La “Grandezza” Mutilata e l’Evasione Coloniale
Il ritorno al potere di Francesco Crispi nel dicembre del 1893 segnò la vigorosa ripresa della politica coloniale italiana, un’iniziativa sostenuta da Re Umberto I con l’obiettivo primario di ristabilire l’autorità statale, gravemente compromessa dallo scandalo della Banca Romana. Per Crispi, parlamentare siciliano e figura di spicco del Risorgimento, la spinta coloniale non era solo una questione di prestigio internazionale, ma rifletteva un profondo rammarico per una situazione italiana che, dopo l’Unità, si prospettava “misera e banale” anziché “splendida”.
Questa retorica della “grandezza del paese” e del ritorno all’“antica grandezza di Roma” fungeva da potente diversivo. Invece di affrontare problemi interni urgenti come lo sviluppo industriale e il sostegno alle aree più depresse del Paese (in particolare il Mezzogiorno, come suggerito dal suo luogo di residenza e dal suo focus sulla Sicilia), la classe dirigente sabauda e Crispi scelsero la via dell’impero coloniale. Il colonialismo divenne la risposta della monarchia al mancato decollo del Sud Italia, preferendo stimolare la “presenza italiana all’estero” piuttosto che investire in infrastrutture e manodopera specializzata locali.
Il Ritardo e l’Assunzione del Rischio
L’Italia si affacciò alla competizione per l’Africa in netto ritardo, trovando che le “terre migliori e più facili” erano già state spartite tra inglesi, francesi, tedeschi e belgi. Nonostante i precedenti dolorosi, come il massacro di Dogali del gennaio 1887 , e lo smacco diplomatico del Trattato di Uccialli , l’ossessione per il prestigio coloniale rimase immutata, a “tutti i costi”.
La politica crispina si caratterizzò per una pericolosa sottovalutazione del nemico e un’ottimistica approssimazione, culminata nel tentativo di recuperare il tempo perduto. Questa fretta portò all’errore capitale di armare l’Etiopia stessa. Nonostante le suppliche del rappresentante Salimbeni e le note sulla crescente ostilità del Negus Menelik, il ministro degli Esteri Brin non volle trattenere il carico di armi e munizioni, consegnando di fatto a Menelik gli strumenti per la sua stessa “salvezza” militare.
L’illusione crispina di “penetrare nel Continente Nero” e sottomettere un paese senza combattere, ignorando le conseguenze delle proprie azioni, si rivelò un “difetto imperdonabile per un uomo di stato”: l’incapacità di proporzionare le possibilità del Paese alle difficoltà degli obiettivi da raggiungere.
Elio Di Bella


Il Miraggio Coloniale Italiano, l’Ambizione Superò la Realtà