Su Agrigento, nella sua opera “De Rebus Siculis”, Tommaso Fazello, frate domenicano e storico siciliano del XVI secolo, narra che gli “ultimi avanzi” del grandioso tempio caddero a terra in un giorno preciso: 9 dicembre 1401
Egli scrive circa 130-150 anni dopo il presunto evento, attingendo probabilmente a documenti dell’archivio cittadino di Agrigento o a tradizioni orali ancora vivide.
Secondo Fazello, prima del crollo rimanevano in piedi tre giganti che sostenevano una parte del cornicione.
La caduta di questi elementi segnò la fine definitiva della visibilità della struttura come edificio, riducendola al cumulo di pietre che oggi osserviamo nella Valle dei Templi.
«Id templum, licet processu aevi corruerit, pars tamen eius tribus gigantibus columnisque suffulta diu post superstitit: quam Agrigentina urbs insignibus suis additam adhuc pro monumento habet. Inde Agrigentinis vulgatum carmen:
Signat Agrigentum mirabilis aula Gigantum.
At tandem Agrigentinorum incuria anno Salutis 1401, 5 Id. Decemb. 10 Indict. in extremas ruinas obiit, nihilque hodie eo cernitur loco, quam insanarum molium cumulus, Palatium gigantum vulgo adhuc appellatus, ut hoc epigrammate — imperitiam barbariemque puram sonante a poeta quodam eius seculi, et casum, et tempus memoriae (dum prosternabatur) proditum in Archivio Agrigentino inveni:
« Inclyta bellorum fuit gens Agrigentinorum
Pro cuius fastis magna virtute peractis.
In sola digna Siculorum tollere signa
Gigantum trina cuneorum forma sublimia.
Paries alta ruit, civibus incognita fuit.
Magna gigantea cunctis videbatur ut dea.
Quadringenteno primo sub anno milleno
Nona Decembris deficit undique membris,
Talis ruina fuit indictione bisquina».
Ha scritto a commento dei versi lo storico agrigentino Michele Caruso Lanza: “Originali questi versi i quali contengono ciascheduno in se stesso la rima o una semplice assonanza!
Ecco la mia traduzione: «Questo tempio, sebbene nel decorso dei secoli era precipitato, pure una parte di esso sostenuta da tre giganti, e da colonne stette poi lungamente ferma. Quale parte la città di Agrigento avendo messo nelle sue insegne tiene ancor oggi come un ricordo. Indi dagli Agrigentini fu divulgato il motto «Signat Agrigentum mirabilis aula gigantum».
Ma alla fine per incuria dei cittadini nell’anno della salute 1401, 9 Dicembre, 10. Indizione, cadde nell’estrema ruina, ed oggi in quel luogo non si scorge altro che un cumulo di smisurate macerie, chiamato tuttavia dal popolo il tempio dei giganti: ed io rinvenni nell’Archivio Agrigentino pubblicato l’avvenimento e la memoria del tempo in cui (il sacro edificio) crollava: in questo epigramma di un certo poeta, nel quale si decanta ohimè! la crassa ignoranza di quel secolo barbaro.
Forte in guerra fu il popolo di Agrigento
A cagion delle sue gesta con gran valor compiute
Tu sola fra i Siculi fosti degna di porre nel tuo stemma L’emblema sublime di tutti e tre i giganti.
Ma l’alta mole crollava, e i cittadini non ne seppero nulla
Sembrava a tutti una grande gigantesca dea.
Nell’anno millequattrocentouno
Il nove dicembre venner meno da ogni parte le sue membra
E tale mina fu nella decima indizione».
E lo stesso Caruso Lanza aggiunge: rinvenni nell’Archivio Agrigentino pubblicato l’avvenimento e la memoria del tempo in cui (il sacro edificio) crollava: in questo epigramma di un certo poeta, nel quale si decanta ohimè! la crassa ignoranza di quel secolo barbaro.
«Quae veteris super una tibi monumenta decoris
Magnorum testes operum, gazaeque potentis
Virtutumque fuere, Acragae gens clara, tuarum
Reliquiae cecidere, et terno Atlante revulso
Sublimes miseram muri oppetiere ruinam.
Nunc ubi sunt Siculis regno de principe signa
Quae referas? Oppressa jacent foedisque sepulta
Ruderibus, quarum spoliis se nono decembris
Unius et mille et centum quatuor induit anni
Lux inimica, tua clade et squalore triumphans».
«Quelle che ti restavano come uniche memorie dell’antico decoro,
testimoni di opere grandiose, di formidabile ricchezza
e delle tue virtù, o illustre stirpe agrigentina,
sono crollate e, abbattuto il triplice Atlante,
le sublimi mura sono andate incontro a una misera rovina.
Ora, dove sono i segni del regno che fu il primo tra i Siculi,
che tu possa tramandare? Giacciono oppresse e sepolte
sotto informi macerie, delle cui spoglie il nove di dicembre
dell’anno millequattrocentouno si ammantò
un giorno funesto, trionfando sulla tua rovina e sulla tua desolazione».
Fazello nella sua “Storia della Sicilia” sottolinea l’importanza dei versi dell’anonimo poeta agrigentino.
Versi preziosi, non perché gli esametri del vate agrigentino abbiano pregi letterari particolari ma perché da essi apprendiamo non solo che:
“…sotto il pondo delle gravi e grosse
Mura, piegando i tre Giganti il collo
E le ginocchia, e le robuste spalle,
Ch’eran di quella mole alto sostegno.
Misere andar nella rovina estrema „
Ma ci fanno altresì conoscere che
“…e ‘l dì funesto
Ch’elle andaron per terra, il dì fu nono
Del mese di Decembre, e della nostra
Salute, l’anno si girava intorno
Mille, quattrocent’uno”
L’evento del 1401 è diventato un pilastro dell’identità cittadina. La città di Agrigento ha trasformato la memoria di quel crollo in un simbolo di continuità storica attraverso il suo stemma.
Evoluzione dello stemma cittadino
Prima del XV secolo, Agrigento era rappresentata da simboli legati alle sue tre colline o al suo castello medievale. Dopo il 1401, lo stemma fu modificato per includere le tre figure dei Telamoni (i Giganti) che sorreggono le tre torri del castello. Questa scelta araldica celebra la maestosità delle antiche rovine proprio nel momento della loro definitiva scomparsa fisica come edificio integro.
Il motto “Signat Agrigentum mirabilis aula gigantum” non è solo un riferimento poetico, ma un sigillo che lega la città moderna (Girgenti) al suo passato classico (Akragas) attraverso il trauma del 1401. Questo dimostra che, nella percezione storica, un evento può essere reale per le sue conseguenze culturali anche quando la sua natura fisica rimane indimostrata
Il motto aula in latino significa aula, corte, reggia. Ha scritto Caruso Lanza “ed a questo appellativo (aula), per conto proprio essi aggiunsero il qualificativo mirabilis, degno di ammirazione, meraviglioso: i contemporanei, che avevano il monumento sotto gli occhi dicevano che la loro città veniva controdistinta da una corte meravigliosa abitala da giganti:
Ed anche qui ripeto il solito argomento : la fantasia popolare non avrebbe potuto attribuire quel titolo altisonante all’ultimo cantone di un edificio dirupato, ad un rudere giacente in mezzo alle macerie; giacche quel titolo di mirabilis aula gigantum e le frasi dei due poeti : parie* alta et sublimes muri presentano alla nostra immaginazione l’idea di un’opera sontuosa ed imponente.
Per tanto, è mia convinzione che il nostro tempio fino al giorno della sua caduta si sia trovato in uno stato di buona conservazione apparente — almeno — mentre poi il tempo (1850 anni, dal 450 a. C. al 1401 dell’era nostra) non era passato sovr’esso senza recarvi ingiuria.
Come si vede esiste contraddizione tra la versione del Fazello e quella dei due poeti del tempo. Certamente meriterebbero maggiore credito coloro che videro coi propri occhi, anzi che colui, il quale raccolse memorie e tradizioni un secolo e mezzo dopo; però io credo di conciliare le loro differenze in questa maniera, che mi sembra naturale:
prima del 1401 qualche parte del tempio era cominciala a crollare; ma la parte maggiore (quella che conservava il concetto dell’opera e della sua grandiosità, per cui un poeta potè paragonarlo al corpo di una dea gigantesca, e l’altro lo indicò come il monumento più importante di tutta la Sicilia) stava ancora ferma al suo posto”.
Elio Di Bella


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