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via atenea con capre
via atenea con capre

IL GREGGE NEL SALOTTO

11 Agosto 2026 //  by Elio Di Bella

Le capre di via Atenea e la Girgenti che stava per finire

Guardatela bene, questa cartolina. Non ha nulla di eccezionale, e proprio per questo è preziosa: nessuno l’ha messa in posa. In fondo alla via qualcuno si è accorto del fotografo e si è voltato, ma in primo piano no. In primo piano avanzano cinque o sei capre, con quell’andatura obliqua e distratta che hanno gli animali quando conoscono la strada meglio di chi li conduce. Dietro di loro, in mezzo alla carreggiata, un uomo con il cappello calcato e il bastone. Nessuno si scansa. Nessuno protesta. Nessuno, evidentemente, trova la scena degna di nota.

Eppure quella non è una trazzera di campagna. È via Atenea: la strada maestra di un capoluogo di provincia, il «salotto» di Girgenti, il luogo dove ogni sera la borghesia della città si esibiva nel rito del passeggio. A sinistra corre il fianco dell’antico Ospedale Civico; a destra si allineano i palazzi dell’aristocrazia e dell’alta borghesia agrigentina, con i loro pilastroni e le loro inferriate. E in mezzo, sul basolato appena rifatto, passano le capre.

Questa immagine, apparentemente comica, è uno dei documenti più eloquenti che possediamo sulla Girgenti dei primi del Novecento. A patto di saperla leggere.

Il fotografo è in piedi in mezzo alla strada. Ha piantato il treppiede sull’asse della carreggiata principale della città e ha atteso con tutta calma il momento buono. Nel 1905 nessuno lo avrebbe travolto. La via Atenea apparteneva ancora a chi ci camminava sopra — pedoni, carrettieri, muli, capre — e non a chi la attraversava. Il traffico, quello vero, doveva ancora essere inventato.

Perché le capre stanno in centro (e non è folklore)

La tentazione è liquidare la scena come pittoresca arretratezza meridionale. Sarebbe un errore di prospettiva. Quelle capre non sono un residuo: sono un’infrastruttura.

Nel 1905 il latte non aveva catena del freddo. Non c’erano centrali del latte, non c’era refrigerazione domestica, non c’era pastorizzazione. Il latte munto la mattina era già sospetto la sera. L’unico modo per garantire a un cliente un prodotto sicuramente fresco era portargli l’animale sotto casa e mungerlo davanti a lui, sull’uscio, nel bicchiere o nella scodella. La capra, in una città senza frigoriferi, era il frigorifero: un contenitore vivente, autoalimentato, che camminava da solo fino al cliente.

Non era una stranezza agrigentina. Era la norma europea. A Milano — capitale della più importante area lattiera d’Italia — la consuetudine della munta a domicilio sopravvisse almeno fino al 1920, e una celebre fotografia del 1919 mostra i caprai ambulanti scesi dalle montagne a primavera che vendono il latte nelle strade del centro. A Napoli, a Roma, a Palermo la pratica durò molto più a lungo. Il punto di svolta normativo arriverà soltanto con il Regio Decreto 9 maggio 1929 n. 994, che per la prima volta impose requisiti ai locali di stabulazione, il controllo sanitario degli animali e regole vincolanti per mungitura, refrigerazione e trasporto, autorizzando i Comuni a istituire le Centrali del latte.

Tradotto: la fotografia di via Atenea non ritrae la Sicilia in ritardo sull’Europa. Ritrae l’Europa un attimo prima di cambiare.

La stalla di Porta di Ponte e la geografia degli animali

Qui entra in gioco la topografia, che è sempre la chiave. All’imbocco della via, a Porta di Ponte, esisteva una stalla: il varco monumentale della città, ricostruito in forme neoclassiche dopo la delibera del 1867, funzionava dunque anche da dogana zootecnica. Chi arrivava dalla campagna con le bestie trovava lì il primo approdo.

Da Porta di Ponte le capre imboccavano via Atenea e la percorrevano tutta, perché la via Atenea non era un punto d’arrivo: era un corridoio. Il suo prolungamento naturale, via Garibaldi — l’antica strada maestra del Rabato —, era la strada dei mestieri: lì stavano i fabbri, e chi aveva animali prima o poi aveva bisogno del ferro, di una ferratura, di un cerchione, di una riparazione. E lì, ai margini del quartiere arabo-normanno più antico e più popoloso della città, c’era la clientela: la gente del Rabato che comprava latte e formaggio.

Il gregge della fotografia, insomma, non sta pascolando in via Atenea. La sta attraversando. Sta andando a lavorare.

Che quel mondo fosse ancora ordinario lo confermano le fonti locali sull’edilizia cittadina: fino a pochi decenni prima, nei catòi — i vani terranei a filo di strada — il contadino possidente conviveva stabilmente con il mulo, l’asino e le galline. Girgenti nel 1901 contava 25.024 abitanti, di cui 22.150 nel centro urbano: una città compatta, arroccata su un colle, dove la campagna cominciava a dieci minuti di cammino e non aveva mai smesso di entrare in casa.

Il paradosso del basolato

E qui la fotografia diventa davvero interessante, perché contiene una contraddizione visibile a occhio nudo.

Le capre camminano su una pavimentazione nuova di zecca. Le lastre di pietra lavica vesuviana con cui la via era stata basolata nel 1870 — al costo, allora enorme, di 142.000 lire — erano state integralmente sostituite nel 1904, con identico materiale. Pochi anni dopo, nel 1913, il basolato sarebbe stato prolungato fino al Casino Empedocleo e sotto la strada sarebbe stata costruita una fognatura a sezione ovoidale, per un appalto di 110.000 lire. Il Comune, in altre parole, stava investendo cifre da capogiro per trasformare una viuzza fangosa — quella che nel 1838 aveva impedito a Ferdinando II di Borbone di usare la carrozza — nel corso decoroso di una città che si voleva europea.

Sopra quella pietra costosissima, appena posata, passa un gregge.

È esattamente il fenomeno che lo storico britannico Peter Atkins ha definito la «Grande Separazione» (Great Separation): il processo per cui, a partire dalla metà dell’Ottocento, le città occidentali espulsero progressivamente la produzione animale dagli spazi della residenza umana. A Londra, a Parigi, a Edimburgo quella separazione fu imposta da regolamenti sanitari, ispettorati veterinari, mattatoi pubblici. A Girgenti — come in gran parte del Mediterraneo — non avvenne per frattura, ma per lentissima sovrapposizione. Il basolato nuovo e le capre non si escludono: convivono. Per qualche anno ancora, la modernità e l’arcaico usano la stessa strada negli stessi minuti.

È questo che rende la cartolina un documento e non una macchietta: fotografa la coesistenza, non il conflitto.

Quello che nessuno, nel 1905, poteva vedere

C’è però un elemento invisibile nella scena, ed è forse il più drammatico.

Il 14 giugno 1905 — proprio negli anni della nostra fotografia — un medico maltese, Themistocles Zammit, sottopose sei capre al test sierologico per quella che allora si chiamava febbre di Malta, o febbre mediterranea. Cinque risultarono positive. Zammit aveva appena scoperto che animali in perfetta salute apparente potevano essere portatori della brucellosi e trasmetterla all’uomo attraverso il latte crudo. La scoperta è stata definita uno dei più grandi progressi mai compiuti nello studio dell’epidemiologia, e rivoluzionò l’idea stessa di vettore animale di malattia.

A Malta, allora, vivevano circa ventimila capre, e i maltesi le portavano per le vie della Valletta esattamente come il nostro pastore le porta per via Atenea, mungendole sull’uscio di casa. Amavano le loro capre e amavano il sapore del latte crudo: convincerli fu, scrivono gli storici della medicina, più difficile che scoprire il contagio.

Non abbiamo — e va detto con chiarezza — alcun documento che colleghi questo specifico gregge a episodi di brucellosi a Girgenti. Ma il mondo epidemiologico è lo stesso: stesso mare, stessa specie animale, stessa pratica di consumo. Nell’istante in cui l’obiettivo si apre su via Atenea, dall’altra parte del Canale di Sicilia qualcuno sta già scrivendo la sentenza di morte di quella consuetudine. Il gregge non lo sa. Il pastore non lo sa. Il fotografo, meno che mai.

La fine: la guerra alle capre

La condanna non arrivò per via sanitaria, o almeno non solo. Arrivò per via forestale e fiscale.

Il regime fascista dichiarò guerra aperta alla capra, accusata di distruggere i boschi, favorire l’erosione e le frane, impoverire il suolo. Il R.D.L. del 30 dicembre 1923 escluse il pascolo da ogni area boscata, comprese le proprietà degli stessi allevatori; il R.D.L. del 16 gennaio 1927 introdusse una gravosa «tassa sulle capre» su ogni capo posseduto. Fu, letteralmente, una falcidia del patrimonio caprino italiano. Le misure erano pensate per il degrado ambientale mediterraneo, ma colpirono un’intera economia domestica di sussistenza — quella dei poveri, che una capra potevano permettersela e una vacca no.

Nello stesso 1927, con un altro tratto di penna, Girgenti smise di chiamarsi Girgenti e divenne Agrigento. La città perse il nome arabo e le sue strade persero le bestie: la stessa stagione, la stessa logica, la stessa idea di decoro imposta dall’alto.

La capra girgentana — quella dalle corna lunghissime attorcigliate a cavatappi, il cui nome viene proprio da Girgenti — sopravvisse a stento. Il suo latte era sempre stato destinato al consumo diretto, mai alla trasformazione: perfetto per la munta porta a porta, inutile per un’industria. Negli anni Venti e Trenta gli allevatori passavano ancora di casa in casa, con greggi spesso allevati in periferia o dentro la città stessa. Poi le centrali del latte, il boom economico, l’abbandono delle campagne. Si arrivò a contarne pochissimi capi in tutta la Sicilia, prima che un ex metalmeccanico emigrato in Germania, Giacomo Gatì, tornasse a Campobello di Licata e decidesse ostinatamente di salvarla.

Oggi la ruota ha compiuto il giro completo. Nel 2025 il Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi ha impegnato 7.500 euro per un servizio di «mantenimento e valorizzazione della capra girgintana» tra i templi. Cento anni fa la si cacciava dalle strade a colpi di decreto; oggi la si paga perché torni, e la si mostra ai turisti come patrimonio di biodiversità.

Cosa ci guardano, quelle capre

Torniamo alla fotografia. La capra in primo piano, quella con la barba e il muso chiaro, guarda dritta nell’obiettivo. È l’unico soggetto dell’immagine che sostiene lo sguardo del fotografo: gli uomini in fondo alla via sono già voltati, sfocati, presi dai fatti loro.

Ci guarda da un mondo in cui la strada principale di un capoluogo era ancora un bene comune, percorribile a passo d’uomo e di animale; in cui il cibo aveva un volto, una mammella e un padrone che si poteva guardare negli occhi; in cui l’igiene pubblica era un’ipotesi e non un diritto. Non era un mondo migliore — era un mondo più corto, più povero e molto più pericoloso. Ma era il nostro, e finì in fretta.

Bastarono vent’anni e tre decreti.

Elio Di Bella

Categoria: Agrigento Racconta, Cultura, In 5 MinutiTag: agrigento, capra girgentana, girgenti, via atenea

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