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san vito e san calogero
san vito e san calogero

Fuori le mura. Un quadro del Settecento tra il convento di San Vito e l’eremo di San Calogero

13 Agosto 2026 //  by Elio Di Bella

Autore ignoto, veduta di Girgenti fuori le mura (XVIII secolo). In alto, sulla Rupe Atenea, il convento di San Vito; in basso a destra la chiesa di San Calogero e, sulla sinistra, le grotte della Rupe.

Non sappiamo chi lo dipinse. Sappiamo soltanto che, un giorno del Settecento, qualcuno piantò il cavalletto a oriente di Girgenti e fissò sulla tela una veduta che allora era familiare a tutti e che oggi non esiste più. In alto, sul dorso della Rupe Atenea, il convento di San Vito con la sua chiesa e il lungo dormitorio a due ordini di finestre. In basso a destra la chiesa di San Calogero, con il campanile e il tetto di coppi; alla sua sinistra il fianco della rupe, bucato dalle grotte. In mezzo, terrazze coltivate, qualche palma, muri a secco, un cipresso. E, quasi ai piedi del quadro, un contadino con il suo carro.

È l’Agrigento fuori le mura: il pezzo di città che nessuna guida descriveva e che tutti attraversavano.

La soglia

La Girgenti del Settecento era ancora una città chiusa, arroccata sul colle attorno alla Cattedrale, con poco più di diecimila anime. Porta di Ponte era il varco verso oriente, e oltre quella porta cominciava un altro mondo. Un fossato profondo, che gli agrigentini chiamavano la Nave e che sarebbe stato colmato solo nell’Ottocento, rendeva la discesa impervia. Da lì partivano le trazzere per Palermo e per Naro, e la strada per il caricatore sul mare, dove il grano della provincia veniva imbarcato. Fuori le mura c’erano i giardini, le fornaci — gli stazzoni dei vasai — e le grotte scavate nel tufo arenario, usate come magazzini, stalle, laboratori. Un atto del 1757 registra la vendita di uno stazzone «collaterale al giardino della Chiesa di S. Calogero fuori la Porta di Ponte»: bastano poche righe di notaio per restituirci il paesaggio dipinto nel quadro. A metà della Rupe, vediamo anche una costruzione circolare con delle colonne: era una sorta di sedile di pietra che gli Agrigentini chiamavano la tonda (la rotonda) dove i monaci spesso si ritrovavano insieme ad alcuni laici amici.

I frati sulla rupe

San Vito era nato nel 1432 per deliberazione del Senato cittadino e con le elemosine dei girgentani, «a cinquanta passi dalle mura», sulle pendici allora boscose della Rupe Atenea. Lo avevano voluto per tenere vicino il beato Matteo Cimarra, il frate osservante che i concittadini consideravano già santo in vita. Dal 1578 vi stavano i Frati Minori Riformati, e nel Settecento il convento vive la sua stagione più luminosa: nel 1767 papa Clemente XIII riconosce per equipollenza il culto del beato Matteo, e la città festeggia il suo figlio più illustre. Ogni giorno, da quella rupe, i frati scendevano in città per la questua, le confessioni, le prediche, i funerali: il convento era insieme casa di preghiera e presidio sociale, con la sua chiesa a cinque altari, il chiostro dalle volte a crociera, la scala ad archi rampanti, un Crocifisso ligneo e una Madonna di scuola gaginesca.

L’eremo del Santo nero

Più in basso, dove il quadro si fa più cupo, c’era la chiesa di San Calogero. Piccola, antichissima — le prime notizie risalgono alla visita pastorale del 1540, che la dice «fora la ditta cità di Girgenti» —, era stata ampliata nel 1573 per volontà di ottantasei notabili e nel 1595 aveva avuto la sua confraternita. Gli agrigentini la chiamavano u rimitaggiu di San Caloriu, l’eremo di San Calogero, perché lì il Santo eremita avrebbe trovato rifugio nel suo peregrinare di grotta in grotta. Un documento del 1765 descrive esattamente ciò che vediamo: attorno alla chiesa e all’eremo si stendeva un giardino della «venerabile chiesa di S. Calogero», confinante con le grotte.

Il Santo dei contadini

Era il santo dei poveri, e nel Settecento la sua festa era già il vero festino di Agrigento: durava settimane, aveva il suo mercato, radunava il mondo contadino di tutta la provincia. Una devozione impetuosa, fisica, che le autorità faticavano a contenere: un documento del viceré del 1756 minaccia pene severe contro chi dava la scalata all’altare prima della fine della Messa, pur di essere il primo a caricarsi il simulacro sulle spalle. Nei campi, i mietitori aprivano la giornata con lo stesso grido: «Viva San Caloriu!».

Ed è qui che il contadino col carro, dipinto quasi per caso in fondo alla tela, diventa il personaggio più importante del quadro. Perché quella era la sua strada, e quella chiesetta era la sua.

Ciò che il pittore non poteva sapere

Nel 1863 lo Stato requisì San Vito e lo trasformò in carcere. I frati scesero dalla rupe e furono accolti proprio a San Calogero, portando con sé le opere del convento: il Crocifisso — attribuito da alcuni a fra’ Umile da Petralia, da altri al Pintorno — e la Madonna gaginesca, che si ammirano ancora oggi.

Il pittore anonimo aveva già messo insieme, in una sola inquadratura, i due luoghi che la storia avrebbe legato per sempre.

Categoria: Agrigento RaccontaTag: agrigento storia, chiesa di san calogero, convento di san vito, girgenti

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