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casa di contadini
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Agrigento e oltre: quando la campagna contava più della città

14 Maggio 2025 //  by Elio Di Bella

La storia degli insediamenti urbani e rurali in Sicilia, ed in particolare ad Agrigento, è caratterizzata da profonde trasformazioni legate a dinamiche politiche, economiche e sociali che si sono succedute nel corso dei secoli.

Periodo Tardoantico e Altomedievale (V – XI secolo):

In età tardoantica, la Sicilia centrale conobbe un periodo di crisi   dopo il V secolo

Parallelamente, nella stessa Agrigento si osservava una contrazione dello spazio urbano a partire dal III secolo d.C., con la comparsa di aree cimiteriali all’interno delle mura, suggerendo un parziale spopolamento della città.

Tuttavia, questo fenomeno non si tradusse necessariamente in una crisi generale, poiché nelle campagne si assisteva a una crescita insediativa, con la nascita di distretti produttivo-residenziali. Questa dinamica ha portato a ipotizzare un’osmosi dall’area urbana alle campagne, diventate il fulcro della vita economica dell’isola.

L’economia siciliana sembrò uscire da una stagnazione plurisecolare a partire dal periodo dioclezianeo (fine III secolo d.C.), quando l’isola tornò ad avere un ruolo di primaria importanza per l’approvvigionamento dell’annona romana, soprattutto in seguito al dirottamento della produzione egiziana verso Costantinopoli.

Questo rinnovato interesse portò a un ripensamento dei modi e dei luoghi di produzione sull’isola, con una ridefinizione generale dell’assetto insediativo rurale a partire dal IV-V secolo, caratterizzato da insediamenti che tendono a raggrupparsi e a specializzarsi, spesso in connessione con le direttrici viarie.

Sebbene questo assetto subì una fase critica nella prima metà del V secolo, forse a causa delle incursioni vandaliche, la tendenza alla formazione di ampi distretti agricoli basati sulla settorializzazione della produzione proseguì fino al VII secolo in alcune aree, come l’entroterra occidentale di Agrigento.

Altre aree mostrano dinamiche differenziate, con abbandoni di siti nel V secolo (Valle del Mazaro, Segesta, Entella, Tindari) o continuità insediativa (Monreale).

In età altomedievale (VII – X secolo), le ricerche hanno conosciuto un considerevole sviluppo, portando alla luce nuovi dati sul paesaggio insediativo e alla formulazione di nuovi paradigmi interpretativi.

L’archeologia e la storia hanno dialogato in modo efficace per comprendere i processi di trasformazione.

La vitalità degli abitati rurali siciliani è stata da tempo sottolineata, sebbene sia necessario sfumare un modello strettamente contrastivo tra debolezza urbana e floridezza rurale.

La rete degli insediamenti rurali si sviluppava in prossimità delle vie di transito, con punti di stoccaggio (ville, vici, mansiones) per movimentare i prodotti.

Le classi rurali mostravano una capacità di sostenere la domanda economica che andava oltre i generi alimentari di base, includendo produzioni come ceramiche di pregio, oggetti in metallo, oreficeria e tessuti, conferendo alla vita rurale alcuni caratteri del consumo urbano.

Le città siciliane nel VI secolo, sebbene attraversate da fenomeni comuni alle società urbane post-antiche del Mediterraneo (trasformazione degli spazi pubblici, ridefinizione delle aree produttive), a parte Siracusa e parzialmente Catania, non sembravano caratterizzate da un particolare dinamismo socioeconomico.

Agrigento, ad esempio, appariva articolata in nuclei residenziali non completamente contigui e il suo porto cessò di funzionare tra fine VII e inizi VIII secolo.

Lilibeo subì una contrazione demografica. L’istituzione delle curie, centri amministrativi urbani per la registrazione dei beni immobili e la riscossione dei tributi, continuò a funzionare più a lungo in Sicilia che altrove, almeno fino al VI o inizi VII secolo.

Tuttavia, il ruolo istituzionale delle città si indebolì nel corso del VII secolo con l’allargamento dei luoghi della percezione tributaria anche agli abitati rurali, come testimoniato dal “Trattato fiscale” che indica il villaggio (chōrion) come centro di un distretto fiscale entro il X-XII secolo.

Dopo una crisi economica nella seconda metà dell’VIII secolo, l’organizzazione territoriale in Sicilia tende a bipartirsi in un’area occidentale musulmana e una orientale bizantina.

Entrambe le parti cercarono di potenziare il tessuto demografico favorendo l’immigrazione.

La situazione di guerra diminuì il capitale agricolo e affievolì la domanda, portando a fenomeni di temporaneo impoverimento delle campagne.

La trasformazione delle città siciliane tra Tardoantico e Alto Medioevo è un tema centrale di studio, con il passaggio metaforico da ‘polis’ (Siracusa capitale bizantina) a ‘madina’ (Palermo capitale aghlabita). Agrigento in epoca bizantina si ritirò sulla vecchia acropoli, creando un insediamento difendibile nelle caverne.

Dopo la conquista musulmana (Agrigento 828), la città, chiamata Kerkent, si espanse con aree murate (Hisn) e esterne (Rabad), e conobbe crescita demografica e urbana. L’occupazione di grotte continuò.

Periodo Normanno e Basso Medioevo (XI – XV secolo):

Con l’arrivo dei Normanni (Agrigento 1087), la città accrebbe il suo potere socio-economico, con la costruzione di nuovi edifici.

Il quartiere del Rabato, sebbene rimasto fuori dalle fortificazioni normanne, mantenne un’architettura legata all’agricoltura, non diventando luogo privilegiato per la nobiltà o la classe media che preferirono vivere all’interno delle mura.

Il paesaggio medievale siciliano è caratterizzato dal latifondo, concentrato sin dalla conquista normanna nelle mani di una ristretta cerchia di feudatari laici ed ecclesiastici.

 Questo sistema, secondo una visione storiografica, avrebbe tagliato fuori la Sicilia dallo sviluppo del Nord Italia, facendola diventare una “grande campagna” asservita agli interessi di mercanti stranieri. Il cardine dell’economia rimaneva il grano.

La popolazione rurale si concentrava nei casali (villaggi), che in molti casi continuavano l’esistenza delle villae rusticae tardo-antiche.

A metà del XII secolo, si contavano numerosi paesi e località rurali, ma era già in atto una crescita degli agglomerati urbani più sicuri, sostenuta dall’abbandono degli insediamenti sparsi e da un lento ma continuo inurbamento.

Questo processo fu parzialmente influenzato da problematiche legate alla manodopera servile e semiservile, dovute alla fuga dalle campagne di villani, musulmani sconfitti dai normanni, e greci sconfitti dai musulmani. Lo studio del “villanaggio” ha evidenziato i legami dei villani con il territorio.

La fine del XIII secolo vide scomparire l’irradiamento della popolazione rurale per gli agri che era iniziato in età araba.

La popolazione viveva concentrata in città e grossi borghi, spesso distanti, mentre le campagne apparivano deserte.

Le cause di questa concentrazione sono state individuate nelle frequenti invasioni, conflitti e nel frazionamento feudale che rendevano più sicura la vita nei centri abitati.

La peste nera del 1348 e altre calamità, unite all’insicurezza, causarono un crollo demografico e una forte emigrazione, con conseguente contrazione della produzione agricola.

Età Moderna (XVI – XVIII secolo):

Nel XVI secolo, nonostante una certa espansione agraria, la struttura della proprietà terriera e il basso livello tecnico generale rimasero un ostacolo allo sviluppo.

I contrasti tra pastori e coltivatori indicano cambiamenti nei rapporti agricoli anche nelle zone interne, a partire dalla fine del XV secolo.

La Sicilia faticava a migliorare le esportazioni, anche a causa dell’aumento del consumo interno e dell’espansione cerealicola in altre parti d’Europa.

La dipendenza dal mercato internazionale puniva la scelta baronale della monocultura granaria. La situazione di borgesi e massari (affittuari e mezzadri) divenne molto critica a fine Cinquecento.

Nel XVIII secolo, Agrigento conobbe una ripresa economica e il centro cittadino si spostò. Le riforme borboniche nel XVIII secolo tentarono di modernizzare il sistema commerciale.

XIX, XX e XXI secolo:

L’Ottocento segnò una svolta decisiva con la trasformazione della Sicilia da esportatore a importatore netto di cereali.

Questo fu dovuto all’aumento della popolazione interna e alla concorrenza dei grani russi e americani.

La lunga storia del commercio cerealicolo ha lasciato un’impronta sul paesaggio, sulle infrastrutture (strade, magazzini portuali) e sull’organizzazione sociale, che dovettero adattarsi ai cambiamenti.

Nel primo cinquantennio del Novecento, la Sicilia, in particolare le aree interne, rientrava nel paradigma di “osso” dell’Italia meridionale, caratterizzato da agricoltura estensiva (seminativi e pascolo).

Il popolamento rurale rimaneva concentrato in città e grossi borghi, con campagne spopolate.

Le infrastrutture stradali erano limitate, isolando molti comuni.

Le distanze tra i casamenti del latifondo e i comuni erano notevoli. Sebbene si registrassero lenti processi di riorganizzazione dello spazio rurale e la comparsa di unità fondiario-aziendali più dinamiche a seguito della liquidazione dei beni ecclesiastici e demaniali nel secondo Ottocento, persistevano le tracce del “latifondo nudo” con abitazioni rurali deplorevoli.

Nel secondo dopoguerra, la Sicilia, come altre regioni del Sud, vide le prime forme di abusivismo edilizio, legate a mutamenti socio-economici, crescita demografica e spopolamento delle aree interne.

L’economia cittadina di Agrigento iniziò a ruotare attorno all’edilizia e al settore terziario, a causa della progressiva contrazione dell’agricoltura e senza un significativo sviluppo industriale.

L’investimento nell’edilizia divenne una forma di investimento privilegiata, anche per le rimesse degli emigranti, in un contesto di arretratezza economica e mancanza di attività produttive.

Negli ultimi decenni, l’agricoltura ha visto una concentrazione delle attività in strutture fisicamente ed economicamente più forti, con una fuoriuscita di piccole aziende.

L’isola è stata attraversata da nuovi flussi migratori a partire dalla fine degli anni ’60, con l’arrivo di forza lavoro nordafricana nel settore agricolo e della pesca.

Successivamente, sono arrivati gruppi dall’Africa subsahariana, dall’Asia e dall’Est europeo, con la Sicilia che è diventata sia meta di permanenza che piattaforma di transito. La globalizzazione e le politiche di controllo hanno trasformato l’isola anche in una “fortezza” o “trincea”.

Le aree rurali continuano a subire il calo demografico legato all’emigrazione e alla disoccupazione. Il turismo culturale viene visto come un potenziale volano di sviluppo economico e strumento per contrastare lo spopolamento, nonostante le difficoltà nella valorizzazione dei beni culturali.

Elio Di Bella

Categoria: Cultura, In 5 Minuti, Storia SiciliaTag: agricoltura agrigento, agrigento, contadini siciliani, sicilia

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