Il litorale agrigentino, situato geograficamente nella Sicilia sud occidentale, subì devastazioni incalcolabili. Tra i bersagli più ambiti dai corsari barbareschi vi erano i “caricatori“, enormi infrastrutture portuali dedicate allo stoccaggio e all’esportazione del grano e dei cereali siciliani.
Il Caricatore di Girgenti, corrispondente all’odierna Porto Empedocle, rappresentava un vitale polmone economico e divenne vittima ricorrente di incursioni e arrembaggi.
L’intero litorale agrigentino offriva innumerevoli approdi naturali non protetti.
I predoni sbarcavano sfruttando le calette riparate dai venti e celate alla vista delle guardie cittadine: luoghi come Punta Bianca, la baia di Punta Grande, Bovo Marina, Pietre Cadute, Lido Rossello e, soprattutto, Punta di Majata.
Quest’ultimo affascinante promontorio di candida roccia marnosa assunse proprio in questo drammatico periodo la denominazione storica di Scala dei Turchi, poiché la sua conformazione a gradoni degradanti sul mare forniva ai pirati barbareschi (comunemente chiamati “turchi” dalle popolazioni locali) uno scalo perfetto e riparato per penetrare nell’entroterra di Realmonte e razziare i casali.
La violenza di questi sbarchi generò un trauma collettivo così profondo che il disperato grido d’allarme “Mamma, li Turchi!“, lanciato al rintocco delle campane a martello, è penetrato indelebilmente nella cultura popolare della regione.
Il Sistema di Difesa e le Torri Costiere
Per lungo tempo la difesa dell’isola fu lasciata a iniziative isolate e frammentarie di nobili e comunità locali. Di fronte all’escalation della minaccia barbaresca e all’incubo di invasioni su vasta scala, si rese necessaria una riorganizzazione. Un fulgido esempio di architettura militare fu eretto proprio a difesa del Caricatore di Girgenti: la Torre di Carlo V a Porto Empedocle.
Voluta nel 1554 dal viceré Giovanni De Vega e progettata dall’ingegnere Antonio Ferramolino, la fortezza assunse la forma di una poderosa piramide tronca a base quadrata di oltre ventisei metri per lato, con mura spesse fino a sei metri, concepite appositamente per resistere ai moderni colpi d’artiglieria dei vascelli corsari.
Nei secoli successivi, la torre mantenne la sua funzione difensiva fino a trasformarsi, a partire dal 1780, in un severo bagno penale borbonico, tristemente noto per l’eccidio di prigionieri asfissiati e arsi vivi nel 1848, evento narrato in epoca contemporanea dallo scrittore Andrea Camilleri.
Tuttavia, una singola fortezza non bastava a proteggere un’isola. Nel 1579 il Parlamento siciliano approvò il finanziamento di una cintura continua di fortificazioni.
Nel biennio 1583-1584, l’ingegnere fiorentino Camillo Camilliani ricevette dalla Deputazione del Regno l’incarico di mappare le coste e progettare un sistema integrato di torri di guardia intercomunicanti.
Le torri, spesso quadrate, dovevano accendere fuochi di notte o produrre fumo di giorno; i segnali ottici venivano rilanciati da un presidio all’altro, permettendo all’allarme di cirumnavigare l’isola in tempi rapidissimi.
Denominazione della Torre
Localizzazione Costiera nel Litorale Agrigentino
Torre delle Maragar (o di Magagnano) Area occidentale estrema, litorale di Sciacca
Torre di Capo S. Marco
Promontorio strategico nel territorio di Sciacca
Torre di Conca d’Oro Difesa delle coste di Sciacca
Torre Macauda Settore di confine verso il territorio di Ribera
Torre di Capo Bianco A protezione dell’area di Eraclea Minoa
Torre Marinata Posizione litoranea centrale
Torre Felice (o di Garibici) Interposta tra i territori di Siculiana e Realmonte
Torre di Monte Rosso Promontorio di Realmonte, edificata intorno al 1557
Torre di Monte Rossello Struttura a dominio della baia del Rossello
Torre di Girgenti Custode del vitale Caricatore (attuale Porto Empedocle)
Torre di Palma Difesa costiera presso Palma di Montechiaro
Torre di S. Carlo Presidio del litorale orientale agrigentino
Torre di Gaffe Posizione strategica tra Palma di Montechiaro e Licata
Torre di S. Nicolò Protezione della fascia costiera di Licata
L’Economia della Schiavitù e la Redenzione
Dietro le incursioni si celava un florido e spietato mercato: l’economia della schiavitù. Nel Mediterraneo della prima età moderna, l’essere umano era divenuto la merce per eccellenza. Centinaia di migliaia di europei catturati venivano trascinati nei mercati magrebini per essere condannati ai lavori forzati, al remo o rinchiusi negli harem, mentre i corsari cristiani compivano analoghe crudeltà catturando schiavi musulmani.
Per tentare di arginare il disastro demografico e umano, in Sicilia sorse l’Arciconfraternita della Redenzione dei Cattivi (dal latino captivus, prigioniero), i cui capitoli furono approvati a Palermo nel 1585. L’organizzazione strutturò una complessa rete di raccolta fondi: nelle chiese di ogni provincia, Agrigento inclusa, furono posizionate le “casce” per le elemosine, e i notai ricevettero l’obbligo formale di proporre ai moribondi la stipula di lasciti testamentari in favore dell’ente.
Il denaro raccolto finanziava l’invio di delegati in terra d’Africa, i quali intavolavano estenuanti trattative diplomatiche con i corsari per pagare il riscatto e riportare a casa migliaia di siciliani, come puntualmente documentato nei mastri archivistici sopravvissuti sino ai giorni nostri.
Le Leggende Popolari Forgiate dal Sangue
Il trauma costante della pirateria si innestò nel profondo della psiche popolare, trasfigurandosi in potenti miti e leggende. Sulla costa di Realmonte si tramanda ancora oggi la lugubre fama della Grotta degli Schiavi (nota anche come Grotta delle Fragole), una vasta cavità naturale crollata negli anni Trenta del Novecento, utilizzata dai corsari saraceni per ammassare temporaneamente i prigionieri in attesa di caricarli sulle galee dirette a Tunisi.
Nell’entroterra, presso Caltabellotta, i racconti popolari favoleggiano di grotte ricolme dei tesori nascosti dai predoni saraceni prima delle loro fughe, cariche di oscure maledizioni e rituali di sangue necessari per potersene appropriare.
Di stampo nettamente salvifico è invece la radicata devozione per San Calogero, l’amatissimo santo dalla pelle nera venerato ad Agrigento, Sciacca, Naro e in molti centri della provincia. Secondo le credenze popolari, l’eremita dalle fattezze palesemente africane o orientali divenne il baluardo spirituale del popolo contro le orde islamiche, proteggendo la città di Agrigento e i raccolti dalle incursioni e propiziando la cacciata dei pirati.
A livello regionale, commuove da secoli la struggente leggenda di Scibilia Nobili. Rapita a Marsala durante un feroce assalto comandato dal famigerato Dragut, la nobildonna fu condotta nell’harem in Barberia mentre il figlio piccolo veniva spietatamente ucciso.
Per liberarla, la famiglia dovette versare un enorme riscatto in Reali di Spagna colonnati (le pregiate monete d’oro pretese dai pirati). La donna, pur riportata in patria, morì di crepacuore pochi giorni dopo il ritorno, segnata nell’anima dall’orrore vissuto.
Altrettanto cupa è la leggenda trapanese del Capitano Serisso, marinaio o corsaro egli stesso, che di ritorno da una spedizione punì il tradimento coniugale esponendo la testa decapitata della moglie sulla porta della sua dimora, in una via che tuttora porta il suo nome.
Elio Di Bella


La guerra per l’acqua a Porto Empedocle due secoli fa