Girgenti, 1907: una monetina nella polvere e il mondo che vi si specchia
La didascalia, vergata a mano sul bordo bianco della lastra, è in francese: «Girgenti, une bataille pour 2 sous, 1907». Due soldi: dieci centesimi di franco, rame consunto, meno del prezzo di un pane. Il viaggiatore che scrive quelle parole non è un cronista né un sociologo: è un turista del Grand Tour, arrivato a Girgenti per i templi e ripartito con una collezione di vetrini da proiettare, la sera, nel salotto di casa. Ha lanciato la monetina nella polvere e ha alzato l’apparecchio prima che toccasse terra. Sapeva che cosa sarebbe accaduto. Era, appunto, lo spettacolo.
Guardiamo la fotografia. È mezzogiorno, o poco dopo: la luce è bianca, piatta, le ombre corte e nere ai piedi delle figure. A sinistra sale il fianco del Duomo, massiccio, muto, con la sua scala esterna e le impalcature di legno di un cantiere perenne; a destra e sul fondo si accalcano le case del quartiere: muri di terra e gesso, tetti a terrazza, un vano scuro senza infisso, una tettoia sbilenca. Nessun albero, nessuna insegna, nessun selciato. Solo terra battuta e calcinacci. È l’immagine esatta di una città che nel 1907 conta poco più di ventimila anime e non ha né fognature degne del nome né acqua: la sete di Girgenti è già allora proverbiale, misurata a secchi e a cisterne, e sarà uno dei fili rossi del secolo che comincia.
Al centro, una ventina di ragazzini. Alcuni corrono, con le braccia aperte per l’equilibrio; quattro o cinque si sono già rovesciati l’uno sull’altro in un grumo di schiene e di mani, la testa china sullo stesso punto di terra. Vestono stracci scuri, camiciotti troppo grandi, qualche coppola; parecchi sono scalzi. Ai margini, due figure adulte — una donna avvolta nello scialle — non intervengono: non è un incidente, è normalità. E all’estrema destra un bambino più piccolo resta immobile, in piedi, isolato, a guardare. Non corre. Ha già imparato che non arriverebbe primo.
Chi erano quei bambini è cosa che sappiamo con precisione dolorosa, perché proprio nel 1907 il Parlamento avvia l’inchiesta sulle condizioni dei contadini del Mezzogiorno e della Sicilia, e trent’anni prima Franchetti e Sonnino avevano già scritto tutto. Girgenti è la capitale mondiale dello zolfo, e lo zolfo si estrae con i bambini: i carusi, ceduti dalle famiglie al picconiere in cambio di un anticipo in denaro — il soccorso morto — che praticamente nessuno riusciva a restituire, e che li trasformava in servi a vita. Salivano dai pozzi carichi di venti, trenta chili di minerale su scale scavate nella roccia, decine di volte al giorno, nudi per il caldo, deformandosi la spina dorsale prima ancora di finire di crescere. La legge Carcano del 1902 aveva fissato limiti di età per il lavoro industriale e per quello sotterraneo: nelle zolfare dell’agrigentino rimase, per anni, poco più di un titolo in Gazzetta Ufficiale.
Chi non scendeva in miniera lavorava comunque: nei campi, come garzone di bottega, come acquaiolo, come manovale. La scuola era un’ipotesi. Il censimento del 1901 registra in Sicilia un tasso di analfabetismo intorno al settanta per cento, e la provincia di Girgenti sta stabilmente al di sopra della media isolana; l’obbligo scolastico esisteva sulla carta dal 1877, ma senza aule, senza maestri pagati e senza refezione restava un adempimento burocratico.
Quanto alla salute: in quegli anni, in Italia, un bambino su sei non arrivava a compiere il primo anno di vita, e nei quartieri dove si dormiva in dieci in un catoio al pianterreno, con l’asino nello stesso vano, la gastroenterite estiva faceva più vittime di qualunque epidemia dichiarata. Restava una sola via d’uscita, e in quegli stessi mesi era percorsa da folle: l’emigrazione transoceanica, che tra il 1906 e il 1913 svuota l’agrigentino. Il bambino fermo sulla destra, se ha avuto fortuna, cinque anni dopo era su un piroscafo.
Ecco perché quella monetina non è un gesto di carità. È un dispositivo. Gettata nella polvere, produce in tre secondi una gerarchia — chi corre, chi arriva, chi vince, chi resta indietro — e la rende fotografabile. Il turista non ha documentato la miseria: l’ha messa in scena, e poi l’ha addomesticata con una parola, bataille, che trasforma la fame in folklore, in pittoresco, in aneddoto da proiezione domestica. Era venuto per Akragas, per la grandezza greca dei templi; ha trovato i pronipoti di quella grandezza a contendersi dieci centesimi davanti alla cattedrale. Il contrasto, per lui, era esattamente ciò che rendeva lo scatto degno di essere conservato.
Centodiciotto anni dopo, la lastra ci restituisce il suo vero soggetto, che non sono i bambini. È chi ha lanciato la moneta.


IL GREGGE NEL SALOTTO