbe potuto essere compresa dal pubblico senza l’intermediazione deformante degli esegeti.
Il “modo” di Pirandello secondo Maria Alaimo
Alaimo propone di guardare alle commedie di Pirandello non come a teoremi filosofici, ma come a creazioni autonome in cui l’autore sperimenta forme, situazioni e personaggi. Il “modo” pirandelliano non è una formula, bensì un procedimento: le storie nascono dal conflitto fra maschere e identità, fra ciò che gli altri ci vedono e ciò che percepiamo di noi. Secondo l’Enciclopedia di Modernismo, le opere di Pirandello rompono l’unità del soggetto cartesiano in “una miriade di maschere” e rivelano che la verità assume forme pluralistiche. Per Alaimo questo processo non va letto come puro scetticismo ma come indagine poetica sulla fragilità dell’io.
Alaimo riconosceva che i drammi di Pirandello sono popolati da vinti, ma rifiutava l’equivalenza con i vinti verghiani. Nella conferenza osservò che i personaggi di Verga restano dignitosi nella sconfitta, mentre quelli di Pirandello sono “grotteschi incoscienti della lotta”, deformati da una compassione non pura. Essi sembrano combattere battaglie già perdute e assumono molteplici travestimenti per sfuggire a se stessi – si pensi alla ricerca di verità contrapposte in Così è (se vi pare), dove ogni personaggio interpreta la realtà in modo diverso. La “verità” rimane inafferrabile, ma questo non implica nichilismo; piuttosto, sottolinea il carattere problematico della condizione umana.
Un tema ricorrente nella conferenza è il rapporto fra l’artista e i suoi critici. Alaimo sottolinea che l’opera pirandelliana è stata più volte “assediata” e persino plasmata da interpretazioni esterne. Talvolta gli autori finiscono per interiorizzare tali letture, rischiando di perdere spontaneità; altre volte reagiscono con ironia, come Pirandello stesso quando in Ciascuno a suo modo porta in scena gli stessi critici che lo avevano giudicato. La studiosa invita quindi ad un’analisi diretta delle commedie, senza affidarsi a schemi precostituiti.
I personaggi pirandelliani e il grottesco
Per comprendere il “modo” pirandelliano occorre guardare da vicino i suoi personaggi. Un saggio di PirandelloWeb spiega che la drammaturgia dello scrittore nasce dall’osservazione degli esseri umani e dall’uso di eventi grotteschi; le sue opere presentano “creature dissociate, schiave di pregiudizi e desiderose di una libertà impossibile”. La scelta del grottesco permette di mostrare situazioni estreme, al limite della sofferenza, in cui i protagonisti restano prigionieri delle convenzioni sociali. Spesso non esiste una verità oggettiva: in Così è (se vi pare), per esempio, lo spettatore è costretto ad ammettere la relatività di ogni interpretazione.
Alaimo valorizza questa dimensione drammatica senza ridurla a sterile cerebralismo. Il senso dell’umorismo pirandelliano – che la critica riteneva un esercizio intellettualistico – diventa invece espressione di un conflitto tragico tra l’aspirazione alla forma e il flusso della vita. Come osserva la studiosa, la responsabilità di un sistema filosofico “non dovrebbe pesare” sull’autore: il suo teatro è piuttosto la rappresentazione di un’umanità che cerca, fallisce e talvolta ride di sé stessa per sopravvivere.
Conclusioni e attualità
La conferenza di Maria Alaimo rappresenta un momento significativo della storia culturale agrigentina. Nel difendere l’opera di Pirandello dalle letture riduttive, l’autrice invitava i conterranei a riconoscere nella sua drammaturgia un patrimonio vivo, non un oggetto di pedanteria accademica. Anche oggi, a quasi un secolo di distanza, la lezione resta attuale: l’arte di Pirandello continua a parlare di identità frantumate, di verità plurali e di maschere che vengono continuamente sostituite. Il suo percorso, nato nella “contrada Caos” di Agrigento e culminato con il Nobel per la Letteratura nel 1934, mostra come un autore locale possa interpretare la modernità europea e anticipare le inquietudini del teatro dell’assurdo. Leggere le sue opere con mente aperta significa quindi riscoprire il legame fra Agrigento e la scena mondiale.
Elio Di Bella


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