21 febbraio, per Agrigento: una di quelle date che meritano di essere interrogate con lo sguardo lungo dello storico.
21 febbraio nella storia agrigentina: dal Seminario vescovile alla memoria contemporanea
Il 21 febbraio 1607: nasce il Seminario Diocesano di Agrigento
Se il decreto del 1767 affonda le radici nel tardo medioevo agrigentino, la seconda grande data che il 21 febbraio custodisce appartiene al cuore della Controriforma siciliana. Il 21 febbraio 1607 fu inaugurato il Seminario Diocesano di Agrigento: una delle istituzioni più importanti che la città abbia mai espresso, destinata a formare il clero agrigentino per i secoli a venire.
La storia del Seminario è intrecciata a doppio filo con quella di due vescovi che si succedettero sulla cattedra di San Gerlando nei primissimi anni del Seicento.
Il primo fu Juan Orozco Covarrubias — o, nella forma italianizzata, Giovanni Orozco de Covarruvias — nobile castigliano, umanista colto e pastore tenace, che guidò la diocesi agrigentina dal 1594 fino al 16 gennaio 1606, quando fu nominato vescovo di Guadix, in Spagna.
Orozco Covarrubias era un prelato di statura non comune: fu lui a introdurre ad Agrigento la prima tipografia della città — strumento rivoluzionario nel panorama culturale di una sede periferica — e a proteggere letterati e artisti, trasformando la corte episcopale in uno dei pochi centri di cultura dell’isola meridionale.
Ma la sua opera più duratura, quella che avrebbe cambiato strutturalmente la formazione del clero agrigentino, fu la promozione del Seminario diocesano.
Il Concilio di Trento, concluso nel 1563, aveva stabilito l’obbligo per ogni diocesi di istituire un seminario per la formazione dei candidati al sacerdozio. Erano passati quarant’anni dalla chiusura del Concilio, e molte diocesi periferiche — come quella di Girgenti — stentavano ancora a dare attuazione pratica al decreto tridentino.
Orozco Covarrubias aveva avviato le trattative, preparato gli spazi, coinvolto le istituzioni locali; ma fu il suo successore, Vincenzo Bonincontro, a raccoglierne i frutti istituzionali. Fu proprio Bonincontro, il 21 febbraio 1607, ad inaugurare ufficialmente il Seminario diocesano, portando a compimento l’opera iniziata dal predecessore.
L’inaugurazione del Seminario non era semplicemente un fatto ecclesiastico: era un evento di portata civile. In una Girgenti ancora profondamente segnata dalla stratificazione medievale — le sue mura chiaramontane, le sue chiese normanne, i suoi vicoli arabeggianti — il Seminario rappresentava l’ingresso di un’istituzione moderna, capace di sottrarre la formazione del clero dall’apprendistato informale e dall’arbitrio dei singoli sacerdoti, per affidarla a un percorso strutturato di teologia, diritto canonico e disciplina ecclesiastica.
Chi avrebbe frequentato quelle aule avrebbe ricevuto un’istruzione superiore a quella della maggior parte dei laici agrigentini: il Seminario diventava, di fatto, anche il principale centro culturale della città.
Il medioevo agrigentino e il Beato Matteo da Cimarra: un culto approvato il 21 febbraio 1767
La prima notizia di rilievo che la storia agrigentina registra in relazione al 21 febbraio non appartiene al medioevo in senso stretto, ma a quel Settecento che del medioevo tentava di fare i conti con il rigore della prassi canonizzatoria post-tridentina. Siamo nel 1767. Papa Clemente XIII, con un decreto datato precisamente al 21 febbraio 1767, approvò il culto immemorabile del Beato Matteo Cimarra, frate minore francescano che era stato vescovo di Agrigento e che, rinunciato il vescovado, si era spento santamente il 7 febbraio 1451.
La figura di Matteo Cimarra — il cui nome compare nelle antiche cronache agiografiche della diocesi agrigentina come «il beato Matteo de’ minori» — appartiene a quella schiera di pastori che nella Girgenti del Quattrocento cercarono di coniugare la rigidità della disciplina francescana con le necessità di una sede episcopale periferica, lontana dai grandi centri di potere ecclesiastico, ma non per questo meno importante nella mappa della cattolicità siciliana.
Il vescovado di Agrigento, nel Quattrocento, era un crocevia di tensioni: la presenza aragonese sull’isola, i delicati equilibri con il papato, le dispute giurisdizionali tra gli ordini religiosi e il clero secolare. Matteo aveva scelto di abbandonare la cattedra episcopale, tornando all’umiltà del saio francescano — gesto che le cronache dell’epoca lessero come atto di straordinaria virtù.
Che il riconoscimento pontificio del suo culto sia giunto nel 1767, oltre tre secoli dopo la sua morte, è significativo: il decreto di Clemente XIII non era un atto di beatificazione ex novo, ma la confirmatio cultus immemorialis, ossia il riconoscimento formale di una devozione popolare che non si era mai interrotta.
Il popolo di Girgenti, nei secoli che seguirono la sua morte, non aveva smesso di venerarlo. Il decreto del 21 febbraio 1767 traduce in linguaggio giuridico-canonico quella fedeltà affettiva della comunità agrigentina verso la sua memoria.
Nella genealogia dei vescovi di Agrigento che le fonti storiche riportano, Matteo Cimarra occupa un posto peculiare: non il vescovo trionfante che lascia in eredità cattedrali e palazzi, ma il pastor dimesso che lascia in eredità un esempio. Ed è questo esempio che il decreto papale del 21 febbraio 1767 volle consacrare.
Il Beato Matteo Cimarra, frate minore francescano che era stato vescovo di Agrigento e che, rinunciato il vescovado, si era spento santamente il 7 febbraio 1451.
La figura di Matteo Cimarra — il cui nome compare nelle antiche cronache agiografiche della diocesi agrigentina come «il beato Matteo de’ minori» — appartiene a quella schiera di pastori che nella Girgenti del Quattrocento cercarono di coniugare la rigidità della disciplina francescana con le necessità di una sede episcopale periferica, lontana dai grandi centri di potere ecclesiastico, ma non per questo meno importante nella mappa della cattolicità siciliana.
Il vescovado di Agrigento, nel Quattrocento, era un crocevia di tensioni: la presenza aragonese sull’isola, i delicati equilibri con il papato, le dispute giurisdizionali tra gli ordini religiosi e il clero secolare.
Matteo aveva scelto di abbandonare la cattedra episcopale, tornando all’umiltà del saio francescano — gesto che le cronache dell’epoca lessero come atto di straordinaria virtù.
Che il riconoscimento pontificio del suo culto sia giunto nel 1767, oltre tre secoli dopo la sua morte, è significativo: il decreto di Clemente XIII non era un atto di beatificazione ex novo, ma la confirmatio cultus immemorialis, ossia il riconoscimento formale di una devozione popolare che non si era mai interrotta.
Il popolo di Girgenti, nei secoli che seguirono la sua morte, non aveva smesso di venerarlo. Il decreto del 21 febbraio 1767 traduce in linguaggio giuridico-canonico quella fedeltà affettiva della comunità agrigentina verso la sua memoria.
Nella genealogia dei vescovi di Agrigento che le fonti storiche riportano, Matteo Cimarra occupa un posto peculiare: non il vescovo trionfante che lascia in eredità cattedrali e palazzi, ma il pastor dimesso che lascia in eredità un esempio. Ed è questo esempio che il decreto papale del 21 febbraio 1767 volle consacrare.
Il 21 febbraio 1853: l’Intendenza borbonica e il Palazzo del Governo di Girgenti
Una fonte archivistica di particolare interesse, emersa dagli studi sul Palazzo del Governo di Agrigento, documenta una nota ufficiale dell’Intendente di Girgenti datata 21 febbraio 1853, relativa alla gestione e alle esigenze edilizie della sede istituzionale della provincia.
Il contesto è quello della Girgenti borbonica, capovalle dal 1817, in un periodo segnato dalle conseguenze dei moti del 1848 e dalla restaurazione dell’ordine monarchico. L’Intendenza — l’equivalente borbonico della moderna Prefettura — era il ganglio vitale dell’amministrazione periferica.
La nota del 21 febbraio 1853 rientra nel carteggio tra l’intendente e il luogotenente generale del Regno a Palermo, che rispose il 1° marzo dello stesso anno.
Questi documenti testimoniano la vita amministrativa quotidiana di una Girgenti che, pur lontana dai grandi palcoscenici della politica europea, era tutt’altro che addormentata: la città doveva far fronte a problemi cronici di infrastrutture, approvvigionamento idrico e ordine pubblico.
Società segrete cattoliche e tensioni postunitarie (1872)
Dopo la presa di Roma, il nuovo Stato italiano suscitò una dura opposizione in parte del clero agrigentino. Una relazione del delegato di polizia di Cattolica P. Minnelli, datata 21 febbraio 1872, denunciò che il vicario Antonio Ciccarello e il parroco Natale Maria Sinatra di Montallegro predicavano contro il governo. L’informativa fa parte di un ampio dossier sulla società cattolica degli interessi, una rete che univa sacerdoti e laici contrari alla politica anticlericale del Regno. Il documento testimonia come Girgenti (l’Agrigento di allora) fosse attraversata da fermenti politici e da un intenso confronto tra potere civile e potere ecclesiastico.
La guerra e la diaspora: un soldato agrigentino cade ad Hannover (1945)
Le due guerre mondiali coinvolsero anche i figli della provincia agrigentina. Nel registro dei caduti sepolti nei cimiteri militari italiani in Germania si trova il nome di Antonino Fazio, nativo di Sciacca.
Nacque il 19 novembre 1919 e morì il 21 febbraio 1945 ad Hannover, venendo poi tumulato nel cimitero di Amburgo. La nota, sebbene riguardi un soldato originario della provincia, ricorda il prezzo pagato dagli agrigentini nel conflitto e la dispersione di molti giovani sui fronti europei.
L’amministrazione comunale nel dopoguerra (1948)
Nel secondo dopoguerra la città visse una fase di ricostruzione. Il Giornale di Sicilia del 22 febbraio 1948 riportò i lavori del consiglio comunale del giorno precedente. In quell’occasione l’aula decise di rinominare piazza San Sebastiano in piazza Sinatra in onore del mecenate agrigentino Giuseppe Sinatra, morto il 1° gennaio.
Nella stessa seduta furono approvati finanziamenti per la ricostruzione della città, devastata dai bombardamenti del luglio 1943, e venne concesso in uso gratuito alla società Aster l’area del lido di San Leone. È un episodio minore ma significativo per comprendere come la memoria dei benefattori venisse iscritta nel tessuto urbano e come l’amministrazione cercasse di rilanciare l’economia turistica.
Il 21 febbraio 1948: novità per il lido di San Leone
Avanzando di un secolo esatto, il 21 febbraio 1948 il Giornale di Sicilia dedicava un articolo alle novità previste per il lido balneare di San Leone. Era l’Italia della ricostruzione postbellica, e Agrigento — liberata dagli Alleati nel luglio 1943 dopo i devastanti bombardamenti aerei — cercava di risollevarsi dalle macerie materiali e morali del conflitto.
San Leone, la marina della città, rappresentava per gli agrigentini non soltanto un luogo di svago estivo, ma un simbolo di normalità ritrovata.
Nel febbraio 1948, mentre la nazione si preparava alle decisive elezioni politiche del 18 aprile, la cronaca locale registrava i progetti di ammodernamento del lido: un segnale di fiducia nel futuro, in una città che aveva conosciuto la distruzione bellica e che di lì a pochi mesi avrebbe inaugurato la stagione dell’autonomia regionale siciliana
Il 21 febbraio 2025: il ritorno dell’Urna restaurata di San Gerlando
Un evento storico nell’anno della Capitale della Cultura
Il 21 febbraio 2025 resterà nella memoria agrigentina come una data di straordinario rilievo. Nel contesto dell’anno giubilare e di Agrigento Capitale Italiana della Cultura 2025, alle ore 18, nella Cattedrale di San Gerlando, si è tenuta la solenne cerimonia di presentazione e riconfigurazione dell’Urna argentea restaurata del Santo Patrono.
L’urna, capolavoro dell’argentiere palermitano Michele Ricca, fu commissionata dal Vescovo Francesco Traina e completata nel 1639, con la deposizione delle reliquie il 7 maggio di quell’anno in una cerimonia di grande splendore.
Il disegno dell’urna fu opera di Pietro Novelli, il celebre pittore monrealese detto il “Raffaello siciliano”, rendendo questo manufatto il frutto della collaborazione di tre grandi maestri. L’urna — un piccolo carro trionfale in argento sbalzato, sormontato dalla statua del Santo in ginocchio con le braccia allargate in preghiera — custodisce al proprio interno una cassa lignea medievale contenente le ossa del Vescovo fondatore.
La storia millenaria delle reliquie
Il Direttore dell’Archivio Storico Diocesano, don Giuseppe Lentini, ha tenuto in quella occasione una relazione scientifica che ha ripercorso l’intera storia delle traslazioni e ricognizioni delle Sacre Reliquie di San Gerlando dal 1159 ai giorni nostri. Un percorso che attraversa quindici ricognizioni documentate:
1159: prima elevatio e translatio dal sepolcro esterno all’interno della cattedrale, ad opera del Vescovo Gentile.
1264: il Vescovo Rainaldo d’Acquaviva dispose la ricognizione e la deposizione in una nuova arca lignea dipinta dal pittore mastro Vincenzo.
1376: sotto il Vescovo Matteo de Fugardo, le reliquie furono riposte in una cassa argentea realizzata dall’orefice Pietro di Bandino.
1598: il Vescovo Giovanni Orozco de Covarruvias compì una ricognizione il 5 marzo e il 5 aprile organizzò una imponentissima processione — con oltre 8.000 confratelli, carri allegorici, nobiltà, clero e popolo — per la traslazione in una nuova cappella nell’abside.
1639: il Vescovo Traina commissionò a Michele Ricca la grande urna argentea e la nuova cappella, con deposizione delle reliquie il 7 maggio.
1742: ricognizione per il restauro dell’urna, con trascrizione delle antiche pergamene rinvenute al suo interno.
1970: ultima ricognizione, da parte di Mons. Giuseppe Petralia, nella concattedrale di San Domenico (poiché la cattedrale era chiusa per lavori dopo la frana del 1966), con esposizione pubblica delle reliquie.
L’evento del 21 febbraio 2025 ha dunque riannodato i fili di una devozione millenaria, restituendo alla cattedrale l’urna restaurata e riportata al suo antico splendore, alla presenza di studiosi, autorità ecclesiastiche e civili, e di un pubblico di fedeli e appassionati di storia
Osservazioni conclusive
Il 21 febbraio è una data che ricorre in modi diversi nella storia di Agrigento. Dalla fondazione del Seminario nel 1607 alla legittimazione del culto di Matteo Guimerà nel 1767; dalle tensioni tra Stato e Chiesa nel 1872 alla memoria dei caduti della seconda guerra mondiale; dalle decisioni amministrative del dopoguerra alle celebrazioni del patrono nel 2025.
Ogni episodio illumina un aspetto differente della comunità agrigentina: l’educazione del clero, la devozione popolare, il confronto politico, la sofferenza della guerra, la rinascita urbana e il legame identitario con i santi.
Prendere consapevolezza di queste stratificazioni storiche è essenziale non solo per i ricercatori ma anche per i cittadini, i quali riscoprono nella cronologia di una sola giornata la ricchezza di una città che ha attraversato millenni.
Elio Di Bella


20 febbraio nella storia di Agrigento: rivolta, malattie, rinascite e cultura