Introduzione: Dalla Percezione Antiquaria alla Moderna Indagine Stratigrafica
La complessa e stratificata evoluzione storica, architettonica e urbanistica dell’antica città di Agrigento rappresenta senza dubbio uno dei campi di indagine più densi e intellettualmente stimolanti nel vasto panorama dell’archeologia classica del Mediterraneo. Per secoli, l’immagine di Agrigento è stata plasmata e cristallizzata dalle affascinanti descrizioni antiquarie e dalle incisioni del Grand Tour, che privilegiavano la narrazione romantica delle maestose rovine doriche. Le celebri incisioni di Giuseppe Maria Pancrazi, di Jean-Pierre Houël e dell’Abate De Saint-Non, così come le rappresentazioni a grande distanza di Tiburzio Spannocchi, hanno forgiato l’iconografia di una città classica immutabile, intimamente fusa con la morfologia del suo territorio. Nel suo scritto Antichità Siciliane spiegate (1751), Pancrazi esaltava l’armonia tra l’architettura e la natura riprendendo le lodi dello storico Polibio, il quale descriveva una città fortificata in modo impareggiabile, protetta da una rupe naturale a forma di muro e bagnata dai fiumi, tra cui l’Ipsa.
Questo paesaggio ellenico, intriso di suggestioni letterarie, ha alimentato il dibattito accademico tra esattezza archeologica e perfezione ideale greca, celebrato da Johann Joachim Winckelmann e successivamente approfondito da Quatremère de Quincy, che nel 1814 pubblicò le sue riflessioni sulla restituzione del tempio di Zeus Olimpio. Ancora nel 1830, viaggiatori come Cuciniello e Bianchi descrivevano le “reliquie agrigentine” con accenti lirici, ammirando il tempio di Giunone che dominava la città soggetta, spingendo lo sguardo fino al mare di Libia. L’approccio ottocentesco produsse fondamentali compendi illustrativi, come quelli di Edward Dodwell (1819), del Duca di Serradifalco Domenico Lo Faso di Pietrasanta (1834) e di J.B. Hittorff, incentrati su nomenclatura, proporzioni e decorazioni plastiche dei soli complessi templari arcaici e classici.
Tuttavia, l’archeologia contemporanea ha operato un decisivo mutamento di paradigma, spostando il fulcro dell’interesse scientifico dalla fase greca di Akragas alla successiva, lunga e vitalissima fase ellenistico-romana e tardoantica, quando la città assunse il nome di Agrigentum. Questo nuovo orizzonte di studi, alimentato da rigorose convenzioni di ricerca interdisciplinare tra l’Ente Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi, il Politecnico di Bari (DICAR) e l’Università degli Studi di Catania, ha scardinato la visione di una città in declino dopo le guerre puniche. Al contrario, le recenti indagini stratigrafiche, le analisi dei paramenti murari e i rilievi tridimensionali restituiscono l’immagine di una civitas capace di riorganizzare costantemente i propri spazi pubblici, di monumentizzare le aree sacre e politiche secondo innovativi canoni ellenistici e italici, e di mantenere un ruolo egemonico nel Mediterraneo centrale fino all’epoca altomedievale.
Il presente documento intende offrire una sintesi analitica ed esaustiva di questi nuovi dati, rivolgendosi a un pubblico di specialisti, studiosi e lettori di cultura avanzata. Attraverso l’esame sistematico della ridefinizione dell’Agorà Superiore, dell’architettura sacra e pubblica, delle metodologie di anastilosi, della statuaria onoraria, delle infrastrutture per lo spettacolo e delle pratiche cultuali domestiche, verrà delineato il profilo di una comunità in continua trasformazione. Questa rinnovata consapevolezza scientifica si pone come base imprescindibile in vista del ruolo di Agrigento quale Capitale Italiana della Cultura per il 2025, un evento che mira a valorizzare non solo l’estetica delle rovine, ma la complessa stratificazione sociale e umana del sito.
La Riorganizzazione Spaziale: L’Agorà Superiore e il Progetto Urbanistico Ellenistico
Il centro nevralgico della vita politica, civile e religiosa della città nelle sue fasi post-classiche coincide in larga misura con l’area dell’Agorà Superiore, situata sull’altura del poggio di San Nicola. Tra il IV e il III secolo a.C., e con un’intensificazione progettuale in età tardo-ellenistica, questo settore è stato oggetto di una radicale e maestosa ristrutturazione scenografica, mirata a ridefinire le gerarchie dello spazio pubblico. Le indagini hanno rivelato che l’espansione e la ridefinizione dell’agorà richiesero uno sforzo ingegneristico formidabile, che alterò profondamente la topografia originale del colle.
Una delle prime e più significative manifestazioni di questo rinnovamento urbano fu la chiusura a sud del monumentale ekklesiasterion, l’edificio a pianta circolare parzialmente scavato nella roccia e destinato alle assemblee popolari. La parziale obliterazione e chiusura di questo spazio assembleare permise l’ampliamento dell’area per l’edificazione del bouleuterion (la sala del consiglio cittadino), generando una nuova direttiva per la vita politica locale. Questo intervento comportò la creazione di una vastissima area di connessione politica e sociale tra il cosiddetto tempio di Falaride e l’area sacra situata più a nord, dando forma a un sistema architettonico che per respiro, qualità formale e ampiezza volumetrica trova i suoi più stringenti confronti con le grandi realizzazioni terrazzate e teatroidi dell’architettura ellenistica greco-orientale e microasiatica, come a Pergamo o a Kos.
Per attuare questo grandioso progetto urbanistico, i pianificatori antichi furono costretti a prendere decisioni radicali, tra cui la cancellazione di importanti assi viari preesistenti. In particolare, fu obliterata una delle principali arterie di scorrimento est-ovest, la cosiddetta plateia E-F. Questo grande asse stradale, che in precedenza fiancheggiava il lato nord degli isolati residenziali del Quartiere Ellenistico per giungere fino alle aree pubbliche seguendo la naturale pendenza della collina, venne interrotto. L’interruzione della viabilità fu compensata e sostituita da imponenti opere di sostruzione, indispensabili per la creazione di una vasta terrazza artificiale che livellasse l’area fino alla depressione esistente.
Il sistema terrazzato così concepito aveva la duplice funzione di ampliare lo spazio calpestabile utile per i nuovi complessi monumentali e di digradare dolcemente verso sud e verso ovest, mettendo in organica relazione le zone pubbliche superiori con le aree più periferiche e con i grandi poli sacrali posti più a valle (come il santuario di Eracle, l’immenso cantiere incompiuto del tempio di Zeus Olimpio e l’area delle Divinità Ctonie) e, successivamente, con il Ginnasio di età augustea. La costruzione di queste terrazze documenta un momento di forte autorità centrale e di enorme disponibilità di capitali, in grado di imporre una riorganizzazione scenografica che piegava la rigidità della griglia ippodamea originaria alle nuove esigenze della propaganda architettonica ellenistica.
Il Complesso del Santuario Ellenistico-Romano (Ex Iseion)
Al centro di questa vasta operazione di rimodellazione urbanistica si colloca un enorme piazzale porticato che ospita al suo interno un imponente edificio templare eretto su podio. Questo complesso, inizialmente indagato in modo sistematico da Ernesto De Miro tra il 1988 e il 2006, era stato ipoteticamente e suggestivamente identificato come un Iseion, ovvero un santuario dedicato al culto della dea egizia Iside, sulla scorta di labili indizi materiali e in analogia con la massiccia diffusione dei culti orientali e misterici che caratterizzò la prima età imperiale in Italia (si pensi all’Iseion di Pompei o a quello rinvenuto a Industria).
Tuttavia, la ripresa organica delle ricerche, promossa dal DICAR del Politecnico di Bari a partire dal 2012 attraverso nuove campagne di rilievo e indagini stratigrafiche mirate, ha scardinato le precedenti ricostruzioni, imponendo una radicale e complessa revisione della genesi e della forma del monumento. Lo studio edito da De Miro aveva infatti trascurato alcuni aspetti cruciali dello sviluppo architettonico, proponendo un’immagine dell’edificio che le nuove evidenze stratigrafiche hanno smentito.
Nella precedente interpretazione, il tempio era stato ricostruito graficamente e concettualmente come un edificio prostilo tetrastilo di ordine dorico. Si supponeva che la cella consistesse in un semplice vano unico, preceduto da un’ampia tribuna frontale monumentale alla quale si accedeva mediante due rampe di scale disposte lateralmente all’avancorpo (configurazione tipica del cosiddetto templum rostratum, un modello architettonico che si origina a Roma in età augustea e diviene canonico durante l’età tiberiana per la celebrazione del culto imperiale o di divinità assimilate alla dinastia giulio-claudia). Saggi effettuati nel 1998 nella tribuna e all’interno della cella avevano suggerito un orizzonte cronologico unitario alla prima metà del I secolo d.C..
Le nuove e approfondite osservazioni sulle tecniche costruttive hanno tuttavia evidenziato profonde incongruenze strutturali. In primo luogo, lo svuotamento del riempimento della tribuna frontale ha rivelato l’assenza totale delle fondazioni necessarie a sostenere un ipotetico colonnato anteriore (pronao). Inoltre, il muro di contenimento della tribuna stessa, con uno spessore di appena 51 centimetri, risulta strutturalmente inidoneo e insufficiente per sopportare i carichi di elevato e le spinte di un tetto colonnato.
Ancor più dirimente è stata l’estensione del saggio praticato all’interno dell’angolo sud-est del corpo principale dell’edificio. Questa operazione ha messo in luce, nella sua interezza, un’ampia fondazione di un muro trasversale, intimamente solidale e ammorsata con le imponenti strutture perimetrali del podio in opera quadrata. Questa evidenza dimostra inequivocabilmente che la cella, nel suo progetto originale, non era un vano unico, ma era rigidamente articolata in un atrio e in una cella vera e propria, configurandosi tipologicamente come un tempio ad oikos.
Ulteriori dettagli rivelatori sono emersi dall’analisi dell’anathyrosis (la raffinata fascia di contatto perimetrale levigata sui blocchi di pietra per garantirne la perfetta aderenza a secco). Il trattamento dell’ anathyrosis sulle facce laterali di contatto ha mostrato palesi differenze di lavorazione tra i muri di contenimento della tribuna e quelli del podio dell’edificio principale. Questa discrepanza tecnica impone di riconoscere una netta frattura temporale tra diverse fasi di cantiere.
L’analisi diacronica della struttura permette oggi di delineare una complessa stratigrafia costruttiva, sintetizzata nella seguente tabella:

Il blocco improvviso del cantiere della Fase I, giunto solo al completamento dei primi filari del podio, si inserisce in un quadro storico di profonda instabilità per la Sicilia, verosimilmente in concomitanza con le devastazioni e il tracollo economico causato dalle due grandi Guerre Servili che sconvolsero l’isola nell’ultimo terzo del II secolo a.C.. L’abbandono temporaneo del progetto riflette le difficoltà delle finanze pubbliche locali. La ripresa dei lavori, avvenuta oltre un secolo più tardi in piena età giulio-claudia, documenta invece la rinnovata prosperità della civitas romana e la volontà di adeguarsi ai nuovi stilemi del culto, con la rinuncia alla divisione interna della cella e l’addossamento della tribuna rostrale, elementi che facevano da fulcro visivo per l’intero piazzale appena cinto da porticati monumentali.
Innovazione Metodologica: Principi e Pratiche per l’Anastilosi
L’imponente mole di dati stratigrafici e metrici ricavata dallo studio del Santuario ellenistico-romano non si è limitata alla pur necessaria esegesi storica, ma ha fornito le solide basi scientifiche per un ambizioso e innovativo progetto di anastilosi parziale riguardante una porzione del portico settentrionale del complesso. L’anastilosi, termine coniato all’inizio del Novecento dall’ingegnere greco Nikolaos Balanos durante i suoi dibattuti lavori sull’Eretteo e sul Partenone, definisce una specifica e rigorosa tecnica di restauro archeologico. Essa si discosta nettamente dai processi di ricostruzione analogica, spesso arbitrari o meramente scenografici, ponendosi come obiettivo la ricomposizione scientifica, pezzo per pezzo, dei frammenti originali di un monumento collassato per cause accidentali o sismiche.
Il dibattito teorico contemporaneo, incardinato sui principi enunciati dalla Carta di Atene (1931) e poi perfezionati dalla Carta di Venezia (1964), misura la legittimità etica e scientifica di un’anastilosi attraverso un rigido bilancio quantitativo e qualitativo tra la percentuale di elementi materici originari conservati e la necessità di innesti nuovi, essenziali per garantire la staticità del manufatto. Nel caso di Agrigento, il progetto di anastilosi del tempio e del suo portico – sviluppato dalla Prof.ssa Valentina Santoro e dal Prof. Antonello Fino nell’ambito di una collaborazione tra il DICAR, il Parco Archeologico e partner privati specializzati come l’azienda Pimar – si pone all’avanguardia nell’applicazione di metodologie reversibili e tecnologicamente avanzate.
L’intervento rifugge dalle vecchie pratiche invasive che prevedevano pesanti gettate di cemento armato (come avvenne in passato per le stoai di Kos o per il tempio di Eracle ad Agrigento sotto la guida dell’ing. Valenti negli anni Venti, o con i materiali impropri usati da Cavallari nell’Ottocento). La prassi attuale per l’agorà agrigentina fa uso intensivo della documentazione tridimensionale tramite laser scanner, che consente di studiare virtualmente la ricomposizione dei rocchi di colonna, dei capitelli dorici e delle porzioni dell’architrave-fregio in scala 1:1 prima ancora di movimentare la pietra. L’integrazione delle lacune prevede l’utilizzo di materiali altamente compatibili e reversibili, tra cui polimeri di ultima generazione, resine organiche e materiali compositi alleggeriti, capaci di distinguersi cromaticamente e matericamente dall’antico senza turbare l’estetica d’insieme. Questa complessa operazione filologica ha lo scopo primario di restituire tridimensionalità, centralità e immediata comprensione volumetrica a un’area cruciale della topografia cittadina, reinserendola a pieno titolo nei percorsi di fruizione e valorizzazione del Parco.
La Rappresentazione del Potere in Età Imperiale: L’Arredo Scultoreo dei Togati
La profonda riorganizzazione ideologica e spaziale dell’area del Santuario ellenistico-romano trovava il suo naturale coronamento nell’apparato scultoreo esposto nei portici e nel vasto piazzale. Gli scavi e le ricerche d’archivio hanno permesso di riferire al complesso quattro imponenti statue marmoree raffiguranti personaggi maschili vestiti con la tradizionale toga romana. Sebbene purtroppo tutte acefale – un dettaglio che impedisce l’immediata identificazione fisionomica ed epigrafica dei soggetti – queste opere costituiscono un manifesto politico eccezionale della romanitas assunta, interiorizzata ed esibita dalle élite municipali della Sicilia in età alto-imperiale.
Due di queste sculture sono state rinvenute in situ nei pressi dell’avancorpo del tempio durante la fortunata campagna di scavi del 2005; le altre due (catalogate con i numeri di inventario C 1871 e C 1872), già facenti parte delle storiche collezioni del Museo Archeologico Regionale “Pietro Griffo” di Agrigento, sono state recentemente attribuite con altissima probabilità al medesimo contesto monumentale grazie ad approfondite analisi stilistiche, metriche e comparative.
In mancanza delle teste ritratto, che avrebbero fornito un aggancio cronologico assoluto, l’inquadramento delle opere si fonda interamente sull’analisi formale del panneggio e sui dati di antiquaria relativi all’evoluzione della foggia della toga, l’indumento ufficiale del civis romanus per eccellenza. Il togato meglio preservato (inv. C 1871), che si conserva fino all’altezza dei polpacci e presentava testa e avambracci lavorati separatamente e inseriti nel corpo principale tramite perni, esibisce una figura maschile avvolta in un’ampia tunica e in una toga monumentale. La disposizione dei panni è estremamente diagnostica: il balteus (la fascia di tessuto ripiegata) corre trasversalmente quasi in senso orizzontale all’altezza della vita, mentre il sinus (l’ampia tasca formata dal drappeggio anteriore) si apre con larghe volute a vela scendendo ad arrestarsi appena sopra il livello del ginocchio. In aggiunta, l’umbo (il nodo di stoffa frontale) si proietta in modo prominente e dritto, oltrepassando il limite inferiore della piegatura principale.
La scultura rivela un modellato di altissima qualità tecnica: il panneggio è trattato con un morbido naturalismo di derivazione asiana, le pieghe dell’umbo e del sinus sono incise con profonde scanalature ottenute tramite un abile uso del trapano, le cui superfici esterne appaiono lievemente schiacciate per conferire volume. In aperto contrasto con l’elaborazione anteriore, il retro delle sculture appare fortemente appiattito e con schemi di piegature estremamente sommarie e rigide. Questo dettaglio tecnico indica chiaramente che le statue non erano concepite per una fruizione a tutto tondo (libere al centro dello spazio), ma erano destinate a essere rigidamente alloggiate all’interno di nicchie architettoniche o collocate a stretto ridosso dei muri perimetrali e degli intercolumni del porticato.
Sulla base dello schema generale del panneggio, del ritmo serrato delle pieghe e degli accenni chiaroscurali e coloristici, l’orizzonte cronologico dell’intero gruppo viene collocato saldamente in ambito giulio-claudio. Il togato C 1871, per la sua accuratezza, è ascrivibile all’età tardo-claudia o pienamente neroniana (metà del I secolo d.C.), mentre per gli esemplari rinvenuti nel 2005 si ipotizza una datazione leggermente precedente, entro i limiti dell’età giulio-claudia iniziale.
Dal punto di vista della storia sociale dell’arte, questo insieme statuario risponde a una tipologia iconica di sterminata diffusione in tutte le province dell’Impero. La statua loricata o togata aveva lo scopo precipuo di onorare il personaggio – che potesse trattarsi dell’imperatore stesso, di un principe della famiglia regnante giulio-claudia, o più frequentemente di un facoltoso evergete e magistrato municipale locale – innalzandolo nella sua dimensione prettamente pubblica e civica. Il ruolo fortemente rappresentativo e propagandistico dello schema tipologico adottato è confermato da stringenti confronti formali con altre prestigiose commissioni coeve in ambito italico e provinciale. I togati agrigentini trovano infatti paralleli quasi speculari con le statue provenienti dall’area forense di Scolacium in Calabria, con i reperti del Museo Nazionale Romano e, soprattutto in ambito siciliano, con il togato di Termini Imerese e con il celebre gruppo di magistrati togati rinvenuto nel cosiddetto Ginnasio Romano di Siracusa (databili tra I e II secolo d.C.). Tutto ciò dimostra l’assoluta integrazione delle aristocrazie agrigentine nei circuiti della grande arte statale romana, capaci di auto-celebrarsi importando stilemi e modelli direttamente dall’Urbe.
Lo Spazio dello Spettacolo: Il Teatro Antico tra Scoperta e Metamorfosi Tardoantica
Se gli scavi nell’agorà superiore hanno ridefinito la natura dello spazio politico e sacro, è stata la clamorosa scoperta dell’edificio teatrale, avvenuta nel 2016 nell’area a ridosso del poggio di San Nicola e a sud del Quartiere Ellenistico-Romano, a colmare quella che per secoli è stata la più ingombrante lacuna della topografia di Agrigento. Ricercato accanitamente fin dal Settecento dagli antiquari (che spesso errarono indirizzando gli scavi verso Poggio Meta) e menzionato già nel XVI secolo dallo storico domenicano Tommaso Fazello (il quale affermò di averne visto i resti rasati al suolo prima del completo interramento agricolo), l’esistenza del teatro greco-romano poggiava unicamente su fragili basi letterarie, tra cui un discusso passo degli Stratagemata dello scrittore romano Sesto Giulio Frontino.
Il rinvenimento della struttura, un mastodontico impianto il cui diametro massimo è calcolato intorno ai 100 metri, ha superato ogni aspettativa. Tuttavia, a differenza dell’archetipo del teatro greco classico incastonato nella roccia incontaminata, i saggi stratigrafici e gli scavi estensivi condotti senza sosta tra il 2017 e il 2025 da un consorzio accademico comprendente l’Università di Catania, l’Università di Enna Kore, il Politecnico di Bari e l’Ente Parco, hanno restituito un monumento dalla vita diacronica estremamente complessa e stratificata.
La progettazione originaria e l’impianto della prima cavea (le gradinate destinate ad accogliere il pubblico) sembrano risalire al periodo ellenistico, ma la struttura attuale è in gran parte il frutto di poderosi ampliamenti e trasformazioni subite in epoca romana, sia repubblicana che imperiale. Le ultime e più proficue campagne di scavo si sono concentrate su tre assi focali: la summa cavea (il settore più elevato e panoramico delle gradinate), l’analemma occidentale (il ciclopico muro di contenimento posto ai margini del declivio) e l’area connessa alle infrastrutture idrauliche.
L’esplorazione dell’analemma ha rivelato scoperte di eccezionale interesse per la storia dell’architettura scenografica provinciale. Oltre ai blocchi isodomi strutturali, sono emerse decorazioni tipicamente italiche: semicolonne, lesene e nicchie architettoniche che originariamente decoravano la parete di contenimento. Queste evidenze testimoniano come i Romani non si limitarono a usufruire dell’edificio greco preesistente, ma lo modificarono radicalmente per trasformarne l’impatto visivo dall’esterno, creando una vera e propria facciata monumentale di contenimento che elevava l’edificio a fondale scenico urbano. I materiali impiegati e le tecniche costruttive murarie adottate certificano una continuità d’uso ininterrotta che attraversa almeno tre secoli, accompagnando l’evoluzione dei gusti del pubblico, che passò dalle tragedie e commedie classiche agli spettacoli di intrattenimento tipici della cultura romana imperiale.
Ancor più sorprendente e rivoluzionario per la ricostruzione del paesaggio tardoantico della Sicilia meridionale è il destino finale del teatro. Con il progressivo declino della civiltà classica e il decadimento degli spettacoli pubblici, il monumento non fu abbandonato all’oblio immediato, ma subì un processo di spoliazione sistematica e di conversione ideologica. Durante le indagini nel settore settentrionale, tra le fondazioni della parte alta del koilon (la summa cavea), gli archeologi hanno identificato i morsi e le fosse di spoglio dei blocchi dei sedili originari. All’interno di quest’area devastata è stata messa in luce una straordinaria struttura di culto cristiano altomedievale, un piccolo ma raffinato edificio chiesastico la cui cronologia, basata sui reperti ceramici, si fissa con buona certezza nell’ambito del VI secolo d.C..
La chiesa, sorta sulle rovine pagane del loisir cittadino, ha restituito superbi lacerti di un pavimento a mosaico policromo rinvenuto ancora in situ in una delle absidi. A corredo delle liturgie, sono stati scavati i frammenti di un elaborato sistema di illuminazione in vetro: brocchette, esili lucerne vitree e ampie lampade da soffitto per la sospensione. L’appropriazione di un monumento pubblico di tale visibilità per l’insediamento di una comunità cristiana smonta il vecchio paradigma storiografico che postulava l’abbandono totale dell’antica area classica a favore dell’arroccamento sul colle della Girgenti medievale in un’epoca così precoce. Al contrario, documenta un panorama urbano tardoantico resiliente, in cui le volumetrie delle antiche architetture fornivano non solo comode cave di pietra da cui estrarre blocchi già squadrati, ma garantivano basi solide per l’instaurazione delle nuove e vibranti topografie del sacro cristiano.
L’Archeologia dell’Acqua: La Krene Arcaica e l’Identità Civica
Parallelamente allo scavo della porzione occidentale del teatro, le campagne condotte dal 2017 e giunte a un punto di svolta nel 2022 hanno svelato un’infrastruttura di servizio di inestimabile valore, capace di retrodatare di svariati secoli la frequentazione monumentale formale dell’intera area: il ritrovamento di una immensa krene (fontana monumentale) risalente all’età arcaico-classica. Fino alla pubblicazione di questo dato, la leggendaria rete idrica della greca Akragas – ampiamente esaltata dalle fonti storiche antiche che attribuivano all’ingegno dell’architetto Feace, sotto il dominio del tiranno Terone (a partire dal 480 a.C. circa), la costruzione di un intricato sistema di cunicoli, ipogei e raffinati bacini di captazione in grado di dissetare l’immensa popolazione – non aveva restituito evidenze materiali di fontane pubbliche monumentali, fatta eccezione per quella annessa al cosiddetto Santuario Rupestre presso la chiesa di San Biagio.
L’edificio idrico appena scoperto, localizzato nei livelli geologici più profondi e letteralmente affogato e sigillato da metri di colmate artificiali riversatevi in epoca ellenistico-romana per spianare il piazzale antistante il teatro, esibisce un grado di sofisticazione tecnica superbo. Il complesso prende avvio da una vasta operazione di intaglio quadrangolare effettuata direttamente nel duro banco roccioso calcarenitico, verosimilmente funzionante da bacino profondo o cisterna di accumulo e decantazione. Dal margine orientale di questo taglio si sviluppa un’imponente canalizzazione a cielo aperto costruita con l’impiego di enormi blocchi isodomi in calcarenite, le cui lunghezze oscillano con incredibile precisione metrica tra 1,20 e 1,25 metri.
Sul letto superiore di questi blocchi litici è stato intagliato a scalpello un alveo a sezione perfettamente rettangolare, della larghezza di 20 centimetri. L’intero sistema di conduzione si estende rettilineo verso ovest per quasi 8 metri, garantendo un deflusso ottimale delle acque grazie a una pendenza idraulica calcolata di circa 2,5 centimetri per ogni metro lineare. Nel suo limite occidentale, la struttura culmina in un massiccio setto frontale trasversale, sulla cui superficie i ricercatori hanno riconosciuto la presenza di 7 fori pervi (sbocchi), attraverso i quali l’acqua veniva espulsa a getto continuo verso l’esterno, all’interno di probabili vasche di attingimento.
Questa monumentale opera pubblica, la cui imponenza e qualità tecnica suggeriscono fortemente un inquadramento nell’ambito del fastoso programma edilizio post-vittoria di Imera patrocinato da Terone (potenzialmente identificabile con la mitica e dibattuta Enneakrounos o “fontana dai nove getti”, riecheggiando l’omonima krene ateniese dei Pisistratidi), altera in modo significativo la nostra comprensione del primitivo assetto urbano agrigentino. La krene presenta infatti un orientamento astronomico e topografico leggermente sfasato rispetto alla rigidità della soprastante maglia viaria ipodamea, configurandosi come una preesistenza morfologica di ineludibile importanza. La sua presenza testimonia come lo spazio a ovest del futuro teatro fosse concepito fin dall’arcaismo come un vitale fulcro di aggregazione sociale e civile, dove la captazione, la domesticazione e l’esibizione dell’acqua sorgiva non assolvevano unicamente a banali esigenze di approvvigionamento potabile, ma rappresentavano un potente strumento di affermazione politica, propaganda tirannica e monumentalizzazione precoce del paesaggio urbano.
Il Lusso nel Quotidiano: Il Quartiere Ellenistico-Romano e l’Edificio Termale (Insula IV)
La ricchezza economica e la vitalità demografica di Agrigentum in epoca post-classica emergono con disarmante evidenza esplorando la fitta maglia edilizia del Quartiere Ellenistico-Romano. Questo esteso settore residenziale, adagiato a valle del colle seguendo lo schema ippodameo ma soggetto a continui frazionamenti, accorpamenti e mutazioni edilizie, rappresenta uno dei palinsesti abitativi più longevi e interessanti del Mediterraneo. Il transito culturale verso l’epoca imperiale romana è scandito da un visibile innalzamento del tenore di vita delle aristocrazie locali: gli austeri intonaci di primo e secondo stile lasciano gradualmente spazio a vibranti pitture parietali e a lussuosi pavimenti a mosaico, policromi o a tessere geometriche bianche e nere, che imitano in provincia i ricercati modelli estetici delle ricche domus laziali e campane.
È tuttavia all’interno dell’Insula IV del quartiere che la ricerca archeologica coordinata dal Parco ha registrato un avanzamento conoscitivo in grado di colmare un secolare vuoto topografico: l’individuazione di un impianto termale pubblico. In una città dotata di agorà monumentali, portici, teatri e ginnasi, la totale assenza di edifici balneari – istituzione cardine della sociabilità, della salute e del tempo libero nel mondo romano, soprattutto dall’età imperiale in poi – rappresentava un’anomalia storiografica difficilmente giustificabile.
L’area di scavo ha finora portato alla luce una sequenza di tre ambienti contigui, edificati con maestranze specializzate che hanno fatto ricorso a solidi conci di tufo regolari. Gli ambienti presentano planimetrie quadrangolari, e le pavimentazioni in cocciopesto impermeabile (il tipico impasto di malta di calce e laterizi tritati finemente) mostrano i palesi accorgimenti tecnici necessari per accogliere le suspensurae dell’ipocausto, il sofisticato sistema di intercapedini sotterranee e parietali che permetteva all’aria rovente, prodotta dalle fornaci (praefurnia), di riscaldare uniformemente gli ambienti caldi (i tipici calidaria e tepidaria) e l’acqua delle vasche annesse. La scoperta restituisce piena dignità alla vocazione pubblica e igienica dell’insediamento, confermando l’adozione incondizionata dell’habitus culturale romano da parte della cittadinanza.
Amministrazione e Sopravvivenza: Il Documento Epigrafico ISic001830
La longevità di questo grandioso impianto termale, e più in generale la sorprendente resilienza della vitalità edilizia di Agrigento durante i crepuscoli dell’antichità, sono state clamorosamente documentate dal fortuito ritrovamento di un documento epigrafico di inestimabile valore storico, individuato tra i detriti di una calcara (una rozza fornace circolare per la cottura della calce) ricavata in età tardoantica abbandonando la stanza d1 della cosiddetta Casa IIC del Quartiere Ellenistico-Romano.
L’iscrizione frammentaria su spessa lastra di marmo bianco (catalogata nei repertori con il codice internazionale ISic001830), recentemente indagata ed edita in dettaglio in un contributo monografico da V. Caminneci, M.C. Parello e C. Soraci (2023), fornisce elementi testuali inequivocabili. La lastra, ricomposta da 9 frammenti superstiti, conserva tracce di un’elegante incisione caratterizzata da lettere alte, strette, con piccole terminazioni a coda di rondine (serifs) e profonde interpunzioni triangolari, tracciate entro righe di guida.

Questo frammento lapideo è una fonte documentaria di portata eccezionale per svariati ordini di ragioni. In prima istanza, l’uso inequivocabile della parola θερμὰς (terme) funge da etichetta epigrafica diretta, attestando in modo incontrovertibile che ancora alla metà del IV secolo d.C., in piena età tardo-imperiale, il governo di Roma – attraverso l’opera diretta del Governatore Provinciale Flavius Martinianos (in carica tra il 352 e il 358 d.C.) – continuava a finanziare e a farsi garante del restauro e della conservazione dell’infrastruttura termale urbana, considerata evidentemente un asset fondamentale per la città.
In secondo luogo, la redazione dell’epigrafe pubblica in lingua greca, anziché nel latino istituzionale che ci si aspetterebbe da un alto funzionario dell’Impero a quest’epoca, evidenzia in modo drammatico l’incrollabile identità culturale ed ellenofona della fascia costiera orientale e meridionale della Sicilia. Infine, il contesto di seppellimento del reperto funge da triste metafora del destino dell’intera Agrigento antica: la lastra è stata infatti salvata in extremis dallo smembramento e dalla cottura all’interno di una fornace. Durante il Medioevo, in corrispondenza della defunzionalizzazione dell’abitato classico, i preziosi frammenti marmorei, le iscrizioni onorarie e la statuaria templare (probabilmente gli stessi togati acefali) venivano sistematicamente frantumati e ridotti in calce viva per supportare le nuove costruzioni ecclesiastiche e civili dell’insediamento arroccato sulla collina.
Il Sacro Domestico e la Memoria del Trauma (406 a.C.): La Casa VIIb
Al di là della scala monumentale pubblica e politica, l’archeologia agrigentina ha saputo indagare e restituire voci silenziose appartenenti alla sfera privata, al trauma psicologico e alla religiosità minuta. Una narrazione straordinariamente potente in questo senso proviene dalle indagini estensive condotte tra il 2023 e il 2026 sul settore del II Quartiere residenziale a nord della Collina dei Templi e a ridosso della Via Sacra, in un perimetro delimitato dal Tempio D (Tempio di Giunone Lacinia) e dal Tempio F. Il focus si è concentrato sulla “Casa VIIb”, identificata come un complesso oikos domestico di età prettamente classica.
Questo settore, che vanta tecniche costruttive originali in mattone crudo (adobe), reca ancora evidenti e commoventi i morsi della più disastrosa catastrofe vissuta dall’antica Akragas: la devastazione e il saccheggio subiti durante il mortale assedio del 406 a.C. a opera dell’esercito cartaginese guidato dal generale Imilcone. Le fonti letterarie, con Diodoro Siculo in testa, narrano di un tragico esodo di massa della popolazione, costretta ad abbandonare precipitosamente nel cuore della notte ricchezze incalcolabili per rifugiarsi in territorio gelooise, prima che la tirannide cartaginese si abbattesse ferocemente sottomettendo la roccaforte greca fino alla futura liberazione operata da Timoleonte di Corinto quasi un secolo più tardi.
La testimonianza fisica e antropologica di questa fuga disperata è stata cristallizzata nel ritrovamento, all’interno della Casa VIIb, di un ricchissimo deposito votivo privato, deliberatamente nascosto e sistemato in una logica stratigrafica appena superiore ai livelli di distruzione bruciati della casa. Gli archeologi diretti da Maria Concetta Parello hanno estratto con metodico scrupolo un giacimento composto da non meno di sessanta manufatti fittili integri e frammentari: eleganti statuette in terracotta, volti e protomi muliebri destinate ai culti ctoni femminili, lucerne per il fuoco sacro, coppe e vasi in miniatura impiegati per le libagioni liquide, frammenti in lega bronzea, e un cospicuo mucchio di resti ossei di origine animale, esiti di numerosi sacrifici cruenti per pasto cerimoniale in onore della divinità.
Il rinvenimento ha rivelato anche un commovente rito fondativo arcaico: davanti alla sede della futura porta principale, i costruttori o i padroni di casa avevano sotterrato un’offerta sacrificale, accuratamente combusta e infiggendovi sopra un chiodo di metallo per fissarla magicamente, al fine di creare un campo di protezione magico-religiosa contro gli spiriti maligni o l’ingresso della sventura.
L’atto di raccogliere in fretta una simile messe di divinità protettrici (i Lari e i Penati della concezione greco-siceliota), abbandonandoli poi in un ripostiglio collettivo scavato a fatica tra le ceneri ancora calde o durante un furtivo ritorno post-assedio, rappresenta materialmente il dolore descritto da Diodoro, quando parla degli Akragantini forzati a rinunciare a “tutto quello che aveva costituito la loro felicità”. Questo deposito cessa di essere un banale accumulo di coroplastica per assurgere a documento psicologico di una comunità mutilata, che tramite il seppellimento intenzionale cerca un ultimo e disperato appiglio per placare la furia degli dèi e preservare intatta la memoria e la dignità della propria stirpe in attesa di un futuro, forse impossibile, ritorno.
Conclusioni: L’Incessante Stratificazione verso Agrigento 2025
Il panorama emerso dalla sterminata sequela di interventi sul campo condotti da un ventaglio di forze accademiche multidisciplinari impone, di fatto, una totale riscrittura dei manuali di architettura antica pertinenti alla Sicilia meridionale. Agrigento, spogliata della vesta riduttiva di semplice e passivo parco di templi dorici in disfacimento ereditata dalla visione pittoresca ottocentesca, si staglia oggi come uno dei teatri operativi più complessi della topografia storica mediterranea. La città si palesa come una compagine in perenne fermento urbanistico: si evolve assecondando prima l’ambizione ellenistica dell’agorà superiore con le sue spianate scenografiche e l’interruzione della viabilità ortogonale ; assimila i dogmi della devozione imperiale giulio-claudia innestando rostri sacrali e ammantando di toghe ufficiali la propria orgogliosa magistratura municipale ; fino ad accogliere i fedeli cristiani nelle absidi policrome ricavate sulle pietre nude delle spoliate gradinate del teatro.
Dai monumentali acquedotti arcaici della krene di Terone alle sofisticate suspensurae di età romana , fino alle solenni epigrafi consolari superstiti nella fiamma delle calcare barbariche e ai riti domestici soffocati dalle ceneri dell’odio punico , non v’è un centimetro di terra che non documenti una sovrapposizione brutale o un delicato adattamento funzionale. Le innovazioni applicate nel campo dell’anastilosi e dei modelli digitali di resina reversibile garantiscono oggi che la fruizione moderna non violi il rigore della Carta di Venezia, restituendo dignità ai frammenti offesi dal tempo.
Tale prodigiosa ricchezza sotterranea assume una caratura strategica insostituibile nel momento in cui l’urbe si prepara a vestire i panni di “Capitale Italiana della Cultura 2025”. Attraverso un fitto calendario di rassegne sul teatro classico, concerti nella Valle dei Templi, esposizioni dedicate all’ibridazione culturale dei reperti (come la mostra “Scart” e i progetti di accessibilità digitale “Mudia 4 all”) e simposi filosofici sulle rovine empedoclee, questo straordinario archivio litico non solo narrerà la storia di chi cadde sotto i colpi di Cartagine o fiorì all’ombra del Palatino, ma certificherà la capacità imperitura di Agrigento di proiettare la propria memoria – rigenerata dalle scienze archeologiche e del restauro – ben oltre i confini del proprio tempo.


Frane e cedimenti: la collina inquieta di Agrigento