Dieci persone e un’automobile
Una berlina scura e dieci perosne. La scena è costruita con cura. Al centro del fotogramma c’è una berlina scura, ferma su una carrareccia sterrata; attorno e sopra di essa si dispongono dieci persone, su quattro livelli, come su un piccolo palco.
Sul tetto siedono due ragazze con le gambe raccolte, una in golf a righe, l’altra in abito scuro con foulard chiaro. In piedi, a sinistra, una giovane donna con basco e abito stretto in vita appoggia la mano al telaio del finestrino. Dall’abitacolo si affaccia una donna con cappello a cuffia e collo di pelliccia. Un’altra, in pelliccia e cloche, siede sul parafango anteriore. A destra, unico uomo dell’immagine, un signore in abito chiaro, cravatta e berretto a visiera tiene un guanto in mano e il braccio poggiato al radiatore, in posa proprietaria.
In primo piano, quattro bambine e ragazze di età scalare: due sedute sul predellino — la più piccola avrà cinque o sei anni, cappottino a quadretti e berretto di lana col pompon — e due sedute a terra a gambe incrociate, in maglioni di lana lavorata, calzettoni e scarpe basse.
Gli sguardi vanno quasi tutti verso l’obiettivo. Non è un’istantanea rubata: è una posa concordata, con il fotografo collocato poco più in basso, così che le teste del gruppo si allineino idealmente con la linea del tempio.
Il tempio sul crinale
Lo sfondo non lascia dubbi sul luogo, Sul costone corre una lunga fila di colonne doriche scanalate, con capitelli dall’echino schiacciato, sormontate da un architrave continuo. Sopra l’architrave non c’è nulla: niente frontone, niente copertura. E fra un fusto e l’altro passa il cielo, segno che la cella è perduta. Sulla destra affiora una struttura di blocchi squadrati a gradoni, riferibile al basamento o al terrazzamento.
Siamo dinanzi al Tempio di Giunone Lacinia.
Una valle senza cancelli
L’automobile è parcheggiata sullo sterrato proprio sotto il santuario, e il gruppo si accomoda sul ciglio erboso come in una qualsiasi piazzola di sosta. Fra i due piani della fotografia crescono due ulivi dal tronco nodoso e cavo, evidentemente vetusti.
È la Valle con un paesaggio insieme agrario e monumentale, coltivato a ulivi e mandorli, dove il tempio funziona da fondale domestico e non da recinto museale. Era esattamente l’immagine che i viaggiatori dell’Ottocento avevano imparato ad amare — le rovine avvolte dal fogliame argentato degli ulivi e dall’erba alta — e che sarebbe sopravvissuta ancora per decenni.
Sono anche gli anni in cui la Valle esce da un lungo abbandono. Fra il 1920-21 e la sua morte, nel 1933, il capitano Alexander Hardcastle — ufficiale dei inglese, — investe il proprio patrimonio negli scavi agrigentini. Il 2 maggio 1921 acquista, fra il Tempio della Concordia e quello di Ercole, la villa che chiamerà Villa Aurea per la vicinanza a Porta Aurea, e che diventerà un salotto dove passava anche Luigi Pirandello. La fotografia potrebbe essere stata scattata mentre Hardcastle era ancora vivo, a poche centinaia di metri da casa sua.
L’automobile come teatro
La vettura è una berlina chiusa a quattro porte, di impostazione ancora “a scatola”: parabrezza verticale, padiglione alto con inserto in tela, montanti robusti, predellino continuo, parafanghi ad ala. Il cofano lungo è percorso da feritoie verticali di aerazione, il radiatore ha mascherina alta e stretta con tappo esterno sormontato da una piccola figura ornamentale. La ruota di scorta è alloggiata sul fianco, i cerchi sono a raggi. È un mezzo polveroso, in uso quotidiano, non da concorso.
Per capire il peso sociale di quell’oggetto bisogna ricordare che cosa fosse un’automobile nell’Italia del tempo. All’inizio degli anni Trenta era ancora un lusso: gli Stati Uniti contavano oltre ventun milioni di vetture in circolazione, mentre tutti gli altri paesi restavano assai distanti, con Gran Bretagna e Canada poco sopra le novecentomila. La motorizzazione di massa sarebbe arrivata solo negli anni Cinquanta e Sessanta; il decennio si apriva semmai con le prime autostrade, con la Fiat 508 Balilla del 1932 e la 500 Topolino del 1936, e nel 1933 avrebbe visto il primo Codice della Strada. L’auto nell’immagine dovrebbe essere una Fiat 509/503
In una provincia agricola come quella agrigentina, possedere una vettura simile significava appartenere a una minoranza ristretta: professionisti, commercianti, funzionari, proprietari terrieri. Ecco perché l’auto, nella fotografia, non è un mezzo di trasporto ma un arredo scenico. Ci si sale sopra, ci si siede sul parafango, ci si appoggia al radiatore. È il vero soggetto del ritratto, tanto quanto il tempio.
Gli abiti raccontano la data
La datazione si ricava soprattutto dal guardaroba. Le gonne scendono al polpaccio e la vita torna a segnarsi al punto naturale, abbandonando la linea “a tubo” a vita bassa degli anni Venti; i capelli sono corti e ondulati, i baschi e le cloche calati sulla fronte; i soprabiti hanno collo di pelliccia. Gli indizi convergono sui primi anni Trenta, indicativamente fra il 1930 e il 1935. La pelliccia e la lana, insieme all’erba alta e ancora verde del pendio, suggeriscono una giornata di tardo inverno o di primavera: nulla a che vedere con la gita estiva.
Quel che la fotografia non dice
Chi sono? L’immagine non lo dice e non lo lascia dedurre. La lettura più immediata — una famiglia in gita, con un solo uomo adulto e una folla di figlie, nipoti, cugine — è plausibile ma resta un’ipotesi: potrebbe trattarsi di una comitiva parentale allargata, di un gruppo scolastico, di una brigata di amiche accompagnate da un autista.
Quello che la fotografia dice con certezza è un’altra cosa, e non è poco. Dice che in una mattina di novant’anni fa, ad Agrigento — città che aveva cambiato nome da Girgenti solo pochi anni prima, con il regio decreto del 16 giugno 1927 — un gruppo di donne e bambine salì su un’automobile, raggiunse la collina dei templi e volle farsi ritrarre lì, sotto la colonnata. La macchina fotografica e l’automobile erano entrambe, allora, strumenti di distinzione sociale. Metterle insieme davanti a un tempio greco era il modo più efficace per dire chi si era.


L’ingresso dell’antico Ospedale Civile di Agrigento