L’illusione di grandezza nell’Africa Orientale
Cent’anni fa si consumava uno dei capitoli più controversi e drammatici della storia italiana: il tentativo di conquistare uno “spazio vitale” in Africa attraverso un’avventura coloniale che avrebbe prodotto conflitti sanguinosi e profonde lacerazioni nella società italiana.
La corsa per la conquista dell’Africa, iniziata negli anni Settanta dell’Ottocento, vedeva l’Italia unita da poco cercare un posto tra le grandi potenze europee. Era un’epoca in cui possedere colonie significava prestigio internazionale, risorse economiche e, secondo la retorica dell’epoca, la possibilità di dare sfogo alle ambizioni di un paese che aveva appena completato la propria unificazione.
Francesco Crispi: l’architetto dell’espansione
Al centro di questa vicenda troviamo Francesco Crispi, figura complessa e contraddittoria della politica italiana. Tornato al potere nel 1893, Crispi riprese con vigore il progetto coloniale che aveva temporaneamente abbandonato dopo il suo primo governo. La sua visione era chiara: l’Italia doveva affermarsi come potenza coloniale, e l’Africa Orientale rappresentava il teatro ideale per questa dimostrazione di forza.
Crispi incarnava lo spirito di un’epoca: un ministro forte, capace di riunire l’autorità dello stato attorno alla propria persona, spesso con metodi autoritari. La sua azione politica rifletteva il sistema parlamentare dell’Italia post-unitaria, dove il governo aveva ormai acquisito un peso determinante rispetto al parlamento.
Ma dietro la retorica della grandezza nazionale si nascondeva una realtà ben diversa. L’avventura coloniale italiana sarebbe stata segnata da impreparazione, sottovalutazione dell’avversario e, soprattutto, da una drammatica sopravvalutazione delle proprie capacità militari e organizzative.
Le premesse di un disastro
Il progetto di Crispi si fondava su presupposti fragili. L’Italia, ancora impegnata nel difficile processo di consolidamento nazionale, cercava prestigio internazionale attraverso conquiste territoriali che avrebbero richiesto risorse umane e materiali ben superiori a quelle disponibili. Il sistema parlamentare italiano dell’epoca, inoltre, non sempre riusciva a garantire quella coesione politica necessaria per sostenere un’impresa così ambiziosa.
La conquista coloniale veniva presentata all’opinione pubblica come una necessità storica, un passaggio obbligato verso la modernità. Ma pochi si interrogavano sulla sostenibilità reale di questa ambizione, sui costi umani ed economici che avrebbe comportato, e soprattutto sulla legittimità stessa di un progetto che prevedeva la sottomissione di popolazioni che non avevano chiesto di essere “civilizzate”.
Elio Di Bella


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