Il Quadrivio della Spina Santa in una cartolina, che reca in calce la sobria dicitura «GIRGENTI – Quadrivio», ci restituisce uno di quei nodi della topografia urbana che la storia ufficiale trascura e che pure costituivano uno degli angoli economicamente più rilevanti della vita quotidiana: lo spiazzo dove più strade si davano convegno, dove la città costruita sulla rupe scendeva a incontrare i sentieri della campagna e le vie del traffico. Lo sguardo del fotografo, posto a livello del suolo, abbraccia l’intero invaso del crocevia e lo consegna in tutta la sua schietta verità: una piazza di terra battuta, senza selciato, solcata dalle rotaie che le ruote dei carri vi avevano inciso nel tempo.
L’antico fabbricato
Domina la scena, al centro, un edificio a due elevazioni dal coronamento a timpano triangolare, l’unico fabbricato di una certa dignità architettonica nell’insieme. Al piano superiore si aprono finestre regolari; al piano terra, vani scuri e profondi che la consuetudine dei crocevia induce a leggere come botteghe, fondaco o osteria — quegli esercizi che sorgevano puntualmente là dove il viandante, il mulattiere e il carrettiere facevano sosta. Alla sua sinistra si allineano costruzioni più basse e dimesse, rustiche, a un solo piano, con piccole aperture: case e ricoveri di margine, dove l’edificato si sfilaccia e cede il passo alla terra aperta. Sulla destra una modesta struttura biancheggia recando un’iscrizione che la grana dell’immagine non consente di decifrare con sicurezza — verosimilmente un’insegna commerciale, testimonianza minuta di quella economia di soglia che animava il quadrivio.
Sullo sfondo Girgenti
Sullo sfondo, a chiudere l’orizzonte, sale il colle fittamente edificato della vecchia Girgenti: le case addossate l’una all’altra lungo il pendio, la città storica arroccata in alto. È questo il dato topografico decisivo che la cartolina ci offre: il Quadrivio si colloca sotto il nucleo antico, in posizione liminare, là dove l’abitato urbano confina con la distesa rurale. Una soglia, appunto, più che un luogo.
A scandire la modernità che si affaccia, lungo la via si ergono i pali del telegrafo (o della prima elettrificazione): segno discreto ma eloquente del nuovo secolo che entrava, con i suoi fili, in un paesaggio ancora interamente governato dalla trazione animale.
Ed è proprio la vita di questo paesaggio a costituire il cuore dell’immagine. Le figure umane — poche, raccolte presso gli edifici e disseminate nello spiazzo, nelle vesti scure dell’epoca — non posano: sono sorprese in un momento qualunque del transito. Accanto a loro, i veri protagonisti del commercio girgentano: i muli, di cui almeno uno appare bardato e carico, e il carretto dalle alte ruote raggiate che staziona sulla destra. In questa convivenza di uomini, bestie da soma e carri si legge per intero l’economia dei trasporti di una Girgenti che, all’alba del Novecento, viveva ancora del ritmo lento e tenace della soma e del basto.
Carrettieri e mulattieri
Conviene qui allargare lo sguardo dall’immagine al contesto.
Il crocevia era luogo eminentemente commerciale perché vi convergevano i prodotti del contado e i carichi destinati al porto: il grano e le mandorle del latifondo, l’olio, e soprattutto lo zolfo, di cui l’agrigentino era allora il cuore minerario d’Europa e d’Italia. Carrettieri e mulattieri erano le vene di questo organismo: trasportavano verso il caricatore di mare ciò che la terra e le miniere producevano, e riportavano all’interno le merci d’importazione.
Un quadrivio come la Spina Santa era, per natura, punto di sosta e di mercato minuto: vi si abbeveravano le bestie — e quella bassa struttura muraria che si scorge in primo piano a sinistra potrebbe essere, con ogni verosimiglianza, proprio un abbeveratoio o una fontana pubblica —, vi si trovava da bere e da mangiare, vi si scambiavano notizie e contrattazioni. Il toponimo stesso, con quel richiamo alla Spina Santa, lascia supporre la presenza in loco di una devozione o di un’edicola votiva, secondo la radicata consuetudine siciliana di consacrare gli incroci: ma su questo, conoscitore com’è della memoria sacra dei Suoi luoghi, sarà la Sua erudizione a dire l’ultima e fondata parola.
In definitiva, questa cartolina non documenta un monumento, bensì qualcosa di più raro e più prezioso: il respiro feriale di Girgenti. Un crocevia di terra battuta dove la rupe antica e la campagna si tendevano la mano, e dove il commercio della città si misurava non in opifici e binari, ma in passi di mulo, cigolìi di ruote e voci di carrettieri.


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