Una cartolina dei primi anni del Novecento recante la dicitura “GIRGENTI – Piazza Atenea”, fissa un istante di vita quotidiana nel cuore del capoluogo siciliano.
L’inquadratura si sviluppa lungo l’asse prospettico di Via Atenea (storicamente nota come Via Maestra), catturando il tratto stradale in prossimità della Chiesa di San Giuseppe.
L’immagine è dominata da un forte dinamismo e da un netto contrasto sociologico: la strada, recentemente pavimentata e modernizzata, funge da palcoscenico dove l’elegante staticità dei borghesi a passeggio si scontra con il faticoso movimento del mondo del lavoro agricolo e industriale, incarnato dal carrettiere al centro della carreggiata.
La Chiesa di San Giuseppe
Sul margine sinistro della fotografia si erge la Chiesa barocca di San Giuseppe. L’elemento visivamente più conturbante di questa struttura è la massiccia scalinata di raccordo, protetta da una sobria inferriata metallica, che eleva l’ingresso dell’edificio rispetto al piano stradale.
Questa struttura non fu una scelta estetica originaria, ma una drammatica necessità ingegneristica: nel 1870, l’amministrazione comunale decise di rettificare le pendenze della via, abbassando il livello del suolo di quasi un metro e lastricando la strada con basole di pietra lavica del Vesuvio.
La scalinata che vediamo nella foto è il risultato di questo sbancamento, che lasciò i portali storici letteralmente sospesi, obbligando a creare nuovi accessi e trasformando radicalmente il volto della via.
Il Salotto Commerciale
Spostando lo sguardo sul lato destro e assecondando la curva della strada, si osserva una fitta cortina di palazzi storici. L’elemento che cattura l’attenzione a livello del suolo è la sequenza di ampie tende da sole (le marquises) abbassate per proteggere le vetrine e gli ingressi dalla rovente luce siciliana.
Queste tende raccontano la metamorfosi economica della via. Grazie ai lavori di riqualificazione post-unitari, le vecchie, oscure e anguste botteghe contadine (i catòi, dove spesso gli uomini coabitavano con gli animali) avevano lasciato il posto a eleganti “negozi all’inglese”.
La scena ci mostra il “salotto buono” della città in piena attività: dietro quelle tende si celavano rinomate sartorie di classe, prestigiose farmacie con arredi in legno e maioliche, e i nuovi caffè, le cui vetrate permettevano alla borghesia di consumare dolci raffinati ammirando il passeggio esterno.
Il primo piano e i marciapiedi della foto sono animati da figure maschili intente nel rito del passeggio.
I Personaggi: L’Estetica del Potere Borghese
La loro prossemica e il loro abbigliamento sono rivelatori: si muovono con disinvoltura, sostando in capannelli al centro della strada, con un incedere sicuro che denota padronanza assoluta dello spazio cittadino.
Il loro vestiario è altamente codificato e riflette l’omologazione ai dettami della moda europea di inizio secolo, un chiaro marcatore di appartenenza sociale.
L’uomo in primissimo piano a sinistra, con le mani infilate nelle tasche della giacca, indossa un completo scuro di taglio sartoriale, con pantaloni dritti e un gilet.
Un dettaglio fondamentale è costituito dai copricapi: si distinguono nitidamente cappelli a tesa larga in feltro e modelli più rigidi a tesa piatta, come le classiche pagliette (boater).
L’estetica di questi “galantuomini” rifiuta l’eccentricità a favore di un rigore scuro e severo, volto a comunicare inappuntabilità morale, serietà professionale e solidità economica.
L’apparente quiete borghese della scena è tuttavia spezzata dall’elemento centrale della fotografia: un carro trainato da un animale da soma, guidato da un carrettiere in lento ma inarrestabile movimento lungo la via.
L’Azione: Il Carrettiere e l’Anima Rurale
La sagoma del mezzo, leggermente sfocata a causa del tempo di esposizione fotografico, ci ricorda che la Via Atenea non era solo un salotto, ma un’arteria di transito vitale.
Il carrettiere immortalato apparteneva a un ceto proletario che costituiva la vera spina dorsale dell’economia siciliana.
In un’epoca in cui la rete ferroviaria era ancora incompleta e frammentaria (il collegamento capillare tra i comuni e Agrigento Bassa arrivò solo molti anni dopo), eserciti di carretti percorrevano instancabilmente la provincia.
Il carro che attraversa la scena poteva trasportare i preziosi pani di zolfo estratti dalle solfare dell’entroterra e diretti ai caricatori di Porto Empedocle, oppure grano, salgemma o materiale edile.
La presenza di questo lavoratore, che passava le sue giornate esposto alle intemperie e riposava nei rustici “fondaci”, irrompe nello spazio del passeggio aristocratico.
La sua comparsa doveva essere preannunciata dal tintinnio dei campanellini dei finimenti e dal suono metallico delle grandi ruote sul basolato lavico.
La fotografia si offre così come un superbo documento visivo di una società polarizzata: da una parte l’eleganza statica dei palazzi e dei signori in bombetta, dall’altra il moto perpetuo e polveroso di un carretto, testimone di un mondo del lavoro arcaico destinato, di lì a qualche decennio, a scomparire per sempre.


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