Una fotografia a colori — rara per la provincia di quegli anni — ci restituisce un frammento di Agrigento sospeso fra due mondi: il commercio contadino “a soma” e l’irrompere delle automobili e delle regole urbane del boom. Siamo nel tratto di via Cesare Battisti che sale verso Porta di Ponte.
C’è una fotografia che, meglio di molte pagine, racconta cosa fosse Agrigento all’inizio degli anni Sessanta. È uno scatto a colori del 1961 — e già questo è un piccolo lusso, perché la pellicola a colori era ancora merce da occasioni speciali nelle strade di provincia. Inquadra via Cesare Battisti nel punto in cui la strada si stringe e sale verso Porta di Ponte, la cerniera monumentale tra la città bassa e l’imbocco di via Atenea.
La luce è quella radente di una mattina inoltrata d’inverno: le ombre sono lunghe, il basolato lucido e consumato riflette il chiarore, e in fondo a destra si intravede la scalinata che risale, coerente con la conformazione “a imbuto” che ha sempre caratterizzato questo angolo di città.
Il commercio “a soma”
Il cuore della scena è un piccolo mercato ambulante di frutta e ortaggi: quel commercio “a soma” che ad Agrigento è sopravvissuto fino a ben dentro il Novecento.
Al centro domina un asino da basto, dal manto scuro e il ventre chiaro, bardato con la sella di legno che regge due grandi coffe, i canestri di vimini intrecciato colmi di prodotti. Lo tiene per la cavezza un giovane in giacca scura e camicia chiara, i capelli pettinati all’indietro, lo sguardo dritto nell’obiettivo: la posa consapevole, quasi fiera, di chi sa di essere fotografato. Accanto a lui un uomo più anziano, in giacca chiara, regge sulle spalle la stanga di legno — la classica bilancia a bilanciere — con appesi due contenitori di frutta. È il venditore che porta la merce a spalla, di porta in porta. A terra, altri cesti in attesa.
Non è folklore, ed è bene ricordarlo. Era il sistema logistico ordinario del centro storico: nei vicoli in pendenza, tra i gradini, nessun carro poteva passare. La frutta arrivava dalle campagne intorno e veniva smerciata così, bussando di uscio in uscio. Poco più indietro, verso il centro della strada, si distingue un secondo asino con analogo carico, e attorno un capannello di figure — uomini con la coppola, altri a capo scoperto, qualcuno in maniche di camicia nonostante la stagione fresca. Una piccola folla operosa, tutta maschile, come le cronache dell’epoca lasciano immaginare per gli spazi del commercio di strada.
Le insegne: quando la banca entra nel vicolo
Il palazzo che chiude la scena a sinistra — intonaco chiaro segnato dal tempo, balconi in ferro battuto ai piani alti, serramenti in legno — custodisce i dettagli più preziosi per leggere l’epoca.
Al piano terra campeggia una scritta murale a caratteri capitali: CASSA CENTRALE DI RISPARMIO V.E., ovvero la Cassa Centrale di Risparmio Vittorio Emanuele per le Province Siciliane, per decenni il principale riferimento bancario dell’isola. Sotto, in caratteri più minuti, corre una seconda riga con la dicitura completa dell’agenzia.
Attorno, le insegne delle botteghe al pianterreno: un’insegna verticale, un frammento su fondo rosso, e — aggettante sulla strada, sorretta da una mensola in ferro battuto lavorato — un’insegna a bandiera dalla foggia elaborata. È l’immagine di una via che è insieme mercato contadino e primo salotto commerciale della città.
Due epoche in un solo fotogramma
Al centro della carreggiata, montato su un palo, un grande disco di divieto di sosta: fondo blu, barra rossa diagonale, contorno rosso. È il dettaglio che, più di ogni altro, dice la verità di questo scatto. La segnaletica stradale moderna si insedia in un contesto ancora dominato dagli asini da soma: in una sola immagine, la transizione tra il vecchio mondo contadino e l’irrompere della motorizzazione e delle regole urbane.
Lo conferma il lato destro della strada, dove sono parcheggiate due utilitarie dalle linee tondeggianti, tipiche del passaggio tra anni Cinquanta e Sessanta. La più in vista, scura e compatta, porta i parafanghi arrotondati delle piccole berline italiane del periodo; sulla targa si legge la sigla AG. La coesistenza, in pochi metri, di coffe cariche di agrumi e di automobili in sosta è forse l’elemento narrativamente più potente della fotografia.
Sul fondo, ben leggibile, un cartello annuncia l’Albergo Roma: la vocazione già ricettiva, e in qualche misura turistica, dell’imbocco della città vecchia. Alcuni pedoni camminano isolati lungo il margine, e la via si perde nella salita verso la Porta.
Il vestibolo della città
Vale la pena ricordare che l’assetto stesso di questo luogo ha una storia stratificata. La Porta di Ponte che chiude idealmente la scena è la ricostruzione neoclassica del 1868, su progetto di Raffaello Politi, eretta sui resti della più antica porta con ponte levatoio di impianto medievale e chiaramontano. La via che vi conduce era dunque, ancora nel 1961, il grande vestibolo commerciale e sociale di Agrigento: il punto in cui il mercato “a soma” incontrava le prime insegne bancarie e alberghiere della modernità.
Una città intera, insomma, in pochi metri di basolato: il passato che ancora reggeva la cavezza e il futuro già parcheggiato lungo il marciapiede.


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