La più antica immagine dello stabilimento balneare di San Leone
Poche fotografie raccontano quanto questa. È una riproduzione tipografica — il retino a punti è ben visibile in controluce — e già questo dice qualcosa: l’immagine ci arriva di seconda mano, passata per una pagina stampata, e ha perduto lungo il tragitto la nitidezza dell’originale insieme, con ogni probabilità, alla didascalia che l’avrebbe datata con precisione. Restano gli indizi interni, ed è da quelli che conviene partire.
Al centro, disteso sulla battigia, il fabbricato: una struttura bassissima e lunghissima, in legno, con un padiglione centrale rialzato a due falde e, sul fianco sinistro, una fila regolare di vani scuri — i camerini. Non è architettura, è carpenteria. Lo stabilimento poggiava infatti su palafitte, veniva smontato in autunno e rimontato in primavera: una costruzione stagionale, effimera per vocazione. È anche la ragione per cui di essa sopravvivono così poche immagini. Sulla destra, lunghe linee scure corrono sulla rena: sembrano reti stese ad asciugare, l’altro mestiere di questa spiaggia.
Poi c’è l’arenile. Enorme, chiarissimo e sostanzialmente deserto. Tutta la folla — decine di figurine minuscole — è compressa in un’unica fascia davanti allo stabilimento, sul filo dell’acqua. Nessuno sdraiato al sole, nessun ombrellone, nessun telo steso. Il sole non era ancora un piacere: la moda dell’abbronzatura arriverà negli anni Trenta, e più tardi ancora nella Sicilia dell’interno, dove la pelle scura restava il marchio di chi lavorava nei campi. La sabbia, qui, non è una destinazione: è una soglia da attraversare. Come ha mostrato Alain Corbin in Le territori du vide (Aubier, 1988), il «desiderio della riva» è un’invenzione culturale recente; a San Leone lo cogliamo ancora a metà del guado.
Si guardi infine il gruppo in primo piano, l’unico leggibile nei dettagli: donne in gonne lunghe e scure fino alla caviglia, scialli, un fagotto portato a braccia; uomini in camicia chiara e cappello. Sono vestiti da strada, non da mare. Perché il bagno era un atto mediato: si pagava l’ingresso, ci si spogliava nei camerini — rigorosamente separati per uomini e donne — e si entrava in acqua dallo stabilimento. La spiaggia libera, come oggi la intendiamo, semplicemente non esisteva.
Dietro l’immagine c’è una storia precisa. Ai primi del Novecento, ogni estate, Giovanni Mossuto — pioniere sanleonino — ricostruiva da capo il suo stabilimento in legno, più o meno dove sarebbe poi sorto l’Aster. Il Comune gli passava un contributo che in realtà serviva a rappezzare la trazzera che i marosi invernali sfasciavano puntualmente. Per radunare i clienti si usava un break a tre cavalli che alle quindici precise scendeva per via Atenea preceduto da una tromba e da uno strillone: «oh, cu avi a ‘iri e bagni!!!». Portava una quindicina di bagnanti. Quindici persone: era questo, allora, il turismo balneare agrigentino.
A Santulì si scendeva a piedi, in diligenza o in carrozzella, con sosta al Casello ferroviario, e per tradizione il primo bagno si faceva il lunedì di San Calogero. Più tardi lo stabilimento diventerà il celebre «chalet» — prima Cardinale, poi il cavalier Luigi Agozzino — e nell’agosto 1932 il Corriere di Agrigento vi registrerà un ristorante, un bar dove «vengono servite bibite e birra» e le famiglie più cospicue riunite la sera «per godere la freschezza marina», mentre dalle ville arrivava il suono di un grammofono e le fanciulle passeggiavano fino a tarda ora commentando fidanzamenti e stoffe da vesti.
Il resto è nelle delibere comunali: 1928, una passerella sul fiume Akragas per raggiungere la Babbaluciara; 1933, baracche di legno per i bagnanti e concerti estivi. La borgata stava per nascere. In questa fotografia non c’è ancora.


Fuori le mura. Un quadro del Settecento tra il convento di San Vito e l’eremo di San Calogero