Oggi l’eccidio di Dogali è solo una delle pagine più tristi ed oscure della storia nazionale e il suo ricordo a cento anni di distanza è anche più sfumato di avvenimenti più remoti nel tempo. Anche per noi agrigentini forse quel lontano 26 gennaio 1887 non avrebbe più alcuna risonanza se una lapide sulla facciata di Palazzo dei Giganti non stesse lì da cento anni a ricordarci che in quella tragica spedizione in Africa caddero anche alcuni giovani di Girgenti.
Alfonso Contino, Giuseppe Noto Millefiori, Carlo Palazzotto, Antonio Quartararo e Giuseppe Bonelli (che nella lapide non viene ricordato) di Girgenti facevano parte della colonna di 5.540 soldati italiani e 50 bascibuzuk, comandata dal tenente colonnello Tommaso De Cristoforis che doveva portare soccorsi al presidio italiano in Abissinia di Saati, assediato da diversi giorni dai nemici. Ma il 26 gennaio di cento anni fa quella colonna doveva tristemente passare alla storia per uno degli episodi più tragici dell’avventura coloniale italiana. Nei pressi di Dogali il tenente colonnello De Cristoforis e i suoi uomini vennero sorpresi da cinquemila abissini armati all’europea e comandati dal Ras Alula. Epica la resistenza degli italiani, ma alla fine sul terreno si contarono 433 morti e 82 feriti. Il nemico ha un migliaio di morti e feriti. Fu la prima grande sconfitta toccata all’Italia in Africa.
A Girgenti la tragica notizia arrivò solo il primo febbraio e sul « Giornale di Sicilia » le famiglie agrigentine trovarono i nomi dei caduti e dei feriti.
Non si pianse solo a Girgenti. Sui campi di Dogali erano caduti anche alcuni giovani della provincia: Giuseppe Isaria, Vincenzo Mannara, Giovanni Burgio da Casteltermini; Carmelo Noto Mazzarella da Bivona; Paolo Alongi da Racalmuto, Giovanni Ferraro da Favara; Calogero Agro e Giuseppe Tinebra da Racalmuto, Giuseppe Sgommeglia e Calogero Cannizzaro da Canicattì, Ignazio Acquaviva da Ravanusa Calogero Caciocco da Sambuca, Antonio Ferra e Antonio Randazzo da Santa Margherita Belice, Vito La Rocca da Campobello di Licata, Giuseppe Samaritano da Ribera.
Per i caduti vennero celebrati in tutti i centri della provincia solenni esequie e in taluni occasioni tra il clero locale e i liberali si crearono momenti di grave tensione perché i sacerdoti non volevano che il tricolore sventolasse dentro la chiesa durante le funzioni religiose. I rapporti tra Stato e Chiesa erano allora assai tesi.
A Girgenti il 18 febbraio la giunta comunale, retta dal Sindaco Francesco Lo Presti Seminerio, decise di concedere lire 500 alle famiglie dei soldati morti e feriti a Dogali. Venne inoltre costituito un comitato per raccogliere altre oblazioni.
Il 14 marzo a mezzogiorno in piazza San Domenico (attuale Piazza Pirandello) venne scoperta la lapide commemorativa, che oggi troviamo sulla facciata del Palazzo di Città: olocausto di sangue cittadino sui campi di Dogali offriva Girgenti alla patria. Contino Alfonso, Noto Millefiori Giuseppe, Palazzotto Carlo, Quartararo Antonio. 27 gennaio 1887 fortissimamente pugnando caddero sotto la barbara lancia abissina invocando l’Italia. Pochi contra oste innumerevole invocando l’Italia. Fu vittoria il morire. O madri gioite al nuovo esempio d’eroismo che Sparta e Roma invidierebbero.
La piazza era stracolma quel giorno. Numerosi gli studenti che un’ora prima avevano partecipato ad una manifestazione partita da Piazza Vittorio Emanuele preceduti dalla banda musicale che eseguiva una marcia funebre composta dal musicista agrigentino Ignazio Lauria, intitolata « L’eccidio di Dogali ».
Autorità civili e militari della nostra provincia parteciparono qualche settimana dopo anche alle manifestazioni promosse a Palermo e a Roma. Nella capitale in occasione delle solenni celebrazioni per l’inaugurazione di un monumento ai caduti di Dogali si recò per rappresentare l’amministrazione comunale di Girgenti, il consigliere comunale Innocenzo Ricci-Gramitto, zio materno di Luigi Pirandello.


Girgenti nella prima metà dell’Ottocento