La “guerra” per i diritti sull’unica fonte d’acqua del borgo portuale di Girgenti (oggi Porto Empedocle) nel 1834, fra cittadini e autorità militari borboniche.
Girgenti 18 Settembre 1834
In questa Borgata (n.d.r. Molo di Girgenti, oggi Porto Empedocle) la popolazione è di molto accresciuta, e che nello stato vi è gran concorso di persone, che concorrono per la immissione dei generi nel Cariadore, e che questi tutti bisognano usare dell’acqua, come no dei principali elementi, intanto i servi di pena i quali non sono ad altro obbligati, che a portar l’acqua alla Truppa e nel Borgo, per come fu stabilito da questo Sig. Comandante della Valle dietro di avere inteso i reclami dalla Popolazione, che veniva impedita dai servi di pena di riempier l’acqua,
essi intanto in isprezzo di tal ordine dallo spuntar dell’alba sino alle ore ventiquattro fanno il traffico di riempier l’acqua pei particolari (n.d.r. cittadini) dai quali sono pagati e proibiscono la povera gente di avvicinarsi alla fonte fin anco per dissettarsi.
Dalle ore ventiquattro sino a giorno il Capitano del Porto Girgenti riempie d’acqua la conserva al Molo, per l’uso dei Legni ( n.d,r. navi), quindi la popolazione resta priva dell’acqua sì di giorno, che di notte; in tale stato di disperazione, in una stagione tanto calorosa si sono diretti a bucare di notte tempo il corso dell’acqua (n.d.r. le condutture idriche) per così dissetarsi e riempiono qualche poco, e se non si fossero usate delle buone maniera sarebbero accaduti proibitivi sconcerti
” Ad impedire tali inconvenienti due cose credersi, che verrebbero opportune, la prima di richiamare in esatta osservanza la disposizione del Sig, Comandante la Valle relativa a proibire ai servi di pena di riempier l’acqua pei particolari, di modo che servita la Truppa ed i forzati, resta la fonte libera a poter qualunque usanza in privativa riempire l’acqua;
in la seconda cosa sarebbe di far costruire secondo richieda, il Docciolato, che conduce l’acqua, mentre questa viene meno non solo per fatto della popolazione, che in alcuni parti l’ha rotto, ma ben sì per la mala costruzione, e bisogna che fosse governato dal Maestro d’acqua, per il quale il governo paga un salario, e non già da un servo di pena come lo è attualmente, e così mi lusingo, che possa levarsi dalle radici questo inconveniente, ed intanto le replico dalla Polizia non si mancherebbe di sorvegliarvi, sebbene se pria non si acconcia almeno credo inutile qualunque sorveglianza. Ed io lo rassegno a lei per la superiore intelligenza in riscontro al sopra indicato di venerato foglio.
L’Ispettore Commissario
Carlo Catalisano
Dopo questa richiesta venne proposto all’Intendente Giovanni Daniele di realizzare due condotte per separare l’acqua destinata ai soldati, ai prigionieri e alle navi dall’acqua destinata alla popolazione della Borgata. Viene inoltre fatto rilevare che donne ancora giovani, “zitelle” sono costrette di notte a lasciare le case per andare ad attingere l’acqua con grande preoccupazione per la loro sicurezza.
Il Sindaco del Borgo, Gerlando Contarini, si oppose adducendo che prima esisteva un Bevaio che in contrada Spinola raccoglieva l’acqua che scendeva dalla montagna e serviva per la popolazione, ma questo impianto idrico è stato da tempo abbandonato. Si chiede pertanto di ripristinarlo per garantire l’acqua alla popolazione che così non dovrà attingere servirsi dell’acqua destinata al Forte, alla prigione e alle navi.
Non è noto quale decisione sia stata adottata
commento
A Porto Empedocle (all’epoca “Molo di Girgenti”) l’anno 1834 vide emergere una vera e propria “guerra dell’acqua” tra popolazione civile e autorità militari/penitenziarie. Il documento analizzato – una corrispondenza tra il sindaco Gerlando Contarini e i vertici dell’amministrazione borbonica – evidenzia come la carenza d’acqua e il monopolio delle risorse idriche creassero tensioni sociali profonde.
Nel XIX secolo siciliano, sotto dominio borbonico, le risorse venivano gestite in modo centralizzato e spesso inefficace.
Il Molo di Girgenti era un porto strategico per l’economia locale (soprattutto granaria), ma “le sue infrastrutture erano spesso inadeguate” a soddisfare sia la popolazione residente sia gli equipaggi in transito.
In questo contesto la competizione per l’unica fonte disponibile generò un conflitto dai risvolti economici e sociali significativi.
Approvisionamento idrico unico e precario
Il documento conferma che a Porto Empedocle esisteva un unico punto di approvvigionamento, un “capo d’acqua” situato al centro della piazza principale, servito sia ai cittadini del borgo sia alle imbarcazioni nel porto.
Tale situazione di monoutilizzo favoriva rivalità. Non a caso l’ingegneria locale lamentava già allora la “cattiva costruzione dell’acquidotto” e il fatto che l’acqua “ripiena di terra… certamente fa male alla salute pubblica”.
La sorgente era inquinata, aggravando i problemi di salute in un’epoca priva di adeguate conoscenze igieniche. Questa carenza infrastrutturale esacerbò l’emergenza: un’unica fonte danneggiata doveva distribuire acqua sia alla popolazione che all’arsenale locale (per navi e militari), creando un regime di carenza cronica.
Gerarchie d’accesso e tensioni sociali
Dal testo emerge chiaramente una gerarchia sociale nell’accesso all’acqua. I “servi di pena” (i detenuti impiegati come lavoratori forzati) e i militari avevano la precedenza su tutti gli altri.
Ogni mattina all’alba questi lavoratori coatti riempivano l’acqua con le botti e la portavano nelle case private, monopolizzando di fatto la risorsa. La popolazione civile, invece, veniva “costretta ad andarci di notte”.
Questa disparità costringeva le persone comuni (in particolare le donne giovani, indicate come “zitelle”) a spostarsi al buio per procurarsi l’acqua.
L’atto stesso definisce questa pratica “indecente” per la sicurezza e la morale di quelle donne.
L’analisi storica nota come tale privilegio militare e penale nell’uso dell’acqua «illumina le tensioni sociali e le disparità di trattamento» all’interno della comunità.
In sostanza, l’autorità militare anteponeva il proprio fabbisogno a quello civile: si veniva a creare una vera e propria contesa tra usi militari/penitenziari (forze dell’ordine, carceri e forniture alle navi) e bisogni quotidiani dei cittadini.
Autorità civili vs militari: burocrazia e potere
Il conflitto non era solo sociale ma anche amministrativo.
Il sindaco Contarini (rappresentante del comune) dovette negoziare con il comando militare locale e con il dirigente degli «Lavori Reali» del Regno.
Propose di dividere il flusso d’acqua in due metà – una per la truppa e una per la popolazione – “portando la metà in un punto comodo a tutti gli individui”.
Tale soluzione pratica venne però respinta da Comandante e Ingegnere.
Essi giudicarono “frivola” la richiesta e sollecitarono il sindaco a comprendere che l’acqua era “necessaria a provvedere i legni ancorati in questo Porto, e per servizio del Bagno… dei servi di pena e militari”.
In altre parole, le autorità militari affermavano che lo sviluppo portuale (navi e stabilimenti militari) richiedeva tutta l’acqua disponibile, lasciando la popolazione civile in secondo piano.
Il rifiuto rispecchia un atteggiamento burocratico, poco disposto a concedere risorse alla comunità: invece di spalmare equamente l’acqua, venne suggerito di riattivare un vecchio fontanile abbandonato.
Proposte di soluzione e memoria storica
Di fronte alla resistenza del comando militare, il sindaco Contarini evidenziò un’antica alternativa: nelle vicinanze vi era un “Bevajo di Spinola”, un abbeveratoio fornito da una sorgente montana, ora in disuso. Egli ricordò che la popolazione aveva utilizzato quell’acqua “da circa un secolo”, rivendicando un diritto storico all’uso di quella risorsa.
In pratica, propose di ripristinare quest’antico impianto (o aprirne uno nuovo) invece di dividere la fonte corrente.
Questa richiesta testimonia come la memoria collettiva (l’acquisto “storico” del diritto all’acqua) venisse usata come argomento politico-sociale. Le autorità militari, dall’altro lato, manifestarono scarso interesse a questa soluzione; il documento lascia capire che venne lasciato tutto in sospeso, senza una decisione chiara.
Impatto economico e sociale
La disputa sull’acqua ebbe evidenti ripercussioni economiche e sociali.
Sul versante civico, l’impossibilità di attingere acqua potabile al giorno impediva alle famiglie di svolgere le normali attività produttive e domestiche, aggravando povertà e malattie.
Da un punto di vista commerciale, la scarsità idrica poteva danneggiare anche il funzionamento del porto: come osserva il documento, l’acqua era impiegata anche per le “legni” (le navi) ormeggiate.
Un approvvigionamento insufficiente avrebbe rallentato le operazioni di carico e scarico (soprattutto di cereali) e aumentato i costi logistici, con ricadute sull’economia agraria circostante.
Inoltre, si crea una sorta di mercato nero delle risorse idriche: i servi di pena vendevano in pratica l’acqua alle famiglie (siccome ne portavano nelle case), generando un guadagno privato su una risorsa pubblica. Questo sottraeva ricchezza al bilancio comunale e acuiva la disuguaglianza economica.
Eliminare questi ostacoli avrebbe beneficiato l’economia locale: garantire un flusso d’acqua libero ed equo avrebbe migliorato la produttività delle attività quotidiane e salvaguardato la salute pubblica (riducendo malattie dovute all’acqua sporca).
Avrebbe anche ridotto i costi indiretti legati ai conflitti – dal controllo della popolazione al potenziale degrado sociale – e tutelato le donne più vulnerabili da rischi notturni. Il dialogo faticoso tra sindaco e militari mette in luce i limiti di un’amministrazione borbonica che spesso privilegia motivi strategici a scapito del benessere locale.
Conclusioni storiche
L’analisi di questo documento mette in luce un quadro sociale e amministrativo complesso. Il diritto all’acqua – risorsa vitale – divenne il metro del rapporto tra popolazione civile e potere militare a Girgenti. Da una parte, i cittadini rivendicavano il proprio diritto all’uso dell’acqua (“acqua che si possiede da questa popolazione da circa un secolo”) e cercavano soluzioni collettive, dall’altra il governo centrale mostrava rigidità, limitando le concessioni alle esigenze statali.
La vicenda conferma che, in un’economia portuale cerealicola come quella del Girgenti dell’Ottocento, le infrastrutture idriche erano cruciali: qualsiasi interruzione o controllo infliggeva costi economici e sociali gravosi. Inoltre, la storia sottolinea come la popolazione locale non fosse passiva, ma si organizzasse per difendere i propri interessi – un primo tentativo di “diritti civili” sull’accesso alle risorse naturali.
In sintesi, il conflitto idrico del 1834 a Porto Empedocle riflette tensioni più ampie: da un lato l’organizzazione statale borbonica e militare, dall’altro i bisogni quotidiani dei cittadini e la loro domanda di un’amministrazione equa.
Le conseguenze economiche furono concrete: salute pubblica compromessa, rallentamento del commercio cerealicolo e rischi di instabilità sociale. Questo episodio storico testimonia dunque come il diritto all’acqua sia sempre stato un tema cruciale per la coesione sociale e lo sviluppo economico locale, anche nel contesto del Regno delle Due Sicilie.
Elio Di Bella


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