Il contesto politico-istituzionale del viceregno spagnolo
Nel 1624, la Sicilia era governata dal viceré Emanuele Filiberto di Savoia, principe di Oneglia, che aveva assunto la carica nel 1622 sotto Filippo IV di Spagna. Il 3 agosto 1624, il viceré morì proprio a causa della peste, lasciando il governo dell’isola nelle mani del cardinale Giannettino Doria, arcivescovo di Palermo dal 1608, che assunse la carica di luogotenente generale del Regno .
Il cardinale Doria, figlio di Gian Andrea Doria e appartenente alla potente famiglia genovese, rappresentava una figura chiave nell’architettura del potere spagnolo in Sicilia. Formatosi all’Università di Salamanca, era stato nominato arcivescovo di Palermo come parte della strategia degli Asburgo di controllo territoriale attraverso prelati fedeli alla Corona. La sua azione durante l’epidemia lo trasformò da figura marginale e frustrata per l’esilio siciliano in protagonista assoluto della scena politico-religiosa palermitana .
La dinamica dell’epidemia: dal contagio all’emergenza sanitaria
Il 7 maggio 1624, il viceré Emanuele Filiberto autorizzò lo sbarco di un galeone dell’ordine di Santa Maria della Redenzione dei Captivi proveniente da Tunisi, nonostante i sospetti del Senato palermitano. La nave trasportava schiavi cristiani liberati e ricchi doni, ma anche il morbo pestilenziale. La patente sanitaria del consolato francese risultò falsificata e alcuni malati morti durante la traversata erano stati gettati in mare per evitare il blocco a Trapani.
I primi casi si manifestarono nel quartiere della Fieravecchia, vicino al porto. Il 24 giugno 1624 la città fu dichiarata ufficialmente “infetta”. Il Senato ordinò misure draconiane: chiusura delle case degli appestati (“barreggiate”), trasformazione del borgo di Santa Lucia in lazzaretto, controllo militare delle porte cittadine.
Le misure sanitarie si basavano sui precetti del protomedico Giovanni Filippo Ingrassia, che aveva gestito efficacemente la peste del 1575 limitando i morti a circa 3.000 su 120.000 abitanti. Nel 1624, il medico racalmutese Marco Antonio Alaymo implementò nuove strategie di controllo, particolarmente sul fronte delle frontiere marittime e terrestri.
L’inventio delle reliquie: visioni, ritrovamenti e controversie
Le apparizioni e il ritrovamento (maggio-luglio 1624)
Il processo di “inventio” iniziò nel maggio 1624 quando Girolama La Gattuta, ricoverata all’Ospedale Grande, affermò di aver ricevuto in sogno la visita di Santa Rosalia che le prometteva la guarigione se si fosse recata sul Monte Pellegrino. Il 26 maggio, presso la grotta, la donna sostenne di aver avuto una seconda visione in cui la Vergine Maria le indicava il luogo preciso dove si trovavano i resti della santa Cattedrale.
Il 15 luglio 1624 furono effettivamente rinvenuti resti ossei ricoperti di concrezioni calcaree all’interno della grotta. Il 27 luglio, mentre l’epidemia mieteva vittime, il Pubblico Consiglio stabilì di proclamare Santa Rosalia patrona di Palermo, dedicarle una cappella in Cattedrale e costruire un’arca d’argento per le reliquie.
La prima commissione e i dubbi sull’autenticità
Il cardinale Doria, scettico sull’autenticità dei resti, nominò il 30 novembre 1624 una commissione di teologi e medici per esaminare le reliquie. I periti rimasero perplessi: alcuni sostenevano che le ossa appartenessero a persone diverse, tutti uomini, e non a una donna. Questo primo verdetto negativo rappresenta un elemento cruciale spesso sottaciuto dalla tradizione agiografica.
L’apparizione a Vincenzo Bonelli e la svolta interpretativa
Il 13 febbraio 1625 avvenne l’episodio decisivo: Vincenzo Bonelli, un saponaro che aveva perso la moglie per la peste, salì sul Monte Pellegrino con intenti suicidi. Secondo la sua testimonianza in punto di morte, Santa Rosalia gli apparve ordinandogli di riferire all’arcivescovo di portare le reliquie in processione, promettendo la cessazione della peste al canto del Te Deum. La santa predisse anche la morte per peste dello stesso Bonelli come segno di veridicità La Nuova Bussola Quotidiana.
L’11 febbraio 1625, impressionato dal verificarsi della predizione, il cardinale Doria riconvocò la commissione. Il 18 febbraio i periti emisero un verdetto opposto: identificarono un corpo “ingastato in densa pietra” appartenente certamente a una giovane donna. Le ossa emanavano un profumo di fiori e furono rinvenuti oggetti devozionali.
La processione del 9 giugno 1625 e la cessazione della peste
Il 9 giugno 1625 si svolse la solenne processione con le reliquie. Secondo le cronache, durante il canto del Te Deum si verificarono guarigioni pubbliche e il contagio iniziò a regredire. Il 3 settembre 1625 il cardinale Doria dichiarò ufficialmente la liberazione dalla peste e il ripristino della libera circolazione di uomini e merci.
Analisi critica: tra agiografia e storia
L’autenticità delle reliquie: questione aperta
L’analisi storico-critica rivela numerose problematiche nell’identificazione dei resti:
Contraddizioni delle commissioni: La prima commissione identificò ossa di tre persone diverse, tutte maschili. Solo dopo l’apparizione a Bonelli si giunse a un’identificazione favorevole, basata su criteri non scientifici ma su considerazioni di opportunità religiosa e politica.
Assenza di prove documentarie: Lo studioso Ottavio Gaetani, morto nel 1620, lamentava di non aver trovato tracce documentarie su Santa Rosalia nonostante ricerche approfondite. L’iscrizione latina rinvenuta alla Quisquina il 25 agosto 1624 apparve provvidenzialmente a confermare l’identificazione Diocesipa.
Mancanza di analisi moderne: Nel 1987 fu effettuato solo un controllo visivo delle ossa, senza analisi al carbonio-14 o test del DNA, concludendo genericamente che si trattava di resti femminili.
Il ruolo politico-religioso del cardinale Doria
Sara Cabibbo, nella sua fondamentale opera “Santa Rosalia tra terra e cielo” (2004), evidenzia come il cardinale Doria fu il “principale regista” della costruzione del culto rosaliano. L’inventio si inseriva in una strategia di ridefinizione del sacro nel panorama vicereale, creando un culto alternativo al patrimonio martiriale siciliano di origine normanna.
Il coinvolgimento di artisti come Antoon van Dyck, giunto a Palermo nel 1624 su invito del viceré e poi incaricato dal Doria di dipingere Santa Rosalia, dimostra l’investimento culturale e propagandistico nell’operazione.
Le ricadute liturgiche e civili: nascita del Festino
Il Festino si strutturò come celebrazione barocca articolata in più giorni (10-15 luglio), combinando elementi devozionali e spettacolari. Dal 1686 fu introdotto il carro trionfale, che dal 1701 assunse forma di vascello. Il 14 luglio divenne il momento della glorificazione civica con la processione dal Palazzo dei Normanni al mare, mentre il 15 luglio mantenne il carattere più strettamente religioso con la processione delle reliquie.
Nel 1625 le reliquie furono poste in uno scrigno d’argento e vetro. La tradizione subì poche interruzioni in oltre tre secoli, resistendo anche al tentativo del viceré Domenico Caracciolo nel 1783 di ridurre i festeggiamenti da cinque a tre giorni.
Interpretazioni storico-epidemiologiche vs. letture agiografiche
La storiografia moderna propone diverse chiavi interpretative:
Funzione biopolitica: Le cerimonie pubbliche in tempo di pestilenza servivano come strumento di controllo sociale e coesione comunitaria, fornendo una risposta simbolica all’angoscia collettiva.
Fattori epidemiologici: La peste del 1624-1625 si inserisce nel quadro delle grandi epidemie secentesche europee, caratterizzate da scoppi violenti ma distanziati nel tempo rispetto alla presenza semi-endemica del XVI secolo Pisamedica.
Coincidenza temporale: La regressione dell’epidemia potrebbe essere spiegata con il naturale ciclo epidemiologico piuttosto che con l’intervento miracoloso, considerando che molte pestilenze dell’epoca seguivano pattern simili di circa 12-18 mesi.
Conclusioni: eredità e problematiche aperte
L’inventio di Santa Rosalia del 1624 rappresenta un caso paradigmatico di costruzione del sacro in età barocca, dove elementi devozionali, politici ed epidemiologici si intrecciano indissolubilmente. Il culto rosaliano si affermò rapidamente, scalzando le precedenti patrone (Sant’Agata, Santa Cristina, Santa Ninfa, Sant’Oliva) e mantenendo il primato nei secoli successivi L’Osservatore Romano.
Le lacune documentarie, le contraddizioni nelle perizie e l’assenza di verifiche scientifiche moderne mantengono aperta la questione dell’autenticità delle reliquie. Tuttavia, l’efficacia simbolica e sociale del culto travalica la dimensione puramente storica, configurandosi come elemento identitario fondamentale per Palermo.
La vicenda del 1624-1625 rivela inoltre le dinamiche del potere vicereale spagnolo in Sicilia, dove figure come il cardinale Doria utilizzarono strumenti religiosi per gestire crisi sanitarie e sociali, anticipando moderne strategie di gestione dell’emergenza attraverso il controllo simbolico e rituale dello spazio pubblico.


Elio Di Bella


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