Il mistero del manoscritto di Raimondo Gaglio sulla storia di Agrigento. Un’inquietante vicenda di tre secoli fa
Introduzione al Mistero del Manoscritto Scomparso
Il canonico Raimondo, cultore di storia ecclesiastica, presentò in un giorno non precisato della seconda metà del Settecento, ad una cerchia di amici un manoscritto voluminoso dal titolo “Memorie storico – critiche dell’attuale Girgenti”.
Bastò la lettura di alquante pagine per produrre sorpresa ed entusiasmo.
Il titolo impegnava l’orgoglio dei cittadini.
L’antica Agrigento si rivelò alla loro immaginativa quale non l’avevano mai considerata prima.
L’Entusiasmo per la Pubblicazione e la Creazione del Museo
Il desiderio di vedere stampato il manoscritto in base gli animi dei presenti.
La notizia si insinuò nei circoli e nelle famiglie.
La loro volontà di leggere divenne volontà del pubblico.
Si fecero progetti per la stampa immediata.
Si capiva che l’opera dovesse, per la ponderosità e maturità degli studi dell’autore, riuscire degna della mente del Gaglio. L’interessamento per le antichità cresceva di giorno in giorno.
Si raccolsero monete medaglie, nelle famiglie; si ricercavano bronzi, cammei, statuette, marmi e vasi allo scopo di fondare un piccolo nucleo del futuro museo.
Si progettarono scavi, si fecero indagini in zona inesplorata della Civita.
Il sogno del Gaglio diventava una realtà.
L’attesa della pubblicazione era enorme.
Il fratello Raimondo diceva che le note della documentazione dei fatti costituivano un pregio raro nella letteratura storica.
Vi si conteneva la topografia dell’antica città disseminata nelle citazioni e nelle osservazioni critiche.
Il Triste Destino di Raimondo Gaglio
Tutto presagiva un avvenimento d’eccezione quando si sparge la voce che la signora Gaglio in un momento di insania avvelenò il marito.
Veniva così repentinamente soppressa un’esistenza che Agrigento aveva visto nascere 42 anni prima.
Il cielo e la terra finivano di nutrire una energia meravigliosa che doveva celebrare per molti anni ancora le glorie agrigentine.
Il 20 ottobre 1777 il gigante dell’erudizione della critica storica scompariva e la scienza perdeva un campione autentico della cultura settecentesca.
Il manoscritto rincorse la vicenda del turbine domestico.
Si suppone che il fratello Vincenzo lo abbia depositato alla “Lucchessiana”.
Poi non se ne seppe più nulla.
Si conosce solo che le “memorie” erano distribuite in periodi che arrivavano sino al 1773.
Copiose le notazioni originali che corredavano il testo.
La Scomparsa del Manoscritto e la Testimonianza del Canonico Russo
Il canonico Giuseppe Russo in una nota pagina 26 delle sue “Notizie storiche della Chiesa vescovile di Girgenti” afferma che il Picone ebbe conoscenza del manoscritto.
Lo desume dalla versione posta in dubbio sulla presenza di San Libertino nella terra agrigentina, versione che si riscontra nella “serie di vescovi agrigentini” del canonico Raimondo Gaglio, il quale l’aveva presa probabilmente dagli studi compiuti dal fratello.
Dobbiamo all’intelletto all’amore per le cose patria (appartiene alla patria quello che sopravviva di storia in una regione) del Picone, se oggi c’è dato di coltivare una miniera ricca di cognizioni, di giudizi critici, se non sempre esposti con discernimento e qualche volta non mantenuta ugualmente elevata nelle ultime di fronte alle prime memorie.
L’Eredità di Gaglio nella Storia di Agrigento
Si può dire che la storia meditata del Gaglio si perpetui nell’opera del Picone, e questo va maggior gloria di lui la fortuna della nostra Agrigento
il capitolo quinto della seconda memoria un tesoro di notizie storiche amministrative del Comune.
Non si riscontra tanto facilmente negli annali particolari delle regioni d’Italia.
La passione per questi studi delle Picone a radici negli ambienti della prima metà dell’800.
Sembrano scritti in quel memorabile Settecento che lasciò tracce profonde di originalità in quasi tutti i centri culturali del nostro paese.
La più grande delle fatiche del Gaglio era stata preceduta da una “storia dell’antica nuova Agrigento” di un Lojacono, che nessuno ha mai letto; da un’anonima “storia dell’antica Agrigento” attribuita al Gaglio ma da lui ripudiata.
Non restava che il suo manoscritto che vide un giorno lo sfavillare o di una luce destinata a non svanire “si vive bene dopo morte anche senza lapide” scriveva molti mesi fa riguardo ad una celebre romanziera dimenticata un letterato di genio, notando che “qualche lapide fa onore alla patria che non è soltanto una città di provincia”. L’odierno Agrigento dovrebbe ricordare il Gaglio un segno marmoreo che ne tramandi la memoria onorerebbe la cittadinanza il pensiero scientifico siciliano che fu tutto teso alla rinascita d’Italia.
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fonte: Salvatore Bonfiglio, La terra agrigentina e l’Italia nuova, Milano 1933


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